I contadini che non capivano il beneficio della mutua associazione, e

che erano, come al solito, tigne, avrebbero amato meglio mettersi in

tasca i dieci soldi; ma poichè pareva quasi impossibile ad averli, si

contentarono per allora anche della proposta di Ballista, e...

— Così sia — disse Marco l’arringatore, — che siate benedetto; il

Signore vi aiuterà.

Come noi non scriviamo solo un romanzo, ma una storia, dobbiamo anche

registrare che i contadini da quel giorno si fecero uno scrupoloso

dovere di lavorare meno di prima e di truffare al padrone i dieci soldi

quotidiani ch’egli aveva loro bonariamente accordati.

Già da molti giorni il fiume ingrossava e rodeva. — Il nemico s’avanza

— dicevano i guardia-rive — messer Po ci minaccia una delle sue

passeggiate... Chi ha roba la salvi — e attenti ai bestiami.

Un acquazzone, scatenatosi in una notte di dicembre, fu decisivo.

Il fiume s’ingojò la riva, superò l’argine e dilagò, travolgendo e

schiantando tutto quanto s’opponeva alla sua corsa per la circostante

campagna. Per fortuna che i ripuari erano all’erta e che tutto il più

prezioso, granaglie e mandre, era trasportato lontano e al sicuro.

Le case propinque alla riva erano le più esposte all’invasione

delle acque e i pigri che vi si fossero addormentati sarebbero stati

inevitabilmente perduti se un uomo non avesse vegliato per loro.

Battista aveva coi venti e coll’acqua la famigliarità d’un marinaio.

Egli aveva preveduto la pioggia; e vedutala capi che l’innondazione

sovrastava inevitabile.

— Svegliati, Giorgio — disse a suo figlio — vieni con me al fiume, vi

sarà forse qualche cosa da fare; prenditi delle corde e un’ascia.

E giunti presso agli argini si misero a picchiare alle porte delle

capanne seminate qua e là, per avvertire gli abitatori che lo

straripamento era imminente e che non indugiassero a mettersi in salvo.

Chi s’alzò, chi seguì il consiglio, chi voltò il fianco borbottando

«che non importava e che la Madonna li avrebbe aiutati». Eran di

quella misera gente, cui il morire non caleva più nulla, o ignoranti

abbrutiti, cui la stolta e iniqua dottrina del quietismo cattolico

aveva appreso l’ozio e la infingarda aspettazione del paradiso, sotto

pretesto che i beni della vita futura erano tanto più certi quanto più

deliberato era il distacco da quelli della presente.

Battista non s’era acquetato alla costoro risposta, e s’era già accinto

ad abbattere la porta per trarli di là se fosse d’uopo anche a forza;

ma intanto le acque erano montate e in meno che non si dice avevano

valicato i primi terreni, abbattute le prime case, e persino avvolti

nella correntia, le due sentinelle notturne, padre e figlio Santafiori.

Eran però nuotatori entrambi invincibili, e Battista malgrado i suoi

ottant’anni non aveva ancora perduto il diritto al soprannome di

_Murena_.

Nel punto istesso che l’acqua li soperchiava avevan visto sparire

nei gorghi anche la capanna cui avevano bussato e compresero che non

v’era un minuto da perdere. Si slanciarono a nuoto nella direzione del

pericolo e nel fosco della notte scorsero galleggiare poi disparire

umane forme. Affrettarono il corso; e a forza di petto e di braccia

trasportarono i sommersi verso le parti più alte dove l’acqua non

giungeva al ginocchio. Altri pietosi davano altri soccorsi ai salvati.

E di nuovo Battista e Giorgio tornarono all’opera, e tutto quanto potè

afferrare il loro braccio fu salvo.

Passato il flagello, i nomi di Battista e di Giorgio volarono per tutti

i dintorni e fin sulle gazzette, ma in molti petti non destarono che

un’invida ammirazione o, peggio ancora, un odio implacabile. Pochi

si commossero e sinceramente ammirarono: fra quei pochi la gentile

fantasia di una fanciulla a noi nota. Giusta Arena doveva ordire su

quei nomi e quell’opera il suo primo, il suo unico romanzo d’amore.

