— Eppure, salvo gli errori del popolo, non dovrebbero tardare molto

a comparire — rispose al cancelliere, il Romeo speziale, un buon

diavolaccio in fondo, ma curioso, leggero, pettegolo, acchiappa-nuvole,

credenzone, brutto, arruffato, sporco sempre, bisunto dei suoi oli e

inzaccherato dei suoi decotti, tirato e sparagnatore per sè, ma non

esoso verso gli altri, pratico della sua cucina farmaceutica e a dir

vero tutt’altro che ignorante, ma appunto a cagione della sua curiosità

e della sua credulità, che son le madri della mutevolezza, un titubare

sospettoso sul conto degli uomini e delle cose, un’incertezza guardinga

nei giudizi e nelle parole che lo avevano condotto ad adottare per

intercalare dubitativo di tutti i suoi discorsi: «_salvo gli errori del

popolo_».

— E quanti saranno i carrettoni del fittaiolo? — fece il salumaio

Giosafatte, un coso tozzo, grasso della propria e della grascia della

bottega, che non aveva mai potuto uscire quanto a fortuna della più

grama mediocrità, meno assai per colpa propria, chè citrullo non era,

o delle aringhe che smerciava, che per colpa della mogliera che me lo

aveva regalato di dodici figli i quali colle loro ventiquattro mascelle

rodevano i frutti del paterno commercio. Nulla ostante, se non era

stimato per ricco, era stimato amico dei ricchi, della proprietà e

dell’ordine, quindi favorito di un certo credito presso Dio e presso

Cesare, quindi consigliere comunale, fabbriciere e priore della

dottrina comunale.

— Da otto o dieci — rispose Romeo.

— Cosa vi salta in mente... da otto o dieci!... non tanta abbondanza

amico caro, interruppe il cancelliere.

— L’han detto anche a me... salvo però sempre gli errori del popolo —

replicò subito lo speziale malcontento di non aver premesso a tempo il

suo intercalare.

— Ma per condurre l’affittanza del Calandrina ci vuoi roba e capitali;

se no gli è come possedere il basto e non il ciuccio. Non è vero;

signor arciprete? — disse Giosafatte.

— Pare anche a me; la è una tenuta che non si coltiva mica colle

intenzioni come la vigna del Signore — rispose l’arciprete don

Fulgenzio.

— Specialmente quando le intenzioni sono cattive — sparò fuori con

una gran risata il piccolo cancelliere, gonfio come una rana di questa

sua annacquata spiritosità. Gli altri pure accompagnarono con una di

quelle risate false e stentate che non trova paragone se non col riso

artefatto dei comici sulla scena e che vuol quasi sempre significare:

«Ridiamo, ma non sappiamo il perchè».

Solo il sindaco aveva ben compreso e per questo fu il solo che finse il

contrario. Egli perciò domandò il cancelliere «dove volesse parare con

quel suo motto!»

— Eh... a nulla, signor cavaliere.

— Dite, dite — fece lo speziale pungolalo da tutti gli aculei della

curiosità.

— Vuol farsi pregare come una damina — esclamò il maresciallo

sogguardando maliziosamente la signora Atalanta di cui mirava a fare la

conquista. E la signora Atalanta — una specie di botte ambulante, come

se ne veggono tante nelle caricature di Gavarni e di Cham — colta a

volo l’allusione, avvallò modestamente gli occhi ed esalò dall’otre del

suo petto tale sospiro che tre o quattro ricette distese sul banco di

Romeo volarono via.

— Ma lei signor maresciallo deve saperne più di me — rispose il

Frustadenti.

— Il primo dovere della mia carica — rispose solennemente il

carabiniere — è sapere e tacere.

— Eh... via... dite su — fece il salumaio — se un forestiere capita

nel paese sta bene conoscere chi è e chi non è. Se è un galantuomo o un

mariolo.

— E religioso sopratutto — aggiunse il curato Spiridione.

— Buono!... buono!... le son giustamente queste qualità che Battista

Santafiori possiede — disse il maledico cancelliere con un tuono

d’ironia, che nemmeno quei citrulli poteano ingannarsi.

Romeo era lì per scoppiare: un sottilissimo sorriso sfiorava le labbra

taglienti di Salomone Arena.

— Eh!... parlate una volta — saltò su la signora Atalanta — se nol

volete dire voi, lo dirò io che avete ricevuto una lettera di Genova,

che racconta per filo e per segno vita e miracoli di questo «lupo di

mare che minaccia di piombare in mezzo all’ovile e disperderlo come la

neve del deserto al soffio dell’aquilone».

