L’uno di essi, padre del cavaliere, in virtù di parecchie serque di

bottiglie vergini regalate a S. E. il governatore della provincia, e

più ancora per il ricco censo e per una fama di probità — assai dubbia

per noi — era stato eletto sindaco del suo comune ed aveva esercitato

le funzioni della sua carica fino al 1798, anno della sua morte e della

presa del Piemonte fatta dai francesi.

Il figliuolo perciò trovossi in sui trentacinqu’anni possessore d’un

bel milione rotondo in terreni, senza contare il denaro e i capitali

che nessuno sapeva precisare, ma che potevano girare intorno ai

cinquantamila scudi.

Ma, quanto il babbo era tagliato alla buona, altrettanto sentiva il

figlio la prurigine aristocratica dell’opulenta borghesia; epperò,

appena fu padrone di sè, non volle più saperne di accompagnare

ai mercati la carretta delle tinozze e dei barili, e dedicossi

esclusivamente a far coltivare i suoi campi e ad erigere case, non

tralasciando mai però di applicare anche in queste industrie i probi

ammaestramenti paterni e ingrossando a ogni giorno o per fas o per

nefas l’avita eredità.

All’epoca in cui noi lo incontriamo, nel 1820, il nostro nababbo

lomellinese era un ometto in sulla sessantina, grigio, secco, gobbetto,

giallognolo, con due occhietti da faina sopra un mostaccio da volpe,

goffo nel portamento, volgare negli atti, nei giorni ordinari vestito

alla carlona degli avanzi disusati della domenica, nelle solennità

lucido, inamidato, malgrado suo grottesco, e non scordandosi mai

d’avere in tasca una buona scorta di foglie di porro, caso mai quella

che verdeggiava perennemente agli occhielli di tutte le sue giubbe si

perdesse o si gualcisse.

Economico di parole, perchè calcolatore, cauto, astuto, versipelle,

ostinato più d’un mulo, amico di nessuno ma cortigiano di tutti quelli

che potevano essergli utili per splendore o per denaro; nell’esercizio

del suo sindacato cercatore assiduo dell’aura popolare, purchè

l’acquistarla nulla dovesse costare alla sua borsa o alla sua autorità,

spregiatore segreto dei bisognosi, tanto più se onesti, ma spettacoloso

nelle beneficenze come tutti i principi... d’una volta; largo coi

preti e coll’altare, sapendo che il suono dei soldoni gettati a _messa

grande_ nel bossolo del questuante è più argentino di quello degli

scudi deposti oscuramente nelle mani del povero; istruito tanto che

basta per non ingannarsi sulla moneta che corre, e sapere a memoria

i titoli di tutti gli alti dignitari dell’almanacco del 1798 e le

feste del calendario ufficiale; baciapile e devoto non per amore del

paradiso ma per paura dell’inferno, e nulla meno rinfrancato quanto ad

esso dalle rivelazioni dei padri gesuiti, dei quali, alla loro venuta

in Piemonte, erasi fatto patrono, soccorritore e confidente, e da cui

in concambio aveva ricevuto la comodissima dottrina «delle intenzioni

oneste, delle restrizioni mentali, del male perdonabile se non

scandaloso» con tutte le altre teorie dei _secreta monita societatis

Jesus_, de’ quali eragli stata comunicata una copia.

Quanto a patria non ne parliamo. Vi sono de’ ghiri, crediamo, che

amano la tana dove possano ronfare in pace i loro sonni; ci sono

degli orangotani che sentono riconoscenza per il ramo di sicomoro che

li sfama e li ricovera, ma ci sono degli uomini più duri dei ghiri,

più insensibili degli orangotani, che considerano la patria come il

poderetto di cui parla Giusti:

Da sfruttare e nient’altro.

Inoltre la patria era abolita dal messale e dal codice, e sarebbe

stata cosa non solo inutile, ma pericolosa per un sindaco cavaliere

l’occuparsi d’una cosa che dalla Chiesa e dalla Corte era sbandita.

