Il nome di Lorenzina era il solo diminutivo che portasse con sè la

novella sposa; ma dopo tre giorni di matrimonio le tolse anche questo,

e da allora in poi la chiamò _Lorenza_ per tutta la vita. Da ciò si

poteva facilmente arguire che la luna di miele dei due sposi aveva

fornito rapidamente il suo corso.

La signora Lorenza, lo ripetiamo, non era nè bella, nè brutta, il

suo volto non aveva difetti, ma pareva di legno; i suoi capelli erano

folti e lunghi, ma sembravano di canape, i suoi occhi erano grandi, ma

spenti, la sua taglia era regolare ma.... ahimè sembrava un rettangolo,

infine il tipo proverbiale che il defunto suo suocero aveva sognato,

poteva dirsi trovato.

Ma questo che importava?... se in cambio era buona, casta, casalinga

e sinceramente pia, ottima madre e moglie, rassegnata?... Rassegnata

fin troppo; rassegnata tanto che la si poteva credere stolta. Ma che

volete?... La poverella aveva tale invincibile paura di suo marito che,

appena questi alzasse la voce o aggrondasse un sopracciglio, avesse

ella pure tutte le ragioni del mondo, non osava più fiatare, tanto

era rassegnata, da scordare fino talvolta i suoi doveri di madre e

la sua dignità di donna. Per questo il marito, dopo averla abbrutita,

spregiavala, e i figli stessi che si ricordavano d’aver spesso ricorso

indarno alla sua protezione, e che l’avean trovata sempre impotente a

difenderli, non la rispettavano. Soltanto Giusta, la terza figliuola,

comprendeva le invisibili torture di quell’anima e l’adorava.

Noi non abbiamo che a parlare di tre dei suoi figli. Adolfo, quello

stesso azzimato che vedemmo nella spezieria, Virginia la secondogenita

e Giusta che vedremo tra poco. L’ultimo, battezzato solennemente col

nome di _Vittorio Emanuele_ non fece molto onore al suo regale omonimo

e morì pochi mesi dopo in cuna.

Quando Adolfo ebbe dieci anni, fu il caso di metterlo in collegio.

Allora eravamo nel colmo dell’impero, e le scuole ed i collegi

erano appestati di tale infranciosamento che, senza condividere le

antipatie di Salomone Arena, si poteva benissimo provar ripugnanza ad

abbandonarvi un figliuolo.

Eppoi scuola sì, ma economica. Il padre perciò — giacchè la madre non

era nemmen consultata — per conciliare l’uno e l’altro scopo, cioè

economia e non francesi, pensava al seminario. Non già col proposito di

fare del figliuolo un prete, giacchè la sottana, sebbene la rispettasse

pel potere, eragli sospetta e uggiosa; ma nel disegno di fargli

acquistare una educazione che Salomone chiamava «scelta» e gettarlo

così munito di tutti i beni dell’intelletto nella palestra degli affari

e dei guadagni.

Adolfo adunque entrò nel Seminario Maggiore di Genova e vi stette fino

a 18 anni.

Quando ne uscì non sapeva nè il latino nè l’italiano, nè la storia

sacra nè la profana, e dell’ermeneutica non aveva ritenute altre

lezioni fuor di quelle che interpretavano il Tarocco e il Faraone.

In compenso s’impinzava di quanti romanzi e novelle potesse trafugare

sotto il suo capezzale. Siccome però egli udiva continuamente tuonare

dalla cattedra il maestro barbassoro contro il nascente romanticismo,

ed egli era troppo grossolano per sentire René in Chateaubriand

e _Werther_ in Goethe, così tutto il nutrimento delle sue notti

riducevasi alle sdolcinature dell’abate Chiari ed ai laidumi del

Batacchi e del Casti, i quali gli accendevano nel sangue vampe di

desiderii intollerabili e gli addottrinavano lo spirito, prima ancora

di corrompere il corpo, in tutti quei vizii, dei quali la comunanza

invigilata o violenta dei seminarii era, in tempi più corrotti dei

nostri, facile scuola.

Buttato via il collare, suo primo pensiero fu di gettarsi a corpo

perduto ne’ piaceri, dei quali aveva palpate le larve nei sogni

irrequieti del dormitorio.

Chiese perciò al padre licenza e danaro per viaggiare e l’ottenne.

— Ma ad un patto — disse Salomone — non in Francia.

— No babbo!... l’Italia soltanto.