Il più inviperito di tutti invece, e lo si indovina, era Salomone

Arena. Egli vedeva nella popolarità che Battista veniva acquistando

una concorrenza fastidiosa alla sua, e non tralasciava più sordamente

che gli era possibile di limitare per di sotto la nuova reputazione che

veniva sorgendo in paese.

L’izza di Salomone contro Battista originò dalla _Calandrina_, una

magnifica tenuta di oltre 1000 iugeri di terreno, che detratta

ogni spesa fruttava al Santafiori (il quale però la coltivava

senza sparagno) le sue quattromila lire nette, somma sulla quale

l’affittaiuolo doveva pagare la pensione a Michele, esercitare la

beneficenza e vivere. L’Arena però aveva contato, pagando d’affitto

solo dodicimila lire, lavorandola a economia e a strascico, mettendoci

dentro metà dei contadini delle altre sue campagne, e strozzando il

salario all’altra metà, di cavarne almeno almeno le sue diecimila

lirette suonanti. Gli capitò fra i piedi Battista Santafiori che aveva

dei grilli d’onestà, e che credette di poter offerire quindici mila

lire, onde gli fu deliberata. _Inde irae._ Il sindaco cavaliere non

perdonò più al filantropo affittuale di avergli rubato il boccone dal

piatto, e se la tenne legata al dito per tutta la vita.

Intanto che Battista faceva il bene, il sinedrio della spezieria

continuava a dire e seminare il male. Il piccolo Frustadenti era il più

viperino; veniva seconda sua moglie, gli altri in coda. Il povero Romeo

si sforzava è vero di introdurre il suo mitigante intercalare «salvo

gli errori del popolo» ma gli era come soffiare aria fresca sopra un

cauterio. Dietro la tela potevasi scorgere l’ombra di Salomone Arena

che maneggiava i fili e suggeriva, non visto, le parole.

Quando si seppe dell’associazione che Battista aveva tentato iniziare

fra i suoi lavoranti, ci fu chi disse «che egli capitalizzava il sudore

dei poveri»; e quando si seppe il regalo che aveva mandato ai poveri

della terra, e lo si vide cogliere i baciamani del popolino a ogni

tratto di strada; — «La farina del diavolo va in crusca — gridava il

Frustadenti. — Fa la carità e non paga i debiti, fa la carità e non va

a messa, fa la carità ed è nemico della religione e dei ministri, fa

la carità e medita trame incendiarie contro il Sovrano, fa la carità

_coram populo_ e in privato nega un soldo alla sua parocchia ed alla

costruzione del suo tempio».

È infatti a sapersi che una volta il curato don Spiridione, che era

il _factotum_ della pieve giacchè l’arciprete Don Fulgenzio schivava i

fastidii, presentatosi in casa Santafiori per chiedere l’elemosina per

la fabbrica della Chiesa, vi fu accolto con queste parole:

— Io rispetto assai la vostra chiesa, ma non ho denari per essa.

Se potessi adoprarmi a un po’ di bene metterei la mia offerta

direttamente in mano ai poveri e senza distinzione di sottana, di

colore o di mestiere. A quel che pare voi siete comodo; però se un

giorno conosceste il bisogno fate capitale su di me. Ma la vostra

chiesa, scusatemi, non ha bisogno di nulla, e trovo che al villaggio

farebbe assai meglio un ospedale od una scuola. Che i fedeli amino

avere un luogo decente in cui raccogliersi a pregare lo comprendo;

che lo vogliano trasmutare in un museo di belle arti, questo non mi

entra, e s’anco fossi credente non avrei tanta devozione per ciò. A

me pare, il luogo dove si va a pensare a Dio debba essere austero.

Voi altri a forza di riempire le chiese d’immagini vi siete messi ad

adorare queste in luogo di Dio e siete caduti in una idolatria forse

peggiore di quella che Cristo ha rovesciata. Queste cose le dico a voi

che siete sacerdote e che dovete avere salda fede, nè potete esserne

scandolezzato, fuori non mi udrete dire un motto su questi argomenti.

Nella mia famiglia ognuno crede a quel Dio che la coscienza rivela.