Non si induca da ciò ch’egli fosse politico a guisa di Don Girella:

tutt’altro. Quando Don Girella ci conta

Che nelle scosse

Delle sommosse

Tenne per áncora

D’ogni burrasca

Da dieci a dodici

Coccarde in tasca

ci si mostra di tale ingenuità che il cavaliere, se l’avesse

conosciuto, l’avrebbe compianto.

Barcamenandosi fra tanti scogli, cantando a un tempo

Le Giunte i Club i Principi e le Chiese

stare sempre a galla senza naufragare

Mangiando i frutti

Del mal di tutti

può essere l’ideale della scienza, ma in pratica è cosa oltre il

possibile. Il cavaliere la avrebbe chiamata un’utopia.

— In fin dei conti — soleva spesso rimuginare il cavaliere — in fin

dei conti, a qualche santo bisogna accendere il lume. Chi tasta i

rami e non ne abbranca nessuno casca in fondo. Colpo d’occhio ci vuole

sicuramente... ma poi scegliere. Gli è un conto anche questo e bisogna

badare di non fallarlo. Quando mio padre vendeva il suo _Groppello_

forse che pensava soltanto a migliori prezzi? Baie!... Pensava anche

alla sicurezza dei pagamenti... Non dico nè della ragione, nè del

diritto; queste pappolate non pesano un grano: qualche volta possono

servir bene come insegna; ma l’oste sa che l’insegna non fa il buon

vino... Ora, tutto sommato, io credo più sicuro il Re che i giacobini;

e Napoleone a lungo andare si tirerà addosso tutto il mondo, non

esclusi i suoi Francesi che non sanno mai quel che si vogliono. No,

no... tutto questo tramenìo mi assorda ma non mi toglie il cervello...

Eh!... Salomone sa dove va... Per ora fin che passa il temporale,

mogi, e pensieri a casa; ma sempre agguantati al più saldo... e più

saldi del papa e dell’imperatore che ci ha da essere?... Pinco?... Or

dunque concludiamo, Arena mio; acqua queta, ma sempre verso Vienna e

verso Roma... e alla prima sfinestrata di sole ben chiaro, fuori del

guscio ed «evviva...» evviva chi mo? To!... Evviva chi governa... ma

già governare non può che re Carlo Emanuele IV e Papa Pio VI. E se

non andasse così?!... Bah! a questi sonagli — e picchiava gli scudi

che aveva nelle tasche delle brache — non c’è orecchio che faccia il

sordo.... ma Bonaparte trionferà?... c’è sempre tempo e vedremo.

Il lettore capisce che don Girella, se fosse proprio esistito, poteva

essere suo scolaro.

Salomone perciò, da buon generale, non perdè mai di vista il punto

obbiettivo della sua tattica; non gridò mai «viva i Giacobini» perchè

li guardava come sparvieri di passaggio e nulla più, non fece mai

professione di fede a Carlo Emanuele IV perchè gli pareva che anche

lui ciurlasse sempre nel manico, e inoltre le manifestazioni pubbliche

stimavale imprudenze da bambocci.

Per le sue terre passarono via Tedeschi, Francesi, Russi, d’ogni

maniera lanzichenecchi direbbe il Guerrazzi; ma lui pronto a

ricever tutti col medesimo sorriso, col medesimo bicchiere di vino

_annacquato_, col medesimo fascio di legna un po’ umido, col medesimo

letto imparzialmente marmoreo.

La sua casa, come la più comoda e ricca del paese, era sempre designata

per ospitare i generali; e poichè egli, come dicemmo, non sapeva far

distinzione di nazione e di bandiera ne’ suoi trattamenti, così i

generali partivano tutti contenti ad un modo non senza averlo regalato

di qualche loro personale ricordo.

Salomone aveva una pipa di Melas, un paio di stivali di Suwaroff e un

frustino di Lannes...