Il babbo forse non sapeva che anche nell’Italia d’allora ce ne era

abbastanza per guastare un seminarista... fosse stato S. Luigi Gonzaga.

Ma il sindaco cavaliere (allora aveva di già questa doppia qualifica)

pensava che viaggiando il figlio si romperebbe alle scaltrezze della

vita ed ai raggiri dei negozi.

Quale meraviglia invece e quale dispetto, quando Adolfo, in capo a

quattordici mesi, tornava carico di debiti, di vizi, di ignoranza,

di superbia e di magagne!... Costretto allora dalla volontà del padre

a restare in casa per riparare le piaghe sofferte, Adolfo divenne il

zerbino o come suol dirsi oggi il leone del villaggio, e siccome in

certe prodezze, i più stolti sono i più forti, così ebbe fortuna.

Lo vedevate anche nei giorni feriali passeggiare in scarpini verniciati

in mezzo ai zoccoli risuonanti de’ contadini e mettersi tutto unto e

profumato sulla porta delle stalle in compagnia di villane che non si

lavavano mai.

Parlava un _piemontese_ infarcito d’un _italiano_ leccato ne’ suoi

viaggi, ma tuttavia anco con quel gergo più barbaro di quanti barbari

gerghi soldateschi e burocratici siano favellati in Italia, il nostro

Ganimede riesciva a ingarbugliare la testa delle paesane ed a passare

nell’accademia della spezieria del villaggio per un uomo _di lettere_.

La secondogenita, Virginia, era belloccia, tonda, lenta, egoista,

indifferente, dispettosa coi fratelli e colla madre, contrita in faccia

al padre, al quale riportava per giunta tutto quanto vedeva e sentiva.

Maltrattava gli animali e le piante, trapassava a colpi di spillo tutte

le farfalle che poteva cogliere e dilettavasi a spargere nella camera

di sua sorella Giusta — che ci pativa fino a piangerne — le foglie di

abbossino che aveva divelte dalla siepe del giardino.

Ombra d’amore non era ancora passata su quell’anima, ma non crediate

però che essa dormisse sul santo origliere dell’innocenza. Libri non ne

leggeva dacchè il convento ne l’aveva svogliata, ma nessuna avventura,

per quanto scandalosa, di dieci miglia all’intorno erale ignota. Tutte

le sue confidenti avevano doppia età della sua, il che, lo sappiano le

madri, è il pericolo maggiore delle fanciulle. — Giusta era il fiore di

quel deserto, la Venere Diana di quel crepuscolo.

XIV.

GIUSTA.

Ci lasci il lettore tentare un abbozzo di questa figura, e tutto

quello che non potremo dire noi stessi lo ritrovi nella sua fantasia

e nel suo cuore. A sette anni, trascurando i primi dell’infanzia

che furono tristi ed infermicci, Giusta era quella che chiamasi un

diavoletto colle penne d’angelo. Il padre stesso, così poco espansivo

e tanto rigido cogli altri di casa, l’idolatrava; egli non avrebbe

mai creduto di poter avere da sua moglie un così bel cherubino. Direi

quasi che si rabbonisse anche colla signora Lorenza, e certo il broncio

stereotipo di Salomone venne a poco a poco levigandosi dal dì che

Giusta fanciulletta cominciò a farfallare e folleggiare per la casa,

empiendola delle sue grida argentine, delle sue canzoni melodiose, dei

suoi trastulli, e del suo riso, ravvivando quella morta solitudine coi

profumi della primavera e colorando quella tenebria coll’iride delle

sue guance e il raggio luminoso e perenne delle sue nere pupille.

Essa smentiva vittoriosamente il verso di Dante:

Ch’ogni erba si conosce per lo seme.

Ma venne anche per lei il giorno d’essere affidata alle Carmelite di

Tortona, e quando essa s’involò, l’arcigna strega della monotonia tornò

ad assidersi al focolare della sua casa.

Sua madre, staccandosi da lei, ebbe il coraggio di piangere anche in

faccia al suo marito, e questi di sospirare.

A sedici anni, un anno dopo Virginia, uscì di convento, sapendo un

po’ di tutti quei nonnulla che le monache sanno insegnare con quel

colorito e quella intonazione tutta particolare onde li rendono noiosi

e insopportabili durante gli anni della scuola, insufficienti e sterili

nel resto della vita.