Mia moglie è protestante e legge la Bibbia, mia figlia è cattolica e

credo sia vostra penitente; Giorgio dubita e pensa, e Balilla sarà quel

che vorrà. Io fui cattolico per l’acqua del battesimo, ma capirete che

nel fare il giro del mondo ho veduto troppe religioni, troppi mercati,

e troppi mercanti, perchè io possa più credere a nessuno. Ciò vi farà

orrore, caro signor curato, ma supponete di aver udito una confessione

generale. Capirete però che a ottant’anni, assolto o no, non sarei più

a tempo nemmeno a pentirmi... Oh vedo che la zuppa fuma; volete sedervi

con me, signor curato?... divideremo da fratelli.

Il curato esitò; era incerto se pronunziare la scomunica maggiore

contro il dannato o accettare la zuppa; dopo riflessione, e odorato il

profumo appetitoso che scappava dalla cucina, opinò per la zuppa e le

fece onore.

Don Spiridione però aveva bevuto nel secchio della Samaritana, ma non

le aveva promesso il regno dei Cieli. Appena uscito dai Santafiori,

corse come un procaccino a propalare per tutto il paese il rifiuto

di Battista e l’eresiaco discorso. Ed è superfluo il dire che il

reverendo, riscaldato un poco dal _nebiolo_ che l’ospite generoso avea

sturacciato per lui, esagerò e ingrossò fino a dire che «in China aveva

messi alla tortura dei padri gesuiti, e che meditava la propaganda d’un

nuovo scisma ancora più idolatra di quello di Fozio e di Melantone».

La terra a tale annunzio si sommosse; le donnolette sgambettavano

alla chiesa per mettersi in grazia di Dio e scongiurare il demonio;

il povero Don Fulgenzio ebbe il rompicapo di esporre il _Santissimo_;

un attruppamento di villani si formò dinanzi alla casa di Battista,

urlando all’eretico, scaraventando ciottoli nei vetri e minacciando

sfondare il portone. L’assemblea di Romeo s’era dichiarata in seduta

permanente, e il sindaco si sentì costretto di uscire dal suo studiato

riserbo e di parlare all’orecchio del maresciallo Malagana.

E pare che il resultato del dialogo fosse stato codesto: «che l’arma

_benemerita_ avrebbe fatto una visita all’abitazione del nominato

Battista Santafiori, sospetto di segreta corrispondenza coi framassoni

e protestanti». Questa misura non aveva in quei tempi bisogno di

giustificazione veruna; il beneplacito dei carabinieri era legge, e il

_buon governo_, cioè la polizia, non aveva conti da rendere a nessun

tribunale, tranne che ai governatori militari. La macchia d’eresia

d’altronde era ragione più che legittima per essere tradotto issofatto

in prigione; figuratevi poi una _semplice_ visita domiciliare.

La _perquisizione_, per dirla col gergo poliziesco, fu consumata a

mezzanotte con la ben nota delicatezza e cortesia che suole esser

messa in siffatte imprese, scombussolando naturalmente tutta la casa,

svegliando brutalmente le donne e non trovando, come d’ordinario,

nulla.

Però Battista fu astretto a seguitare la _benemerita_, condotto il dì

appresso dal governatore della provincia, e dopo quindici giorni di

andirivieni, di minacce e di vessazioni, rimandato a casa, sottoposto

alla speciale sorveglianza del _buon governo_ e col _precetto_ sulle

spalle. Il vecchio le aveva è vero scrollate; la famiglia stessa

n’era rimasta più stordita che spaventata, e la sola Livia, credente e

timida, n’avea tocchi più giorni di patema.

Giorgio invece mandava fiamme e giurava di prendere pel collarino il

prete scellerato. Battista l’udì e lo calmò così:

— Il torto è mio che non avrei dovuto contare certe cose. Però quando

vuoi dividere la metà della tua zuppa con alcuno, non esitare mai,

foss’anco un prete.

Passata codesta burrasca ne capitò un’altra.

XVII.

LA BENEDIZIONE DEL TEMPO.

In sul cadere di una caldissima giornata di luglio, un temporale

accumulavasi sopra la nostra terricciuola. Udivasi da lungi il

brontolar cupo del tuono, due nuvoloni da tramontana, color piombo,

montavano insieme dall’orizzonte finchè incontratisi non formarono che

una sola e nera massa di vapore, l’aria era afosa e pesante, le rondini

radevano il suolo coll’ala, le cavalle stupite tendevano la testa

ad odorar l’acre profumo dei fiori e dei cespugli; e nembi d’insetti

scendevano nelle più basse regioni dell’aria involandosi al freddo che

li incalzava nell’alto.