— Potrebbero venir buoni — pensava; ma nell’istesso tempo non osava

lasciarli in vista e li rinchiudeva, proibito a tutti di casa il farne

parola.

Quando, dopo Marengo, il Piemonte cadde in potere del Bonaparte,

re Carlo Emanuele abdicò e ritirossi in Sardegna, egli analizzò la

_situazione_ e calcolò in lire, soldi e denari se o no gli convenisse

con un atto qualsiasi, anco cauto, anco segreto, manifestare alla

monarchia proscritta la sua divozione, e conchiuse che no.

— Vedremo il successore... Re che abdica puzza sempre di fallito e non

fa per me.

Nè l’irrompere del torrente Napoleonico lo deviò dalla sua strada o gli

fece mutare di tattica.

Solamente, quando vide che la voracità e la distruzione erano

universali, capì che sarebbe stata stoltezza non prendere un posto

a quel vasto banchetto dove i più contumaci e puritani allegramente

sedevano, certi che il tintinnio dell’armi e il bagliore delle

conquiste confonderebbe il sonito delle loro mascelle, e il ludibrio

della loro defezione.

In altre parole, comprese che egli pure al pari di tanti altri, che

possedevano quattrini e destrezza, poteva ingrossare d’una locusta di

più lo sciame già innumerevole degli impresarii o fornitori d’esercito,

e immergere, senza nemmeno parere, la sua grinfa nei tesori e nel

sangue dei popoli.

E così fece.

Dubitando però che la nuova industria potesse passare abbastanza

inosservata, e guastarsi i semi del futuro, mandò di soppiatto a Pio

VI a Savona il dovizioso presente di una scatola d’oro tempestata

di gemme, implorando l’apostolica benedizione assieme ad una riga di

commendatizia per la bigotta regina Maria Teresa d’Austria, profuga col

marito in Sardegna.

— Un colpo al cerchio e l’altro alla botte — diceva a sè stesso,

ricordandosi il proverbio del padre vinocultore.

Alla fine il colosso rovinò, e in compagnia dei re d’Europa, tirò un

gran respirone anche Salomone.

Quando re Vittorio Emanuele I, succeduto al fratello Carlo Emanuele,

reduce dallo esiglio, sbarcava a Genova coronato dall’aureola del

martire e preceduto dalla fama di benefattore, Salomone Arena non potè

accorrere a festeggiarlo, perchè la moglie incinta avevalo presentato

in quei dì di un frutto delle sue viscere e del così detto suo amore;

ma in compenso Salomone bandì gran festa per tutto il villaggio, offrì

un desinare sontuoso a tutte le autorità, e battezzò il neonato col

nome del principe restaurato «Vittorio Emanuele».

Ognuno sa, o non sa, che allorquando questo re risalì sul trono dei

suoi padri si trovò stranamente imbarazzato per mantenere la reale

parola data «a’ suoi popoli» di rimunerare i fedeli servizi, di

castigare le perfide ribellioni, di rendere a tutti quanti la dovuta

giustizia.

Ora è noto che una valanga simile alla rivoluzione francese e

all’impero napoleonico aveva tutto travolto e scombussolato:

leggi, diritti, abusi, proprietà, chiese, tribunali, costumi, arti,

letteratura, idee.

È chiaro ancora, che il cataclisma in mezzo a tante cose pessime ne

aveva pur recate di buone, e che queste non potevano essere strappate

dal seno della società nella quale s’erano radicate, senza lacerarla.

