La tomba di Battista era schifata. Nessuno avrebbe osato attraversare

di notte la boscaglia accanto a quei cipressi che forse erano asilo

di spettri infernali, e chi fosse costrette a passarvi col sole,

giunto innanzi al terreno maledetto, accelerava il passo, stornava

gli occhi e borbottava tremando la giaculatoria al suo santo. C’era

naturalmente chi alimentava quei terrori e ne faceva suo pro; laonde

all’Omelia domenicale di Don Spiridione non mancava mai la sua salsetta

di allusioni «all’eretico», le quali poi interpretate e commentate dal

satellizio del sindaco cavaliere, perpetuavano nel villaggio i rancori

dell’intolleranza religiosa. In taluni men guasti o men arrabbiati la

memoria del sagrificio che avea chiusa la generosa vita del Santafiori

era più forte della sua creduta dannazione; ma non per questo nessun

di loro aveva in pubblico il coraggio di dire il suo sentimento,

e se aveva a parlare a Rosalia, si guardava prima d’attorno, e

se incontrava Giorgio, o fingeva non vederlo, o lo salutava con

un’amiccatina d’occhi, e dritto. Metà dei lavoratori della _Calandrina_

si licenziarono, l’altra metà credevano in tutta coscienza d’aver fatta

una transizioncella con _Belzebù_! dalla quale forse nemmen un secolo

d’_indulgenza_ li avrebbe potuti liberare.

Il maggior vuoto lo provarono i poveri, ma ahimè! più nella bisaccia

che nel cuore. Essi perciò largirono senza paura e senza ritegno i

lor _Deprofundis_ al morto nella speranza di commuovere il vivo; ma

sebbene Rosalia e Giorgio continuassero alla meglio la caritatevole

tradizione della casa, a coloro non pareva ancora di tirare tutto

il profitto dell’abbondante suffragio delle loro preghiere. Era una

esigenza ladra certamente, ma se non si scusa si spiega forse col modo

con cui la beneficenza era esercitata prima e dopo la morte del padre.

Battista aveva il vero genio della carità e sapeva non solo provvedere

ma prevedere e alleggerire l’onta — a tutti grave — della limosina

con parole e affetti di cui egli solo possedeva il segreto. Giorgio

era, prima d’ogni cosa, giovanissimo e soggetto alle impazienze e agli

impeti dell’età; poi era uomo, come suol dirsi odiernamente con una

parola tanto adoperata e riverita, _più positivo_.

L’Arena, al fato del Santafiori gioì tutto, ma non seppe, malgrado la

vecchia arte, abbastanza contenersi, e si lasciò ire al satanico gesto

di inviare, con una lettera di cordoglio alla vedova, il vile prezzo

del lupo ucciso che l’editto famoso accordava a suo marito. Rosalia

dovette gettarsi alle ginocchia di suo figlio che voleva strozzare lo

sfrontato donatore.

Ciò che invece il sindaco cavaliere continuò a celare fu di possedere

le cambiali del padre. — Se essi possono pagarle — rimuginava talvolta

fra sè — la _Calandrina_ mi sfugge! — Perciò aspettava dando di quando

in quando un’occhiata a quei due o tre pezzi di carta, come un generale

che medita un assalto ai magazzini delle sue munizioni.

Quanto a Michele, udito il caso del padrino, sia che un improvviso

raggio di emozione fosse penetrato nella sua anima fino allora opaca,

sia che avesse temuto per la sicurezza della sua pensione, o per l’una

e l’altra causa insieme, il fatto sta che egli scrisse come seppe

una lettera amorosa a sua madre, annunziandole che avrebbe chiesto un

congedo temporario per venirla a visitare ed abbracciarla teneramente.

E la credula madre — qual’è quella che nol sia? — pianse sulla lettera

lagrime di gioia e sperò che il cielo la volesse ricompensata della

perdita del marito restituendole il cuore d’un figliuolo.

Risposegli le cose più affettuose, e come la legge imponevale un

_curatore_ pe’ figli di cui essa era tutrice, così partecipogli che

aveva scelto lui stesso nanti il tribunale. Essa però non tardò a

rinunziare alla speranza, come Michele aveva tosto rinunziato alla

tenerezza che fugacemente era venuta a visitarlo nella sua imbecille ed

eunuca esistenza.

Una persona sopra ogni altra aveva inteso e condiviso l’alto dolore

della perdita dei Santafiori; una persona che già pei vincoli

dell’affetto era legata al loro destino ed apparteneva alla lor

famiglia; vogliam dire Giusta.

