— Ah capisco che bisognerà passare per forza sotto quella forca! —

diceva tal fiata con sè stesso. Fare nuovi debiti! e se non si potesse

più pagarli? e se mancassi all’onore? e se buttassi nella miseria la

mia famiglia dopo d’averla buttata nella povertà?... ma perchè m’ha a

toccar questo.... a me?... Non ho io sgobbato tutta la vita? Non lavoro

forse a ottant’anni come un negro? Diranno che do via il mio! Baie! A

conti fatti le sono inezie! E se fosse anche qualche migliaio di lire,

non le ho io forse risparmiate in casa?... non son forse quattro anni

che porto questa casacca?... non è vero che in famiglia non si sciupa

un’agugliata di refe? Eh sì! ma intanto la _Calandrina_ fa acqua come

un bastimento che ha dato nelle secche!... Bisogna correre al porto

o andare a picco. Ebbene, coraggio! andrò dal cavaliere.... m’è tanto

antipatico.... ma ci vorrà pazienza!... Tutti gli anni non saranno mica

sempre eguali!... farò più economia anche in quel po’ di elemosina....

ma i poveretti sono aumentati; come si fa? Ci avrei dei debitori

d’andare a svegliare.... ma se li tocchi ti si mettono a piangere ed a

piatire e bisogna che scappi se non voglio lasciar loro la borsa....

E v’è anche la pensione di Michele benchè per adesso non si potrà

mandargli che la metà.... e s’accontenti mò anche lui! Non ci ha il

suo sciabolone.... mangi quello.... Oh guarda che bestemmio adesso!...

Orsù, orsù Battista, tira la carretta e non lamentarti, vecchia rozza

che sei.

Dopo tre o quattro monologhi di questo genere, Battista aveva già

formato il suo piano finanziario discretamente saggio. Egli colla

ragione delle accennate disgrazie, egli avrebbe pagato un terzo

dell’affitto e chiesto alla amministrazione dei poveri, proprietaria

della _Calandrina_, una dilazione di otto mesi per gli altri due

terzi, garantiti mediante cambiali; ci fu consulta di maggiorenti e

fu interpellato il sindaco che consigliò calorosamente d’accettare la

dilazione e le cambiali.

Anche l’Arena avea il suo piano e contava che un dì o l’altro le

cambiali del Santafiori sarebbero da quelle dell’Amministrazione cadute

nelle sue mani senza molto discapito. E quando le serrò nel pugno, e

con esse l’onore del suo rivale, non potè tenersi dallo sclamare tanto

forte che molti l’udirono: — «La _Calandrina_ è mia».

Calunnie, maledizioni, disinganni, percosse, crepacuori, tutto andava

a seppellirsi e s’acquetava per il povero Santafiori nel seno della sua

famiglia.

Specialmente Giorgio cresceva orgoglio e dolcezza del padre e in lui

tutte convergevano le speranze della sua vecchiaia.

A quest’epoca era un giovanetto in sui sedici anni, svelto, agile e

vigoroso, meno alto e men tarchiato di Michele, ma non meno compito e

più gentile. Ne’ lineamenti portava lo stampo del padre; gli occhi e

la fronte sopratutto. Della madre il melanconico sorriso e la voce; i

capelli nerissimi, eccezionali nella casa. Bello non potea dirsi, ma

geniale e attraente.

Sebben giovinetto, le sue parole, i suoi atti, il suo contegno

contenevano tanta maturità di senno, che nessuno dei conoscenti poteva

credere non avesse oltrepassata la ventina. Gli stessi sollazzi erano

maggiori della sua età e più che sollazzi ei li riguardava come varietà

gradite del suo lavoro. La caccia e la pesca egli esercitava quasi

come una professione, e a dir vero la preda del suo archibugio o delle

sue nasse era sovente il solo pane quotidiano della domestica mensa.

Istruzione non eragli mancata, e nei dì della fortuna ebbe maestri in

copia, ma più che da questi egli s’era istruito alla scuola del padre.

Ed esso aveagli insegnato un po’ di tutto ma bene, e principalmente le

lingue e le matematiche, però un’educazione completa non l’ebbe, causa

forse i rovesci, ma senza forse la ripugnanza di Battista, veduta la

mala riuscita di Michele, di abbandonarlo alla corruzione delle grandi

città, e il manifesto proposito di Giorgio di non volersi staccare dal

padre.

— Che mestiere vuoi fare? — chiedevagli talvolta il vecchio Santafiori.