In meno di un’ora il temporale sarebbe scoppiato nel paese. I

mietitori lasciavano i solchi e correvano a salti verso le case; le

massaie superstiziose spiccavano dalla parete il ramoscello d’olivo

pasquale, e ne bruciavano la fronda miracolosa in faccia al nembo, per

scongiurarlo.

Oltre agli scongiuri particolari, di casa in casa, c’erano quelli

generali che faceva la chiesa e de’ quali era affidata la direzione

e la responsabilità al curato don Spiridione, la cui riputazione di

invincibile esorcizzatore correva per miglia e miglia all’ingiro e gli

fruttava non iscarso frutto di decime, di privilegi e di rispetto.

Appena il turbine s’annunziava, egli aveva dovere di mandar tosto il

campanaro a dar di picchio nella campana maggiore, la quale doveva

continuare il lugubre rintocco fino a che la collera del cielo non

fosse placata. Intanto egli doveva uscire sotto l’atrio della chiesa

colla miracolosa reliquia che conteneva un pezzo della _greppia_

di _Betlemme_ e con essa trinciar crocioni per aria, interpolare le

litanie a mistiche parole ch’egli solo sapea, e costringere i demoni

che ululavano nell’aria a cedere il campo.

Il lettore ne avrà vedute o udite narrare molte di codeste scene; però

il più mirabile si era che don Spiridione non doveva già ricacciare gli

spiriti maligni nelle loro sedi infernali, ma confinarli in qualche

prossima terra; perchè potessero a loro agio satisfare sul campo del

vicino la loro rabbia devastatrice. Caina carità del prossimo!

La campana adunque martellava; don Spiridione in stola e cotta, con

gli occhi sbarrati fuori dell’orbita, colla bocca bavosa, con orribili

contrazioni di labbra e di vene, agitando a manca ed a dritta la

taumaturga reliquia, battagliava già da oltre mezz’ora contro il

temporale, ma questi faceva orecchio di mercante, se n’infischiava

degli esorcismi e si avanzava. In breve la nube scrosciò, s’aperse,

e lasciò cadere proprio a perpendicolo sulla campagna di S... una

grandine così fitta e così grossa che poteva proprio ritenersi

per infernale. Cascò egualmente sui palazzotti e sulle casipole, e

percosse, senza un miccino di rispetto per nostro Signore, fin le

invetriate della sua chiesa. E vi fu anche il complemento del fulmine,

il quale attratto dalla cima maggiore del campanile e trovata una via

conduttrice nelle corde delle campane, colpì il misero sacristano nel

bel mezzo del corpo e lo incenerì.

Al saettar della folgore, Spiridione, perduta ogni fede nella

_greppia_, fuggì a gambe levate in stola com’era, e lasciò sole le sue

pecorelle nel cimento col cielo.

Ma all’apparir dell’arco baleno il miserando caso del campanaro fu

noto; il campanile apparve scimato, i colti falcidiati e «tutto perchè

il curato esorcizzatore avea abbandonato il suo posto». L’ira popolare

era in bollore: un altro temporale ben più fiero del primo sovrastava

al male avventurato Spiridione. Il contadiname raccoltosi in folla

sulla piazza cominciò a sbraitare che se la grandine era caduta era

colpa del prete; che se il sagrestano era ucciso, era perchè il prete

non sapeva più maneggiare la reliquia, che doveva essere in disgrazia

di Dio e forse d’intesa con Satana in persona.

— Bisogna scacciarlo — gridava uno.

— Bisogna dargli fuoco alla casa — esclamava un secondo.

— È lui stesso che la deve pagare — urlava un terzo brandendo un enorme

bastone.

E l’atto fu interpretato, sancito ed eseguito. La folla, più aizzata

dalla sordida rabbia pel danno patito che briaca di un superstizioso

terrore almeno sincero, si scaraventò sulla casa del curato, in un

attimo fè balzare le sbarre, si precipitò dentro, cercò, frugò, di

su, di giù, di qua, di là per tutte le stanze, per tutte le tane della

casa: nulla. Il prete per orti e per vigneti era scampato.