Abbiam già detto che la fanciulla non aveva scoperto il genio segreto

ed appiattato del suo cuore, se non quando, sorpresa da Giorgio nella

foresta, aveva accettato la sua guida per rintracciare la via. Da

allora essa capì che cosa fosse veramente quel turbamento arcano che

l’assaliva ogni qualvolta udiva suonare al suo orecchio il nome del

giovinetto e s’abbatteva per avventura nei suoi passi. Da allora seppe

che quella attrazione invincibile che la forzava a seguitare da lungi

le peripezie e ad ammirare la fortezza e la virtù era un sentimento

tutto affatto diverso dai comuni, sentimento che non era amicizia o

stima o carità soltanto, ma affetto nuovo, indefinibile, prepotente,

che tutte le ore la invasava, che le popolava di vaghi sogni la notte,

e di profondi pensieri il giorno, sentimento che le pareva fatale,

contro cui, pur volendolo, essa non avrebbe saputo lottare, dal quale

s’aspettava molti tormenti, è vero, ma che appunto per ciò le tornava

più caro; sentimento, infine, che era amore, amore per Giorgio.

Però da quella sera dell’incontro, fino al giorno che la morte picchiò

alla casa dei Santafiori, la giovinetta e vide e parlò qualche volta

al giovane, a cui s’era anteriormente sacrata, senza che mai nè essa

lasciasse tralucere un solo lampo della fiamma che dentro la bruciava,

nè Giorgio cercasse con un solo atto innocente di farla divampare.

L’affetto di Giorgio era sbocciato più tardi e cresciuto più presto.

In lui c’era un po’ della natura dello elettrico, e bastava il più

breve strofinamento per strappargli la scintilla. Egli aveva spesse

volte veduta Giusta, l’aveva anche adocchiata, s’era detto spesse volte

«ch’era una simpatica creatura», ma d’amore vero mai nè un presagio, nè

un proposito.

Fu proprio quando egli si trovò solo, perduto nel deserto con la

giovinetta; quando osservò più davvicino le sue forme e respirò l’alito

del suo seno; quando vide il virile atteggiamento di quella persona,

che pur aveva la pudica compostezza di Beatrice; quando udì, infine, il

nuovo miracolo gentile di quella voce profferire con tanta semplicità

e tanto intenerimento: «Ve ne ringrazio con tutto il mio cuore»; allora

sentì l’interior vulcano dell’anima sua rivoltolarsi e montare; allora

amò come se l’avesse agognata e perseguita da dieci anni d’un amore

profondo e già antico.

Ma quanto fu subitanea la esplosione, altrettanto fu virile la

compressione. Giorgio fece tutto all’opposto di Giusta, e mentre questa

si lasciava portar via dalla corrente del suo affetto, senz’altra

sponda che il suo virgineo candore, il garzone durava la lotta più

ostinata per domare la sua passione e soffocarla.

Qui non ci facciamo ad affermare un’eccezione che parrà strana, ma che

non è men vera, ed è che Giorgio amava meglio dubitare sui sentimenti

di Giusta che sapere la verità. Perciò tutte le volte che aveala

scontrata, o l’avea sfuggita, o si era chiuso in un silenzio cui non

mancava proprio nulla per essere zotico e scortese.

Giusta, per converso, aveva letto nella propria l’anima del giovine,

e tutta la misteriosa battaglia ch’egli tentava celare era a lei

manifesta. Onde se ne tormentava, non già perchè a lei premesse

il volgare trionfo di strappare dal labbro stesso dell’amante la

confessione della sua sconfitta, ma perchè dubitava che il giovine

in quel conflitto soffrisse e aggiungesse volontariamente un altro

tribolo ai tanti che seminavano il tramite doloroso della sua giovine

esistenza.

Giorgio inoltre aveva una ragione possente per tacere alla fanciulla

i sentimenti del suo cuore, e se la ridiceva sovente: «Se essa li

accetta, povero e disgraziato qual sono, avvolgo nel mio lugubre

destino la sua vita inconscia e tranquilla. Se li rifiuta, ne riceverei

tal piaga nel cuore, che il morire sarebbe per me il danno minore».

Durante questo duello secreto della passione Battista soccombette.

La di lui morte, oltre all’influsso diretto che ebbe sulle sorti di

Giorgio e della sua causa, ne ebbe una possente e decisiva sopra il suo

cuore.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE

Storia di questo libro. Pag. 5

PARTE PRIMA: IL PADRE

I. Odissea d’un giusto. 9

II. Il capitano Gordiglia. 15

III. Presagi di rivoluzione. 26

IV. Il terrore nero. 34

V. Ritorno in patria. 42

VI. Aborto morale. 48

VII. Mercato. 54

VIII. Con e senza corazza. 62

IX. Spettacolo al villaggio. 68

X. L’arrivo. 76

XI. Quod superest pauperibus. 82

XII. Chi era Salomone Arena?... 88

XIII. La famiglia del sindaco cavaliere. 104

XIV. Giusta. 110

XV. L’incontro. 117

XVI. Episodi. 120

XVII. La benedizione del tempo. 130

XVIII. Giorgio. 136

XIX. Uno dei prelodati lupi. 143

XX. Duello della passione. 154

NOTE:

[1] «V’è un fiume nel seno dei mari». Opinione di Maury.

[2] Trattato di Compiègne, 15 maggio 1768.

[3] _Massa_, nome dato ai padroni dai negri delle Antille.

[4] Monti.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è

stato inserito un indice a fine volume.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 9 / 9 段