— Voglio lavorare con voi, padre mio.

Colui che siasi trovato colla testa in mano a calcolare su quello

spinoso e scoraggiante problema, nel quale pur tanti falliscono, che

nomasi «scelta d’una carriera», dovrà certamente scandolezzarsi alla

risposta di Giorgio. Egli troverà per avventura che tutto il senno del

nostro eroe non vale una dramma della vita, e non si terrà forse dal

chiamare matti noi stessi che abbiamo l’aria di farne l’apologia.

Noi chiniamo la fronte al giudizio, ma tiriamo dritto. Soggiungiamo

anzi, perchè lo scandalo sia completo, che nella mente dei Santafiori

padre e figlio l’idea d’una «carriera» come oggi s’intende, cioè come

un’arte qualunque più o meno faticosa, più o meno onorata, più o meno

splendida, per la quale un uomo può montare sopra uno qualsiasi dei

gradini che compongono la scala ambita della gloria e della fortuna,

quell’idea non vi era ancora penetrata; eravi anzi interamente

sconosciuta.

In luogo de’ soliti consigli che i babbi ripetono ai figliuoli quasi

coll’identico linguaggio dei nonni, in luogo di dire: — «fa l’avvocato

che intascherai tesori, e finirai in cassazione o in Parlamento» — «fa

il soldato e troverai il bastone di maresciallo nel tuo zaino» — «fa

il prete che terrai le chiavi del cielo e della terra» — il padre di

Giorgio Santafiori, se gli capitava il destro di fare il suo predicotto

— perchè anche lui era padre — parlava così: — «Per me vale tanto

chi inaffia il campo come chi miete il grano. Che i miei figli siano

guardiani di pecore in mezzo a una vallata, o guardiani di uomini in

un luogo qualsiasi che chiamisi «casa di Dio o tempio di Temide» è lo

stesso. Io penso che la società non sarà mai veramente libera, cioè

veramente felice, se non il giorno in cui tutti gli uomini saranno

eguali dinanzi al lavoro, e che nel mondo tanto sarà estimato colui

che fabbrica la carretta, come colui che vi si fa tirare di dentro.

Ma se è vero che si progredisce, e pare che il progresso sia una

tartaruga, nè io, nè tu vedremo quel tempo. Comunque, Giorgio, bada a

quel che ti dico: il primo dovere della vita è di guadagnarsela e se

vi è consolazione quaggiù è nel compimento di quel dovere che chiamasi

lavoro».

Avete capito? il dovere del lavoro in casa Santafiori è sostituito alla

scelta della buona carriera. Alcuno strillerà, ma che ci abbiamo a fare

noi se i nostri personaggi erano così?

Gl’insegnamenti del padre per Giorgio erano vangelo: egli li ascoltava

con ammirazione e li adempiva con religione. La madre era certamente

tutta nel suo cuore, ma la figura di suo padre era nel suo spirito

e padroneggiava tutto il suo essere. Per questo a ogni passo che

mutava nella vita, presentiva che egli era ineluttabilmente confuso

a quella esistenza sublime, la quale, anche quando la materia fosse

disciolta, l’avrebbe guidato oltre la tomba e dominato il suo destino.

Il giovinetto comprendeva che il dramma che suo padre aveva cominciato

a scrivere con Balilla non era finito peranco; che a lui sarebbe

toccato rappresentare la catastrofe; che la società, se non poteva

raggiungere il padre, avrebbe un dì o l’altro fatto subire al figliuolo

l’espiazione del delitto mai sempre imperdonabile d’aver voluto lottare

contro il proprio destino — d’aver voluto essere Socrate in una società

di Gorgia.

Però Giorgio non impallidì in faccia alla bieca larva, non rifiutò il

sacrificio che il cuore gli pronunziava inevitabile, e si propose come

un cavaliere antico di non lasciar macchiare la divisa del blasone

paterno. Solo provava il bisogno d’un compagno nel cammino e d’una

stella nelle tenebre, e guardatosi d’attorno per la terra e nel cielo,

gli si affacciò Giusta. Fu appunto in uno dei giorni che il giovinetto

andava vagando con questi sogni che egli trovò smarrita nella notte la

poetica fanciulla che gli si mise al fianco e gli brillò sul capo, come

la guida e l’astro che egli invocava.

XIX.

UNO DEI PRELODATI LUPI.