Ma così non la pensava il formicolaio di cortigiani che brulicava

nelle anticamere della reggia. Nobili che avevano strisciato con

imperturbabile servilità dalla corte del re legittimo a quella

dell’usurpatore, rivolevano oggi gli aviti privilegi feudali; soldati

che avevano combattuto nelle file del grande esercito, i loro gradi

e le pensioni; preti che avevano cantato il _Te Deum_ coll’istessa

confidenza nei favori del cielo tanto _pro rege nostro_ che _pro

nostro imperatore_, le abbazie e le prebende; magistrati che avevano

perorato in nome del codice della rivoluzione, le torture, i tribunali

eccezionali; infine tutti, fedeli e infedeli, avevano un diritto, un

monopolio, una carica, un privilegio da ricuperare, tutti avevano

patito, tutti erano stati spogliati, tutti erano martiri della

legittima causa del trono e dell’altare.

Le sono allumaccature di tutte le restaurazioni; e l’Italia lo sa.

Il povero Re perdeva la testa e non sapeva a che santo votarsi.

Crediamo che si sarebbe deciso a riscappare a Cagliari piuttosto che

dipanar tanto arruffata matassa.

Per fortuna sua, un inaspettato Paracleto venne in suo aiuto sotto le

sembianze del conte Cerruti di Feletto.

Questo vecchio gentiluomo, non appena vide rovesciarglisi addosso il

torrente della rivoluzione e tutto andare inabissato nei suoi vortici,

re, trono, religione, nobiltà, sentendosi incapace a lottare e volendo

pur trovare una protesta ancora più eloquente di quella di Trasea

Peto, si ritrasse nella sua terra di Feletto, chiuse gli occhi, turò

gli orecchi, barrò le porte, proibì libri e giornali, e non volle

più vedere o intendere cosa o persona alcuna che ricordasse anco

indirettamente gli avvenimenti che succedevano intorno a lui.

Il suo castello, come l’arca di Noè, era il solo angolo dove non

arrivasse il gran diluvio europeo. E però quando un giorno, un amico

s’introdusse col ramo d’ulivo nel suo romitorio annunziandogli «che gli

alleati erano entrati a Parigi e che l’imperatore aveva abdicato»:

— Che imperatore? chiese meravigliato il conte — Carlomagno o Francesco

V di Lorena?...

E non disse di più, riabbassò il ponte del paterno castello e ripigliò

la lettura delle origini di Casa Savoia di Ludovico della Chiesa, solo

libro che gli paresse ragionevole.

Egli non conosceva ancora le storie del conte Cibrario. Peccato!

Alla fine quando udì ripetere da tutti i vassalli che Vittorio Emanuele

I era sbarcato a Genova, si risolse, come don Abbondio dopo la peste,

ad aprire un finestrino e lasciar penetrare un po’ dell’aria pura dei

vecchi tempi che ritornavano; e finalmente quando seppe, ma proprio

dalla _Gazzetta Ufficiale_, che il Re era giunto a Torino, peritossi a

montare nella carrozza dei suoi padri e a ritornare nella reggia.

— Se egli è veramente il figlio di Carlo Emanuele, dovrà ascoltare il

mio consiglio — rimuginava strada facendo il conte. — Se no, lo crederò

anche lui preso dalla lebbra di...; dell’_altro_ — non voleva nemmeno

dire a sè stesso, di _Napoleone_ — e reo d’alto tradimento.

Il re invece andava cercando un consiglio, come Diogene l’uomo.

— Sire — gli disse il baccalare della dinastia dopo essersi inchinato

tre volte — non c’è che un mezzo per far paga la giustizia e restaurare

l’ordine.

— Additatecela, o conte, noi la seguiremo — disse il re al quale non

pareva vero di sgravarsi il petto di quella pietra delle querimonie

cortigianesche.

— La M. V. si degni prima di permettermi una domanda — riprese il conte

con altre tre riverenze.

Il re cominciò ad abbuiarsi appena sentì quella parola «domanda» che

gli fece presagire una delle centinaia di querele di cui era vittima

ogni giorno. Tuttavia fece segno al conte di continuare.

— Vuole la M. V. restituire il suo regno alla felicissima condizione

in cui trovavasi prima che... di... — e non volendo dire prima che

Napoleone lo cacciasse via, perchè, lo ripetiamo, per lui Napoleone non

aveva esistito.