Giusta aveva imparato a far dei fiori, ma in luogo di gigli e di gerani

la obbligavano a pungersi le dita per de’ fioracci senza significato,

senza poesia e senza verità, i quali andavano ad ornare la testa

d’una madonna di legno o la nicchia d’una santa raffagottata. Giusta

sapeva stare al cembalo; ma non le lasciavano studiare che _Sursum

corda e Tantum ergo_; Giusta ricamava; ma l’eterno tipo era un sonetto

acrostico, le cui iniziali erano quasi sempre un cuore trafitto, una

mitra da vescovo o un capello da cardinale; — e si disamorava di tutte

queste cose.

Non vogliamo dire con ciò che Giusta fosse senza religione. La

sua anima amorosa e semplicetta sentiva Dio in tutto ciò che era

bello, giusto, alto, sublime, ideale, e l’adorava. Alle pratiche

della religione in cui l’avevano battezzata non s’atteneva

superstiziosamente; molte però ne amava per la poetica espressione,

tutte le rispettava. La preghiera e la carità erano le forme predilette

e credute del suo culto; non la preghiera pubblicana e spettacolosa,

informata ad una lingua morta e arcana, ma quella solitaria, spontanea,

come le sgorgava dal cuore, come gliela dettava l’affetto e il bisogno

di quell’ora; ma la carità segreta, modesta, incondizionata, illimitata

per tutte le colpe penitenti, per tutte le virtù sventurate, per tutti

i rimorsi sinceri; carità che non dispensa soltanto i soccorsi e i

conforti del corpo, ma la parola, l’esempio, le lagrime consolatrici.

L’età, il sesso, l’educazione, l’ambiente non le permettevano di

professare una religione filosofica, ma il sentimento le impediva

d’avere una filosofia miscredente. In questo era donna e seguitava le

aspirazioni ideali del suo cuore e ascoltava le voci che susurrava

all’anima sua, la grande anima della natura, dai profondi spazj

dell’infinito.

Ciascuno ha in sè l’eco d’un ideale che è il suo proprio Dio; tristo

l’uomo che non l’intende; tristissima, orrida la donna... Reduce dal

convento, Giusta non serbava più, della rosea, paffuta e indemoniata

fanciullina, se non che il lampo fascinante dello sguardo, fattosi

però più profondo e più mesto. I suoi bei capelli d’oro, senza aver

perduto nulla della mollezza e del profumo nativo, s’erano infoscati,

traendo già più al castano che al biondo; le sue forme tornite e piene

si erano assottigliate e quasi diremmo spiritualizzate; l’incarnato

delle sue guance erasi mutato nel pallido splendore della conchiglia;

il suo collo così morbido e ritondo tendeva ad allungarsi fin troppo ed

a chinarsi sull’omero; le sue spalle diritte e slanciate cominciavano

a curvarsi; da tutta la sua persona traspariva quell’aria di abbandono

e di stanchezza che è segno quasi sempre o d’un segreto dolore, o

di grandi prove, d’uno spirito eccessivamente sensitivo e proclive

alla contemplazione ed ai sogni. Soltanto la voce serbava il timbro

argentino e soave dell’età infantile quasi promessa che l’anima sua

custodiva in tutto il candore della prima innocenza.

Le contadine le quali non vedevano più il colore di melograno sulle sua

fossette, dicevano che Giusta ingrandendo aveva perduto in bellezza;

ma le contadine si ingannavano; Giusta non aveva fatto che salire di

_carne_ a _spirito_ come la Beatrice del Poeta, e la sua bellezza meno

pittoresca era divenuta più celestiale.

Ci si chiederà il perchè di questo improvviso mutamento, e noi lo

daremo.

Nessun ricordo resta più scolpito nella mente, dei ricordi

dell’infanzia, e per dire più esatto, o le immagini passano via

fuggenti e svaniscono e nessuno sforzo vale a richiamarle nell’età più

adulta; o si soffermano e s’imprimono, e nessuna potenza nè di tempo

nè di cose può cancellarle mai più. Tutto ciò che la prima età riceve,

assorbe e trasforma in sangue; più tardi in ogni fibra del cuore, in

ogni figura del pensiero trovate un atomo del primo nutrimento.

Giusta, due cose rammentava della sua infanzia; ma quelle due

rimembranze, giunti gli anni della riflessione — che ahimè! son pur

quelli del dolore, — avvilupparono di quel tenue velo di melanconia

l’anima sua, eterizzarono le forme del suo corpo e s’impressero

incancellabili in tutta la sua vita.