Dove?...

Non ci vuol molto a capirla: nella casa di Battista.

E la capirono subito anche i villani. E allora il fiotto, come

governato da un vento opposto, via furiosamente verso la casa di

Santafiori.

— Ah? — diceva ii caporione della turba — ah! il signor curato si

rifugia in casa dell’eretico.... È il momento di fare un falò di tutti

due.

E s’apprestavano ad abbattere anche quella seconda porta, quando il

portello si aprì e Battista si presentò sulla soglia.

— Morte a don Spiridione — morte all’indemoniato!... Siamo stufi di

stregoni nel paese.

— Il curato non l’avrete se non passando sul mio corpo — fece il

vecchio con voce ferma e secca, fissando il suo occhio calmo e profondo

sopra i suoi assedianti, i quali s’arrestarono compresi forse da

un duplice sentimento di paura e di venerazione. — Il curato si è

ricoverato in casa mia; voi non potete pretendere ch’io tradisca il

dovere d’asilo e che commetta la viltà di consegnarvelo. — Egli è per

me più colpevole che per voi stessi perchè vi ha ingannati sopra una

virtù che non poteva avere. Ma voi siete ancora più colpevoli di lui

che l’avete incoraggiato ad ingannarvi e minacciandolo per giunta se

nol faceva! Fate senno, miei cari. Credete forse che Colui che invia

il sole e la tempesta, che comanda a quei due grandi mondi che nessuno

conoscerà mai per intero, il cielo e l’oceano, credete che indietreggi

perchè un curato nel fondo d’una campagna gli avrà insolentemente

mostrato un pezzo di legno, o fatte le fiche con un cencio creduto

miracoloso? Dite su: se mostraste i vostri _Agnus Dei_ all’esattore

del re, quando viene per portarvi via l’ultima pentola o l’ultimo

scudo, credete forse ch’egli si arresterebbe? E volete che Dio sia

men loico d’un gabellotto?... E che faceva don Spiridione? Comandava

alla gragnuola di cadere nei campi del vicino a devastare i frutti del

prossimo vostro. Professate la legge evangelica «non fate ad altri

quello che non vorreste fatto a voi stesso»; e la osservate così?

Vergogna! Se la grandine è caduta è la sua stagione.... è un danno, lo

so, ed io ne piango per me, e pei poverelli che l’avranno sofferta; ma

se c’è alcuno che se la possa prendere coll’elettricità, coi venti,

o colla pioggia che si congela prima di toccare la terra, si faccia

avanti. Il povero campanaro è morto ed è una grossa disgrazia; ma chi

vi ha ficcato in testa che sbatacchiando una campana, che è fatta credo

per chiamarvi in chiesa, il temporale scappi via?

«C’è chi pensa invece che anche lo scampanellìo ecciti lo scoppio

dell’elettricità, ma non è ben certo.... Ad ogni modo sapete quel che

è successo? È successo che l’elettrico delle nubi ha trovato fra il

suolo e sè stesso la vetta del campanile ed ha esploso là piuttosto

che altrove; così avrebbe fatto sopra un albero se fosse stato vicino

e più alto. Son leggi naturali che nessuno può mutare, miei figliuoli.

Siate ragionevoli. O che il curato, se avesse potuto, non avrebbe

volentieri cacciato il temporale? Non ci aveva egli tutto a guadagnare

e nulla a perdere? Oggi che ha fallito non ha forse compromessa la

riputazione del mestiere? Credete a me; se avete fede nella religione

non adopratela mai contro le leggi della natura, che son le leggi di

Dio».

Fosse la voce, fosse l’aspetto, fossero le buone ragioni del discorso,

o che la prima ira fosse svampata, o che i ricordi delle buone azioni

di Battista ripigliassero il sopravvento, il fatto sta che quella

gente, mezzo convinta e mezzo commossa, bassò la testa, mise la coda

fra le gambe, come il branco di segugi di cui si parla nei _Promessi

Sposi_, e si ritirò di là borbottando più cose, ma concludendo «che

Battista aveva ragione, e che il curato era un furfante lo stesso».