— E certamente che lo vorrei — fece Vittorio Emanuele in tuono

incredulo — ma come si fa?

— Con un metodo semplicissimo. — Il Re derogò fino ad alzarsi in piedi

per ascoltare meglio. — V. M., continuò franco il Cerruti, non ha che

a richiamare in vigore il Regio Almanacco del 1798 con tutte le leggi,

biglietti e disposizioni che vi si contengono.

— L’almanacco del 1798! — esclamò il re, — e dove si trova?

— Eccolo qui — soggiunse il consigliere, traendo dalle tasche della sua

lunga giubba gallonata, ancora alla moda dell’almanacco summentovato,

un vecchio volume legato in cartapecora.

— Qui c’è tutto per tutti — fece il Cerruti.

— Per i nobili?... — chiese S. M.

— Per i nobili!...

— Per il clero?...

— Per il clero!...

— Per i magistrati?...

— Per i magistrati!...

Il re guardò l’almanacco o per dir meglio il cartone, e dopo un po’ di

pausa:

— Pubblichiamo dunque anche l’almanacco... ma ad un patto che voi vi

incaricherete di applicarlo. Ricordatevi che al primo malcontento me la

piglio con voi.

Il conte Cerruti s’inchinò glorioso e trionfante rispondendo sulla sua

parola da gentiluomo dell’esito del suo ritrovato.

E così fu. Un editto regio del 1814 ritornò in vigore l’almanacco, la

di cui unica copia dormiva nella guarnacca del Cerruti, e obbligò per

giunta a osservare l’editto, non dal giorno della sua pubblicazione, ma

della sua data.

Fu una rivoluzione in un altro senso.

Tralasciamo naturalmente le obbiezioni legali; tralasciamo la parte

seria; basti il dire che il medio evo risuscitato veniva ad impancarsi

in mezzo al secolo XIX ancora caldo dello spirito di Voltaire e della

parola di Mirabeau; basti il dire che la storia di quindici anni — e

quale storia! — era cancellata come un poeta pentito cancella da una

strofa un verso sbagliato.

Notiamo soltanto la parte comica: generali che erano basiti di freddo

in Russia, magistrati che avevano la gotta, proprietari che non

possedevano più un piede di terreno, ufficiali d’ogni specie e d’ogni

nome, di corte e di gabelle, che erano morti od impotenti, rivivevano

per taumaturga virtù dell’almanacco e lasciavano i cimiteri o le

cliniche per rioccupare i posti sui quali quindici anni prima avevano

seduto.

Lo strillare fu universale e doppio, ma anche in questa nuova

confusione alcuni guadagnarono e fra questi non fu ultimo il nostro

Salomone Arena.

L’almanacco del 1798 rinominava a sindaco suo padre morto all’anno

stesso; ma quando Salomone si presentò al conte Cerruti allora ministro

per dirgli:

— V. E. deve sapere che il favore regale arriva troppo tardi: — il

conte che non poteva credere alla fallibilità del suo trovato, e non

l’avrebbe inoltre confessata rispose:

— Ebbene, succedete voi. L’almanacco non riconferma forse il diritto

ereditario?

Salomone naturalmente non rifiutò e nel 1815 si trovò sindaco del

villaggio di X... in virtù dell’almanacco del conte Cerruti.

Passata la burrasca dei cento giorni e ben sicura che lo sconvolgitore

era incatenato, la regina Maria Teresa poteva oramai tornare fra le

braccia del regale consorte.

Essa venne, e col marito gli mosse incontro un nembo di cortigiani,

di nobili, di frati, di beghine, di questuanti, di epitalamii, di

discorsi, di _Tedeum_, di adulazioni e di bugie. Le luminarie, i

banchetti, le limosine della _cassetta particolare_, le mostre, tutta

la coreografia sacra e profana non fallirono all’usato ufficio; ma

il popolo per il quale i re che vengono, o i re che fuggono, sono

la suprema delle feste, aveva in quell’anno più fame di pane che di

circensi, e lasciò entrare le _carrozze della reduce regina_ sotto le

volte di palazzo Madama, mutolo e impassibile, come se in quel corteo

avesse veduto il ritratto della scarna carestia che sedeva al suo

desco.