Bambina di sei anni, ricordavasi che in una notte gelata d’inverno,

mentre la neve cadeva a fiocchi per la contrada e il vento sibilava

alle imposte, sua madre, discinta, pallida, tremante, era venuta a

rifugiarsi nel lettuccio ov’essa dormiva per fuggire alle percosse di

suo padre che furente ancora minacciava alla porta.

E rammentavasi pure che allora rizzandosi sul letto e coprendo la

madre della sua persona, fatta gigante nell’ombra come l’angelo della

punizione, aveva gridato:

— Cattivo babbo..... il Signore ti farà morire!...

E la madre chiuderle prestamente la bocca dicendole che una buona

figliuola non deve mai invocare la morte del proprio padre.

E pochi anni dopo ricordavasi d’aver veduto in una delle inondazioni

del fiume un vecchio ottuagenario e un giovinetto di quindici anni

lanciarsi perdutamente entro le furenti corsie per salvare la vita e le

masserizie di venti povere famiglie.

E questi due ricordi insieme disposati erano ingranditi coll’età

nella sua mente e s’erano impossessati del suo spirito e, come il loto

mitologico del sacro fiume indiano, erano un giorno sbocciati nel suo

cuore sotto la forma di tre fiori soavi, di tre sentimenti celesti che

gli angioli istessi le avrebbero invidiati. Vogliamo dire:

Adorazione per sua madre,

Venerazione per quel vecchio,

Amore per quel giovinetto.

Ora chi fosse la madre sua lo sappiamo, e quel giovinetto era Giorgio e

quel vecchio il padre di lui.

Reduce fra i suoi, la madre, quasi avvertita da quell’arcano istinto,

che nella donna è più chiaroveggente della ragione, considerò quella

mestizia come un omaggio alla sua, come un lutto segreto che la figlia

portasse pei dolori a cui era condannata, e l’idolatrò ancora più s’era

possibile.

Il padre se n’accorse pure, ma pensò dapprima, e con dispetto, potesse

essere frutto dell’educazione ascetica del convento. Tuttavia com’egli

era uno di quei volgari interpretatori della donna, che la bellezza

giudicano alla stregua della carnale pienezza delle forme e credono

spirito la immodestia e civetteria, così dubitava che quell’esile

e quasi impalpabile creatura non potesse più pretendere ai ricchi

partiti, ai quali parevano chiamarla le gote paffute e il riso

procelloso dei suoi primi anni.

Immaginò pertanto, come tutti i padri della sua specie, che le

distrazioni e i sollazzi fugherebbero quelle nebbie del chiostro e

la fece viaggiare, ballare, divertirsi; le comperò vesti, ornamenti,

trastulli, e fidandosi al patrocinio di Maria Teresa, nutricò persino

in cuore la speranza di presentarla a corte. Ma a Torino gli fu fatto

conoscere che il suo cavalierato era troppo di fresca data; e Salomone,

senza rinunciarvi del tutto, aggiornò i suoi aristocratici progetti.

Giusta seguitò il padre, obbediente ma svogliata. Le nuove città,

le diverse scene della natura la stupivano, l’ammiravano, è vero,

ma nessuno dei piaceri a cui era iniziata potè appannare il candore

dell’anima sua, o macchiare l’alabastro placido e solenne della sua

melanconia.

Nessuno dei fiori che suo padre spandeva sul di lei cammino vinceva

l’acre profumo del suo _fior di memoria_. — Diamine... — masticava

qualche volta il sindaco cavaliere — Che cosa può avere Giusta?... che

sia innamorata? sarebbe un brutto contrattempo pei miei progetti....

— poi riflettendoci — Baje! È impossibile! Chi mai dei tangheri del

villaggio può aspirare fino a.... lei?

Il padre rasentava la verità; Giusta era innamorata, ma nessuno,

nemmeno lei, avrebbe saputo dire di chi.

Spesse volte passando innanzi alla casa dei Santafiori aveva sentito il

suo cuore battere a rintocchi più veloci; ma, sebbene gustasse un certo

gaudio a quella sensazione, non sapeva spiegarla.

Così altra fiata, se andando alla messa le accadeva d’incontrare per

la via il giovine dei suoi ricordi, era facile sorprendere sul suo

volto un lampo di rossore; ma i curiosi, se pur lo notavano, erano però

incapaci di interpretarlo e lo confondevano gli sciocchi con un colpo

di sole, i maligni con un effetto di belletto.