La signora Atalanta che poteva passare per un’agreste azzurra,

leggiucchiava romanzi, e questo mazzetto di scelte comparazioni era un

saggio delle sue letture.

— Una lettera da Genova — sclamarono tutti quanti — mostratela: fuori

la lettera... viva la lettera.

— Ma se il signor cavaliere permette... — interrogò il Frustadenti.

— Io? me ne lavo le mani — rispose il sindaco piantandosi sulla porta

colle spalle voltate al cancelliere come per testimoniare «ch’egli non

ascoltava». — Non vorrei — continuò — si pensasse che io serbo rancore

al nuovo fittaiolo perchè m’ha portato via il boccone dal piatto.

In fatto egli ascoltava e godeva.

— Invece di leggere, vi dirò il sugo. La lettera è scorretta; dei

_gargarismi_, dei _sillogismi_.... cose da nulla, ma che guastano

l’effetto.

Gli uditori presero quelle due parole per _barbarismi_ e _solecismi_, e

Frustadenti tirò dritto.

X.

L’ARRIVO.

— Battista Santafiori non si sa bene di che paese sia: egli porta due

o tre nomi, laonde il mio amico argomenta benissimo che debba essere

bastardo. Questo è il meno male. V’è però chi si ricorda d’averlo

veduto ragazzetto partire da Genova lacero come S. Quintino, e tornare

dopo trent’anni ricco sfondolato, con moglie e figliuoli e una squadra

di servitori. Da quello che s’è potuto attingere da fonte certa, in

America deve aver fatto il traffico dei negri, venduta carne umana.

Altri soggiungono, anche il contrabbandiere e il pirata; ma noi per non

fallare possiamo ben dire che un mestiere non avrà escluso l’altro.

E qui notate che egli non contentavasi solo di pirateggiare la roba

altrui, ma anche le persone, e prova ne sia che sua moglie... non è sua

moglie, ma una donna che ha rapito, credesi alle _Tonsille_.

— Vorrete dire alle _Antille_, salvo gli errori del popolo — interruppe

Romeo, il più istruito della brigata.

— È lo stesso: tutto il mondo è paese — esclamò il pubblico malcontento

dell’interruzione.

— Ma quel che è certo è, che egli ha sempre trattato la donna come una

schiava.

— Quale orrore!... fece Atalanta con una girata d’occhi al maresciallo.

— Il bello viene adesso. Tornato dall’altro mondo, comperò tenimenti

e case nei dintorni di Nizza. E lì, sfoggi e sciali, elemosine da

principe, salari grassi ai lavoranti, corte bandita agli ospiti, e

tutto, bene inteso, per accattare le scappellate e i battimani dei

gonzi che lo stavano a guardare. Ma che credereste!... Alla fin fine la

corda troppo tesa si ruppe, e si venne a scoprire che il _quod superest

date pauperibus_ era denaro del diavolo.

— Come del diavolo?... — chiese Giosafatte che era un po’ superstizioso.

— Eh sì, certamente. Non è forse denaro del diavolo quello che si

truffa a prestito, senza sapere come e quando si potrà pagare? Allora

non occorse altro. Fu una leva in massa di creditori; l’amico fu

denunziato e confidato alle cure degli uscieri.

— E pagò?!... — disse il maresciallo per ingannare il marito, mentre

stringeva di soppiatto la enorme mano di Atalanta.

— Ah questo, maresciallo mio, è un mistero. In prigione non ci fu

cacciato; forse avrà battuto moneta falsa e pagato con quella. Fatto

sta ed è, che allora dovette battere in ritirata e ripigliare il suo

solito mestieraccio sul mare; e su questo bisogna levargli tanto di

cappello, chè il mio amico di Genova me lo dà per un vero orso bianco.

Ma sia che il mare l’abbia castigato di tutte le bricconerie consumate

su di lui, sia che l’industria della moneta falsa siagli ita a male,

sia che i creditori me l’abbiano spennacchiato davvero, il caso è

che egli tornò a restar nudo come il palmo della mano. Fu allora che

Santafiori tirato dal lecco della _Calandrina_ venne a cascare fra noi.

— Per fare altri debiti — fece il salumaio.

— Dovrà essere così, perchè il lupo perde il pelo e non il vizio. Eppoi

senza capitali, e di grossi, la _Calandrina_ è una mignatta, un tarlo

che roderebbe gli scudi nello scrigno, non è vero, signor sindaco? —

chiese il cancelliere.