V’è, l’abbiamo osservato più volte, maggior rettitudine e generosità

nelle moltitudini che negli individui. La coscienza collettiva, come

oggi suol dirsi, è migliore che l’individuale, e mentre la storia

dell’umanità illumina la marcia trionfale del progresso e della

civiltà, la storia degli individui si offusca ogni tratto colle

turpezze della materia e colle rabbie cruenti dell’egoismo.

XVIII.

GIORGIO.

Non v’è mai capitato, lettor mio, d’avere un lepido nonno; o il nonno

non vi ha mai contato un epigramma famoso a’ suoi tempi, proibito

dall’indice e dal codice e che non era prudente il ripetere se non in

brigata d’amici e fra quattro mura? Se sì, vi ricorderete pure questi

sei versi, che per essere sbagliati non son meno arguti:

L’altissimo di lassù

Ci manda la tempesta;

L’altissimo di quaggiù

Ci toglie quel che resta.

E in mezzo a due altissimi

Noi siamo poverissimi.

Ora questo epigramma dev’essere stato fatto apposta da qualche

popolesco Giovenale per la fame del 1816; che se no, le si potrà a

tutta ragione appioppare. Infatti non si era mai veduta più stretta

congiura fra il regno del Cielo e quello della terra, per rendere

canino e intollerabile un flagello che forse con una pioggia di più

e un editto regio di meno si sarebbe potuto cansare. Le vittime avean

un bel studiarsi coi Tridui per muovere a compassione l’Altissimo di

lassù, e colle petizioni l’altissimo di quaggiù, fiato sciupato. I due

Altissimi facevano il sordo e la carestia pigliavasene acconto anche

sul 1817.

E, fuor di scherzo, fu una batosta seria. Il villaggio di S....

non andò naturalmente illeso dalla comune sventura, nè mancò

alle processioni ed alle novene, ma per esso la disgrazia fu

proporzionalmente minore, perocchè sebbene sbattuto dalla grandine,

e tempo prima dell’alluvione, col fertile suolo e copiose acque avea

potuto neutralizzare la causa prima del flagello: la siccità. Se

adunque gridavasi a poche migliaia d’intorno: «Pane e farina» i ripuari

del Po potevano per quell’anno essere chiamati i granai dello Stato.

Però il cuore generoso di Battista sentì subitamente quale ufficio

s’aspettasse a un onesto uomo in mezzo alla sventura pubblica, così

come il cuore nero e sozzo di Salomone Arena aveagli rivelato qual

vantaggio potesse tirarne per sè e per la sua fortuna.

E mentre questi otteneva dalla regina Maria Teresa libertà piena di

vendere il suo grano come voleva e impunità assoluta delle leggi,

Battista faceva annunziare sui mercati ch’egli poteva cedere 500

moggia di cereali al prezzo corrente, apriva la sua porta a quanti

vi picchiavano per un tozzo di pane, e limitava ancora più il suo

desinare. E nessuno in casa si lagnava se spariva di giorno in giorno

qualche pietanza e il desco andava assottigliandosi; tutti erano

allevati a quella scuola e non comprendevano che si potesse fare il

contrario.

Tristissima prosaccia della vita! che la virtù debba sempre fare

a’ pugni colla necessità! Che ogni raggio di ideale bellezza debba

frangersi nel prisma obliquo e tenebroso della realtà!

Mentre Battista si faceva a minuzzoli per gli altri, rovinava sè

stesso. La _Calandrina_ faceva miracoli come le braccia che la

coltivavano, ma essa pure avea tocca la grandine, e inoltre non potea

dare più di quello che avea. Alla fine dell’annata Battista s’avvide

che per tirar oltre nell’affittanza bisognava cercare a prestito altra

pecunia e cominciò a darsi attorno seriamente.

Ma dove?... da chi?

Il solo che fosse reputato denaroso in paese era il sindaco cavaliere,

ma a Battista ripugnava assai l’avere a che fare con quell’uomo. Non

aveva mai avuto occasione positiva di lagno; al contrario il sindaco

era manieroso e leccato con lui, ma il marinaio esperto del mondo

leggeva troppo addentro nei bui misteri di quell’occhio volpigno e

non se ne lasciava abbindolare. Però, se non a lui, a chi? Battista

almanaccava, ma non poteva raccapezzarsi.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 7 / 9 段