Ed era pure il fedele popolo piemontese, quello stesso popolo del quale

un ministro d’allora non aveva esitato a dire: «Qui non c’è che un re

che comanda, una nobiltà che circonda e un popolo che ubbidisce».

Fra lo stuolo dei questuanti accorse anche il nostro sindaco. Egli

aveva due scopi, mettersi in grazia della Corte, e a questo gli

servirono la pipa di Melas e gli stivali di Suwaroff, e far fruttare

meglio che potesse la commendatizia che teneva da Pio VI per la regina

Maria Teresa.

L’austriaca principessa baciò rispettosamente il santo autografo del

pontefice e fece buon viso al presentatore.

Maria Teresa santocchia ed avara s’accorse che Arena era ricco e

devoto, per fede o per arte a lei non importava, e pensò, sebbene

ripugnasse assai alla sua regale superbia, mettere nelle sue confidenze

il sindaco villanzone — pensò di trarre tutto il partito dalla sua

borsa e dalla sua bacchettoneria. Assunta perciò a forza quell’aria di

_maestosa umiltà_, che la madre del santo re Luigi IX ha insegnato,

dice il Nisard, «a tutte le regine,» prese a parlare a Salomone in

questi accenti:

— Sapete, o buon uomo, che è nostra intenzione e santo proposito

riedificare nei nostri Stati la chiesa di Cristo che la perversità

degli uomini ha invano tentato di rovesciare, e di restituirle lo

splendore e la grandezza in che i monarchi cristiani l’hanno sempre

mantenuta. Però non abbiamo creduto poter meglio inaugurare questa

santa impresa se non ripopolando lo Stato dei banditori più fedeli

della divina parola, rialzando i chiostri, incoraggiando gli ordini

monastici stranieri a rifugiarsi all’ombra del nostro trono, e infine

chiamando fra di noi que’ possenti ausiliari della fede, quegli

avventurati interpreti del cielo, che sono i padri della Compagnia di

Gesù. Ma per quest’opera benedetta ci occorre l’aiuto di tutti i veri

credenti e confidiamo che non indarno il vostro cuore religioso avrà

ascoltato la voce della sua regina.

— Io non m’aspettava un tanto onore. Vorrà la M. S. offrire ai

reverendi padri per il suo umile servo la somma di duemila scudi che

sono in questo portafoglio.

E Salomone parlando così s’inginocchiava e presentava la sua offerta

alla regina non senza accompagnare le diecimila lire con un sospiro

d’addio.

— Il Signore vi rimeriterà — fece la regina; — noi vi facciamo

cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. Avete altra grazia da impetrare

da noi?....

— È il momento di riguadagnare i duemila scudi — pensò subito l’Arena.

— E fattosi coraggio e poggiato un altro ginocchio a terra cominciò:

— Maestà!... Nel mio granaio ho raccolto da novecento a mille staia di

grano, frutto di dieci anni di oneste economie. Ora so che il re vostro

consorte (allora non si diceva «lo Stato») sempre generoso e pio, pensa

di riparare alla gran carestia che affligge i suoi ubbidientissimi

sudditi distribuendo ai poveri del suo regno tutto il grano che poteva

comperare. Io offro quello che tengo ne’ miei granai; ma la M. V. si

degnerà di comprendere che io non potrei così sprecare i sudori della

mia famiglia cedendolo a un prezzo minore del corrente. Se la M. V. si

compiacesse...

— Intendo! — interruppe la regina. — Domani avrete un _placet_ regio

che vi autorizzerà a vendere il grano come volete. Ma ricordatevi dei

nostri padri gesuiti.