Giusta era pietosa e caritatevole. Sebbene di rado padrona della

più piccola somma di denaro, tuttavia o col suo tenue peculio, o

con qualche avanzo del suo guardaroba, o col borsellino della madre,

trovava sempre modo di vestire qualche bambino ignudo o di portare un

soccorso qualunque a un ammalato.

Sebbene il cavaliere avesse tutto il giorno la voce in aria per

perorare la economia o per gridare: — che le limosine fatte così di

soppiatto, e senza che nessuno potesse ringraziarvi, a certi fannulloni

accidiosi e ingrati, erano uno sciupio inutile coi danni e le beffe

per giunta, — tuttavia chiudeva qualche volta — non sempre — un occhio

sulla modesta liberalità della figliuola, prima perchè pensava che

era dispensato dall’usarla egli stesso, poscia per amore di quella

popolarità che lo vellicava tanto quand’era gratuita. Inoltre, stimando

Giusta troppo alto locata nel villaggio perchè sospettasse alcuno tanto

ardito di metterle un’occhiata addosso, le dava spesso libertà di fare

lunghe passeggiate o nel villaggio o nei cascinali e nelle masserie dei

dintorni.

XV.

L’INCONTRO.

Quando Giusta entrava nei tugurii le vecchie già impotenti si

sforzavano ad alzarsi per offerirle la scranna su cui sedevano;

le madri le davano a baciare i loro bambini come li porgessero al

tocco d’una santa: il paese tutto era pieno de’ racconti delle sue

beneficenze e molta parte della gratitudine per la figlia riverberava

sul padre che modestamente se la pigliava.

Un pomeriggio d’autunno Giusta era uscita per trovare una povera

ammalata che dimorava in una casipola assai lontana dal villaggio,

sola sola con due figliuoletti, giacchè il marito, che fidandosi a una

miopia non menatagli buona erasi ammogliato a vent’anni, aveva toccata

la coscrizione ed era soldato nei _dragoni del Re_.

La fanciulla trovò l’inferma assai aggravata; durante la sua visita,

essa era già caduta due volte in deliquio. Però non aveva cuore di

lasciarla sola fino a che non si fosse riavuta, o il medico, che

s’aspettava, non fosse arrivato. Ma il sole era tramontato, l’_Ave

Maria_ era suonata e il medico non si vedeva ancora. Giusta era in un

affanno fortissimo pensando che i suoi l’aspetterebbero e che avrebbe

dovuto traversare la campagna di notte. Pure decise di aspettare ancora

e prodigò intanto le sue cure all’inferma. Questa sembrava realmente

rinfrancata; per quella notte ogni pericolo poteva dirsi svanito.

D’altronde essa pregava la sua giovane benefattrice «a ritornare a

casa, a non dare quel tormento di non saper dove fosse alla sua buona

madre» e Giusta cedendo a tante ragioni decise di partire. Lasciò

qualche soldo alla donna e un regaluccio per uno ai due bimbi, e

rincorati tutti con quella sua voce che pareva involata alle arpe del

cielo, abbandonò la capanna.

La notte era scesa più fitta e buja dell’usato; le stelle andavano mano

mano sparendo entro padiglioni nerissimi di nubi, e un soffio umido

che ventava dall’argine del fiume annunziava non lontana la pioggia.

Giusta tuttavia, sollevato con una mano il lembo della sua lunga veste

e coll’altra allontanando i tralci delle vigne e i rami degli olmi che

le imprunavano il cammino, prese senza timore la via di casa sua.

Camminava così da circa cinque minuti, quando un lungo filare d’alberi

che non conosceva e che non aveva incontrato nella sua passeggiata di

giorno le si parò improvvisamente d’innanzi.... S’arrestò; riguardò da

ogni lato; fece per tornare addietro e non potè orientarsi; stette un

istante pensando, poi disse a voce alta:

— Sono perduta!...

— Scusate, signora — rispose un uomo che era apparso all’improvviso

dietro di lei — io posso insegnarvi la strada!....

Giusta s’era voltata rattamente, sorpresa ma non spaventata.

— Voi?... e chi siete voi?... — fece la intrepida fanciulla rizzandosi

di tutta la maestà della sua persona.

— Mi chiamo Giorgio Santafiori — rispose rispettosamente l’interrogato.

— Giorgio!... — esclamò un po’ troppo vivacemente la giovinetta,

lasciando al suo interlocutore una lunga occhiata che l’avviluppò come

la luce d’un lampo.