La storia del Piemonte del 1817 ci pare ben riassunta nelle seguenti

parole di Angelo Brofferio, le quali se fossero più solenni o

accademiche mal risponderebbero alla meschinità degli uomini ed alla

volgarità degli avvenimenti.

«Domata la Francia, — scrive l’arguto autore, — stabilito

l’equilibrio europeo, repressi i liberali, soffocate le idee,

partiti a poco a poco dal Piemonte gli Austriaci, dalla Liguria gli

Inglesi, Vittorio Emanuele si trovò finalmente assoluto dominatore.

Il suo governo non ebbe più altri nemici che la fame nelle strade,

le petecchie nelle case, i lupi nei boschi, i cortigiani nei

pubblici uffici e i ladri da per tutto».

A sentire i racconti dei cronisti, i quali per vero dire ci sanno un

po’ dell’artefatto, un’orda di lupi, cacciata dalle nevi e dalla fame

fuori dei natii ricoveri alpini, avrebbe in massa trasmigrato verso il

piano, vi si sarebbe disseminata come il capriccio o l’istinto famelico

la portava, e senza curarsi d’ostacoli avrebbe varcato mano mano la

Dora, il Tanaro, la Scrivia gettando fino nelle strade dei villaggi,

fino alle porte della città, l’allarme e lo spavento. Nè la lupesca

masnada si sarebbe accontentata di assaltare gli armenti e di penetrare

negli ovili, ma pungolata dalle viscere affamate, avrebbe insanguinato

il dente feroce fin nelle membra di molte dame e di molti bambini

sconsigliatamente avventuratisi sui sentieri solitari.

Quando leggiamo sui gazzettini di guerra certe vittorie e certe stragi

ci regoliamo alla stregua che il generale Bugeaud applicava ad un altro

eroe d’Africa, Saint-Arnaud: «Crediamo una metà e discutiamo l’altra».

Così faremo anche in questa guerra lupigna, perchè in fin dei conti

non è ancora provato che i lupi sieno più crudeli degli uomini. Certo

però che una calata straordinaria ci fu e se non altro ce lo dimostra

la famigerata notificazione dell’intendenza di Torino che la moderna

eloquenza burocratica potrà uguagliare sì, ma vincere mai.

Continuiamo a saccheggiare il Brofferio e riproduciamo il documento.

«Commossi noi (questo noi dell’intendente che accenni davvero

ai _lupi commensali_?) da sì doloroso spettacolo non meno che

dalle clamorose voci delle sbigottite popolazioni e del pericolo

sovrastante ai viandanti ed all’inerme gioventù e prevedendo

che ogni ritardo si rende vieppiù pernicioso sia per l’aumento

della specie che per l’incalzamento della brumale stagione, per

provvedere opportunamente a maggiori disastri dell’umanità e dei

bestiami

«NOTIFICHIAMO

«1.º Che tre distinti premi verranno pagati a chi riescirà a far

preda di uno dei _prelodati lupi_». E dopo essersi caldamente

raccomandato, dice lo storico, di dar opera allo «sgombramento

delle provincie da sì implacabili nemici dell’uman genere, per

l’amore della gloria, per la dolce soddisfazione di rendersi utili

ai nostri simili e la sicura condegna ricompensa dei ben intesi

sudori» si ordinava che «il cacciatore o lo armigero dovesse

presentare la fiera allo ufficio secondo il solito praticato».

Che ne dite? Non è questo un _projcere margaritas_.....? Davvero

bisogna essere lupi per non essere commossi.

Comunque, eravamo già nel verno del 1817 quando uno dei _prelodati

lupi_ staccatosi dagli altri, o sviato o acuito da appetito maggiore

calò fino in Lomellina a poche miglia di lontananza del nostro

villaggio.

I campagnuoli paduani, che avevano letto e riletto con la più grande

emozione il bando torinese (poichè i lettori là ed altrove non eran

più colti degli scrittori) ma che si erano fino allora creduti al

sicuro dagli invasori, furono tutti sottosopra alla nuova terribile,

inaspettata. Cominciarono a tener sbarrate tutte le porte, a non uscir

più di notte, a non venturare più un passo senza portare addosso un

arsenale di tromboni, di coltelli e di pistole, e persino a scoprire la

miracolosa _greppia_ di _Betlemme_ ed a snocciolare il rosario.