— Ho già detto a V. M. che vita e sostanza sono nelle sue mani... —

E Salomone Arena partì da Piazza Castello, franco dalla legge sugli

incettatori, e padrone di vendere il suo frumento a prezzo d’usura,

mentre il popolo spigolava indarno negli aridi solchi il pane che

doveva sfamarlo.

XIII.

LA FAMIGLIA DEL SINDACO CAVALIERE.

Tutta la sapienza del defunto babbo del cavaliere era nei _proverbi_

e noi abbiamo forti ragioni per credere ch’egli imponesse al suo

marmocchio il nome di Salomone per il gran rispetto che aveva per il Re

Proverbiatore.

Comunque sia, quando nel verno del 1798 sentì i primi attacchi di

catarro senile, papà Arena incominciò a proverbiare.

— Ah!... io me l’aspettava: «sereno d’inverno, pioggia d’estate e

vecchia prosperitate non durano tre giorni» e dopo uno scoppio di tosse

— «nè mai buon tempo lungamente dura» disse il vecchio senza sapere

di recitare un verso dell’_Orlando innamorato_. «Quando la campana ha

suonato è inutile dir di noi...» Regoliamo i nostri conti, spegnamo il

lume e così sia.

E chiamato al capezzale Salomone gli sciorinò quest’altra litania:

— Senti!... «La morte non sparagna Re di Francia, nè di Spagna»...

Io me la sento sulla groppa e se non ci sono pei capelli, poco

ci manca... «Ma già chi nasce convien che muoia»... Prima però di

fare quest’altro viaggio ti devo dare un consiglio, figliuolo mio.

«Consiglio di vecchio non rompe mai la testa». La casa ingrandisce e

i negozii moltiplicano; ai negozii ci starai tu quando io me n’andrò

ma alla casa chi ci penserà? Ricordati che «chi non cura sua magione

non è un uomo di ragione»... Eppoi non basta avere la casa; è giusto

il dire «innanzi il maritare abbi l’abitare»... ma «la bella gabbia

non nutrisce l’uccello»... Capisci già dove voglio venire... Volta

e rivolta «la casa e la moglie si godono più d’ogni cosa». Pigliala

dunque... così me n’anderò più tranquillo... ma pigliala per bene.

Ricordati «che chi mal si marita non esce mai di fatica»... sopra tutto

non farmi la corbelleria di innamorare... «chi si marita per amore, di

notte ha piacere e di giorno dolore». Bada poi a non lasciarti tentare

dai fronzoli... «Donna specchiante è poco filante,» e non fa per casa

nostra... Cercala del tuo stato e se un po’ allocca, meglio... «Abbi

donna a te minore, se vuoi essere signore»... Quando l’avrai guardi la

casa e nulla più... «Camera adorna e donna savia»... Tu poi tieni gli

occhi aperti, ma non dimenticarti «chi è geloso è...» — e un colpo di

catarro gl’impedì (forse per rispetto al pudico lettore) di continuare.

Ma guarda bene «che restare in casa e mandar fuori la moglie semina

roba e disonor raccoglie». Tienti a una cosa mezzana, nè bella nè

brutta perchè «se è bella è vanitosa e se è brutta è fastidiosa...»

Quanto al governarla lascio fare a te... Pensa però che «senza pastor

non va la pecora». Io non ho mai avuta l’occasione di farne la prova,

ma so che «donne, asini e noci vogliono le mani atroci». — E voleva

dire di più, ma un ultimo e più violento urlo di tosse gli ruppe nella

gola la paternale filastrocca.

Trenta dì dopo il poverello pronunciava l’ultimo suo proverbio; e sei

mesi appresso Salomone chiedeva a un filatore di seta dei dintorni

«riccuccio anzi che no» la signora Lorenzina ***... il cognome non

monta; e scorso l’anno di lutto se la menava all’altare.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 5 / 9 段