— Sissignora... — balbettò Giorgio — sono l’affittaiolo della

Calandrina.

— Oh vi conosco....

— Mi conoscete?... — fece Giorgio stupito.

— Di nome.... voi e vostro padre.... — soggiunse la fanciulla.

— Allora permettete che v’accompagni sul buon cammino.... — disse

Giorgio incoraggito.

— Accetto!... — rispose la fanciulla dopo avere esitato un

impercettibile momento. — Volete precedermi signor Giorgio?...

Questi si portò alcuni passi davanti alla fanciulla, e senza mai dire

una parola se non per avvertirla di evitare una pozza o per aiutarla a

passare un fossato, la ridusse fino al portone di casa sua.

— Io lo sapeva, signor Giorgio, che voi eravate molto buono; ma ho

avuto il piacere di provarlo io stessa. Lasciate che io ve ne ringrazii

con tutto il mio cuore.... — fece la bella giovinetta porgendo alla sua

guida una mano affilata e candida come quella d’una fata.

— Oh! di che mai?... — rispose Giorgio sfiorandola appena colla punta

delle sue dita tremanti.

E i due giovani si dissero addio e si separarono, portando ciascuno nel

cuore questo sentimento, questo voto, questa speranza: «io l’amo».

S’amavano e non se lo dissero ancora.

XVI.

EPISODI.

I Santafiori erano da parecchi mesi nel villaggio di X, intenti

a coltivare la Calandrina, passando pressochè le intere giornate

ai campi, Giorgio ai cavalli ed alle mandre, Battista alle vigne,

alle semine ed ai mercati, mentre le donne non ristavano un’ora, o

dai lavori, o dal casalingo maneggio, e Balilla non intralasciava

mariuoleria per deludere que’ due uggiosi nemici di tutte le infanzie,

l’abbaco, e l’abbicì.

L’unica distrazione che restasse alla patriarcale famigliuola era,

raccogliersi intorno al domestico focolare ad ascoltare le venturose

peripezie di mare e di terra che Battista aveva traversate, ch’egli

sapeva colorire d’un linguaggio semplice e vivace, e accompagnare

con una morale severa, e con amorosi consigli. Ci siamo sbagliati

e «torniamo indietro un passo» anche noi come accadeva talvolta a

Battista nel narrare la sua storia.

Non era quello il solo sollievo che i Santafiori prelevassero sopra

una vita laboriosa ed austera; essi ne conoscevano un altro e ben

più gradito ed invidiabile: la beneficenza. Era codesto il carattere

e diremo quasi l’arma gentilizia di quella casa sulla quale Michele

soltanto protendeva l’ombra del suo egoismo e della sua poltroneria.

La beneficenza dentro quelle mura o, per dir meglio, dentro quei

cuori era la sola e vera religione. Il lettore sa che il primo atto di

Battista entrando nel villaggio era stato un atto di carità. Ma quello

non era che la continuazione di molti benefizj passati, il principio

di molti avvenire. E v’era chi ne abusava, perchè nessuna cosa è più

facilmente usufruttata dal male che il bene, specialmente se questo

non è nè studiato nè guardingo, e gli onesti sono la prima forza dei

malvagi. A mo’ d’esempio, i contadini suoi, che avevano in pochi giorni

subodorato l’umore o l’amore del padrone, una domenica in cui s’eran

raccolti ad aggiustar conti in cui Battista ci rimetteva quasi sempre

di saccoccia, tirate le somme e chiuso il bilancio, presero a dirgli

«che la novità ch’egli introduceva nella lavorazione de’ campi li

costringeva a una doppia fatica, che la lor paga non era adeguata al

lavoro, che avevano la madre vecchia, i figliuoli teneri, molti debiti,

molte miserie e così via» e tanto fecero, pregarono e piagnucolarono

che Battista conchiuse:

— Ebbene vi crescerò dieci soldi al giorno per ciascheduno; ma ad un

patto...

— Anche cento, padrone — rispose il più parlatore e disinvolto della

deputazione.

— Che i dieci soldi che vi do di più, li metterete in una cassa

comune, che servirà ad aiutarvi mutuamente, a pagarvi le medicine nelle

malattie ed a far fronte alle disgrazie imprevedute. Vi sceglierete un

amministratore di fiducia, per esempio il Marco, il quale distribuirà

dei soccorsi secondo i bisogni.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 6 / 9 段