Alle precauzioni della paura vennero però compagne le precauzioni del

coraggio. I carabinieri, cui non mancava polso, percorrevano alla sera

lo stradone a molte miglia fuor della terra, intanto che otto o dieci

dei più arditi, armati fino ai denti, decisero di ordinarsi in due o

tre squadriglie sotto la direzione e il comando dei due Santafiori, e

di perlustrare le viottole dei campi e i cascinali dei dintorni.

Le pattuglie continuarono per alcuni giorni senza che la temuta fiera

si facesse vedere in alcun luogo; poi si cominciò a non parlarne più, e

si aggiunse finalmente che avesse cambiato sede e direzione. Per questo

la caccia cessò, l’allarme acquetossi, e tutto nel villaggio riprese il

primo aspetto di pace e di sonnolenza.

Una domenica, la popolazione dopo messa grande era sulla piazza a

ciarlare del più e del meno, quando all’improvviso dal fondo della

strada maggiore, quella che abbiam detto esser la spina dorsale del

paese, s’ode levarsi un gran trambusto, uno sbattere di imposte,

un _fuggi fuggi_, un accalcarsi a catafascio d’uomini e di donne e

di fanciulli, tutti a corsa verso la chiesa e strillanti a una voce

disperatamente: — Il lupo!... il lupo!...

La minaccia fu sì repentina che anche i più intrepidi voltarono le

spalle e seguirono la corrente dei fuggenti: in un attimo piazza e

strade furon vuote: chi era riparato nelle case, chi nella chiesa

stessa, dove, a porte chiuse, con un batticuore che facevagli tremar la

voce, l’arciprete intonava le _Litanie dei Santi_.

Non restarono fuori che tre persone; un fanciullino in capo alla

strada, immobile colla bocca aperta, gli occhi invetrati, il corpo

tutto in un tremito — una donna, una madre che strideva — «il mio

bambino!... salvatemi il mio bambino!...» — senza trovare il coraggio

di muovere un passo in suo soccorso, e Battista che aveva indarno

tentato di arrestare la fuga e inutilmente rinfacciati i codardi, e

che s’apprestava a tener testa solo alla belva che l’occhio linceo

dello spavento aveva scorta da lontano. È qui il caso di credere al

proverbio: «E’ non si grida mai al lupo ch’e’ non sia in paese».

L’animale infatti che spiccava così chiaramente sulla linea retta dello

stradone, trottava a passi misurati, lunghi, veramente lupeschi, col

muso proteso, la coda bassa, il pelo irto, fiutando senza sviarsi, ogni

cespuglio e ogni pietra, mirando dritto al bambino che aveva adocchiato

col digrigno sulle labbra e colle fiamme nello sguardo. Dovea essere

fieramente affamato se perigliavasi così in mezzo all’abitato di pieno

giorno; ma non era tempo quello di chiedere il perchè del moto, come il

filosofo sofista; bisognava muoversi.

Intanto che il lupo correva sulla preda, Battista marciava sul lupo.

Egli avevo invano cercato intorno alla deserta piazza un bastone, una

pietra, una difesa qualunque: affrontava inerme, ma fermo e risoluto

l’ignoto avversario.

Giunsero insieme: e intanto che s’arrestava sulle quattro zampe, per

prendere la rincorsa e spiccare il salto sulla preda, Battista con una

mano agguantava il fanciullo, se lo buttava di dietro in modo di fargli

usbergo del suo corpo e riceveva egli stesso nel petto l’assalto della

belva.

Un pugno, rimbombante come una martellata, un pugno che avrebbe ucciso

di certo un uomo, accolse l’assalitore nel mezzo della fronte, e lo

rovesciò ruzzolando nella polvere. Allora Battista veduto l’avversario

atterrato, credette approfittare del lucido intervallo per chinarsi

ad afferrare un sasso che era a pochi palmi de’ suoi piedi. Fu la sua

perdita. Il lupo stordito, ma non impotente, inasprito della percossa,

ingagliardito dalla rabbia e dalla disperazione, nel momento stesso che

Battista erasi curvato replicò il salto su di lui, e conficcategli le

zanne sitibonde dentro la gola, vi restò furiosamente, mostruosamente

appeso.

L’atleta ottuagenario, vinto ma non domo, azzannò con la sua mano

poderosa la strozza dell’animale, e mentr’egli procombeva sotto la

mortale ferita, il suo avversario schizzava dagli occhi il furore e la

vita.

Intanto alcuni contadini fattisi cuore s’eran gettati alla lor volta

in soccorso del Santafiori: ma era tardi. Quando giunsero il lupo non

respirava più, ma Battista era morente. La notizia della tenzone era

corsa rapidamente a casa sua insieme a quella della catastrofe. Giorgio

sciaguratamente era ne’ campi e quando, richiamato, arrivò, il padre si

dibatteva nei rantoli dell’agonia.

Vi sono momenti che non si descrivono, dolori che superano la parola e

l’immaginazione, pei quali il sublime _nolo consolari quia non sunt_ di

Rachele sarebbe una espressione tuttavia impotente. Ma colui che seppe

di quanto religioso amore fosse quell’uomo in quella casa adorato,

— colui che conobbe di quale devota riconoscenza l’avesse circondato

per oltre trent’anni la donna che gli dovea la sua e la vita di suo

figlio, — colui che ha compreso il cuore di Giorgio tutto trasfuso

e immedesimato nel cuore di suo padre, — colui che può rompere il

terribile velo dell’avvenire preparato a una casa che ha perduto a un

tempo il capo, il cuore, la guida, il conforto, — chi ha contate tutte

le lacrime degli infelici ch’egli ha asciugate, — chi sa a mente tutte

le benedizioni dei poveri ch’egli ha beneficati, — chi sente tutto il

prezzo della virtù che si spegne, tutta la grandezza d’uno spirito che

rivola al suo cielo — chi può superare la terribile e sublime poesia

di quelle parole del martire dei martiri: «_Consumatum est_» — il

sacrifizio è consumato — venga qui, prenda la penna e scriva come si

pianse, si pregò, si patì ai piedi del letto di morte, su cui giaceva

Battista Santafiori.

La jugulare era spezzata; il medico aveva già scrollata la testa:

bisognava morire.

Ci fu a questa sentenza uno scoppio di singhiozzi. Battista si scosse,

chiamò collo sguardo — perocchè l’occhio d’un morente è d’arcano senso

dotato — tutti i suoi cari, e questi uno per uno, Rosalia poi Livia,

poi Giorgio, poi il piccolo Balilla, alcuni vecchi fedeli famigliari

infine; — tutti vennero a lui, accostarono la lor bocca alla sua bocca

e vi assorbirono l’ultimo bacio.

Battista sorrideva, ma quando gli condussero la madre del bambino

ch’egli aveva salvo dal lupo, la sua fronte s’illuminò di una gran

luce, aureola incontrastabile, suprema, divina che la schietta

riconoscenza di quella povera femminetta posava sul capo, tante volte

sputacchiato, del suo benefattore.

Un uomo picchiava alla porta nello stesso momento: era don Fulgenzio

che veniva ad offrire la sua ultima mediazione col cielo.

Battista chinò la testa come per dire: che venga. Don Fulgenzio entrò

pallido come una delle sue candele. Il cuore gli tremava; egli non

sapeva come parlare a quell’uomo che gli avevano dipinto per eretico, e

di cui pure sentiva tanto rispetto.

Però si fece coraggio e chiese agli altri di allontanarsi. Battista

fece cenno di no e tutti restarono.

— Non ho niente da nascondere — disse il morente con voce semispenta

e trascinando le parole. Vorrei solo che chiedeste perdono per me

a quelli che ho offesi.... Grazie della vostra premura.... Se verrà

giorno in cui insegnerete che il paradiso è nella propria coscienza e

che tutta la religione è in una parola: il dovere.... io dirò ai miei

figliuoli di seguitarvi.... Giorgio.... Miche.... Ah! — E l’ultimo suo

pensiero fuggì involato dalla morte nel seno dell’eternità.

La famiglia stette tutto quel giorno a contemplarlo in silenzio come le

donne di Galilea contemplarono un altro giusto ai piedi di un patibolo.

Ed oh quale fantastica e dolorosa visione!

Di quando in quando pareva che le labbra del trapassato stessero

per aprirsi ad un ultimo addio — dei chiarori improvvisi brillavano

attraverso il cristallo appannato delle sue pupille, e si sarebbe

detto che l’anima tornasse a visitare il suo frale per riaccendervi

un’altra fiata la vita. — Ora erano le scene epiche e svariate della

sua odissea che sfilavano sul suo fronte, — ora il cantico delle sue

virtù echeggiava per la mortuaria dimora, — ora le ombre di grandi

uomini a cui egli avea preparata la gloria e l’immortalità, scendevano

a prenderlo per mano e lo guidavano alle loro sfere luminose dove era

fatto partecipe delle loro apoteosi.

Tale fu per tutto quel giorno la fantasmagoria di quella vedova e di

quegli orfani, intraducibile per chiunque non ha provato a meditare

accanto alla bara d’una cara persona nel silenzio della notte, faccia a

faccia colla certezza della morte e col mistero del cielo.

Ma l’ira degli uomini dovea raggiungerlo oltre la tomba e forse, chi

sa, perseguitarlo nella sua progenie.

Don Fulgenzio, più per paura di castighi spirituali che per animo

maligno, corse a raccontare a Don Spiridione il caso della sua visita

in _articulo mortis_. Disse le ultime parole del defunto, e narrò che

era morto senza confessione e ripudiando la santa religione cattolico

romana. Sapevasi inoltre che non si era mai presentato alla chiesa

e tenevasi da tutti per un luterano. Ora che fare? seppellirlo in

luogo sacro non potevasi, e sarebbe stato uno scandalo pei fedeli, ed

un tirarsi addosso tutte le censure ecclesiastiche — non seppellirlo

era confessare di non aver saputo convertire un miscredente, e di più

toccava il dolore di vedersi in parocchia una tomba protestante!

— Ah, che fare! che fare! — sospirava il povero Don Fulgenzio,

prevedendo che ei farebbe almeno una indigestione.

Don Spiridione fu per rifiutare la sepoltura — il sindaco se ne lavò le

mani — ma radunato il consiglio ecumenico della parrocchia, cioè oltre

i due preti, i fabbricieri, i priori della dottrina cristiana, ecc., fu

deciso di interpellare immediatamente l’ordinario e di aspettare la sua

decisione.

E la decisione venne all’indomani ed era: «Si escluda da luogo

consacrato».

Il consiglio ecumenico era di diviso parere, ma nelle tenebre avreste

veduto la livida faccia d’Arena sogghignare come Mefistofele alle

spalle di Margherita.

Ci fu un po’ d’imbarazzo e di esitazione per dare la nuova a Giorgio,

che oramai riguardavasi come il capo della casa, e si pensò alla

scappatoia d’una lettera.

I Santafiori in generale stupirono, ma non si addolorarono a

quest’annunzio; solo la povera Livia ne ebbe le convulsioni e Giorgio

rispose:

«Signor Arciprete,

«Mio padre soleva dirmi che è benedetto ogni angolo di terra dove

si compie una buona azione; credo perciò che tutto il mondo sia

degna tomba per lui. Se la nostra famiglia poteva desiderare che

egli fosse seppellito nel campo santo comune, non era già per

vederlo in morte entrare in grembo a quella Chiesa alla quale in

vita non aveva creduto, ma perchè ci sembrava che la compagnia

degli uomini che aveva beneficati lo dovesse consolare anche

dentro la fossa. Voi scagliate l’anatema, ma esso non raggiunge

il suo spirito più che non commuova la nostra curiosità. Quanto

a me, signor arciprete, da un anno era nel dubbio religioso e il

mio cuore cercava tormentosamente una fede. Le dico però d’aver

fatto fin da questo momento il voto di non appartenere mai ad una

religione che non perdona nemmeno agli estinti.

«15 febbraio 1817.

«GIORGIO SANTAFIORI».

La sera stessa furono fatti i funerali di Battista, senza corteo, senza

ceri, senza canti, di soppiatto, alla muta, come le esequie d’un ladro

«Che lasciò sul patibolo i delitti».

Giorgio avea scavato nell’angolo di una boscaglia attinente alla

_Calandrina_ una fossa profonda, vi area piantati giovani cipressi

e salici piangenti, e per difenderla dalle ingiurie del passeggiero,

ricinta d’una barriera di mirto e d’albospine. Apprestato il tumulo

egli stesso volle calarvi la bara di suo padre, mentre la madre e i

fratelli la spruzzavano di terra recente, umida delle loro lagrime e

consacrata dal loro dolore. Fatto ciò, mentre la candida vela della

luna viaggiava tranquillamente per lo stellato firmamento, e la terra

obbliosa dormiva nel suo notturno lenzuolo, i pietosi s’assisero come

le iliache donne intorno al sacrato ascoltando le infinite voci del

sepolcro e riannodando a poco a poco le pagine monumentali di quella

vita che era stata tutta un olocausto a cui s’aspettava per sua sola

epigrafe lapidaria «il dovere».

XX.

DUELLO DELLA PASSIONE.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 8 / 9 段