— La doveva pigliare io per dodici mila lire all’anno, ma il forestiere

di cui credo che abbiate parlato, glie ne volle dare quindici. Ora io

credo sulla coscienza mia che quindici mila lire non si possano cavare

da quelle terre. Quel pover’uomo si rovinerà se pure ha dei fondi....

che questo non si sa.... e a me ne duole, ne duole davvero, tanto più

che è padre di una famiglia, sento dire, numerosa.

Il cavaliere sapeva l’arte di accompagnare le parole col tuono, colla

faccia, cogli occhi, coi sospiri, tanto che ben pochi avrebbero potuto

intendere che non parlasse col cuore in mano.

— Lei è buono, signor cavaliere, ma stia un po’ ad ascoltare — continuò

il cancelliere. — Il mio corrispondente di Genova in un poscritto mi

aggiunge d’aver saputo dal suo padre professore, un reverendo della

compagnia di Gesù, che il Santafiori sia, in politica e in religione,

una vera peste. Pare che in altri tempi sia stato un seguace di _Murat_

e della Dea Ragione, e il gesuita sospetta a ragione ch’egli sia

«per lo meno» ateo, per non dire luterano e calvinista. Certo è che i

figliuoli non conoscono acqua di battesimo nè ginocchiatoi di chiesa,

e se volete la cornice di questo bel personaggio, sappiate ch’egli

bazzica Framassoni e Giacobini, dei quali il nostro maresciallo potrà

dirvi le gesta.

— Ah sicuramente, e che gesta! — rispose in fretta il carabiniere

interrotto bruscamente in una delle sue strette più eloquenti colla

romantica Atalanta.

— Un luterano?... Non ho abbastanza rotture di capo, dovrò anche aprire

un giubileo contro gli eretici! — esclamò il parroco don Fulgenzio,

che era lui un ritratto di don Abbondio, tipo eterno dei nostri preti

campagnoli, amante della quiete, odiatore delle novità, timoroso

d’ogni ombra, e che tutto il ministero sacerdotale compendiava nel

breviario, nella messa e nell’assoluzione di quei quattro peccatucci

che la popolazione di X.... veniva regolarmente a raccontare, come

alla scadenza delle decime deponeva le uova. Ora l’avere in parrocchia

un tale che, al dire del cancelliere, era peggio che _ateo_, gli

pareva il principio d’una serie di disturbi, di dispiaceri, malanni,

d’indigestioni, di notti insonni, che il povero prete non si sentiva in

grado, non che d’affrontare, nemmeno di pensare.

— Quanto al framassone ci penso io — disse il maresciallo — e basta che

il signor sindaco e il signor arciprete mi dieno man forte.

— Io le credo spiritose invenzioni; ma la mia fedeltà al re vi è nota —

fece il sindaco Arena.

— Io farò quel che posso; ma che man forte vuole che le dia?... — disse

don Fulgenzio tutto conturbato.

— Zitto!... attenti — grida a un tratto Romeo — ecco gente che

si muove; c’è della polvere sullo stradone; arriva ora.... è in

carrozza.... è in calesse....

E i piccini si rizzavano sui piedi; i forti ponzavano di gomiti,

i ragazzi s’arrampicavano sugli alberi, tutti gli sguardi degli

spettatori, dalla spezieria, dalla barberia, dall’atrio della chiesa e

dal palazzo del comune erano rivolti verso un punto solo: lo stradone

che Romeo aveva additato.

Chi arriva?... Una carovana di principi?... Un serraglio di mostri

marini?... Il convoglio di Dulcamara o il corteo d’un condannato a

morte?... Nessuna di queste ghiottornie delle folle.

Una rôzza, vecchia e secca, ma ancora robusta che strascinava al passo

un calessino a quattro ruote tutto logoro e scassinato nel quale stava

pigiata una nidiata di sette persone che col loro peso facevano sudare

quella veterana di tutte le cavalle e quel decano di tutti i cocchi,

e dietro loro, a trecento passi, le cime ondulanti di tre carrettoni

carichi di masserizie, di stromenti rustici e di provvigioni; ecco

quello che arrivava.

S’indovinava facilmente che era il convoglio d’una famiglia che

tramutava di casa e che veniva a fissarsi nei dintorni; ma se fosse

capitombolato sul villaggio il pallone di Nadar non sarebbesi svegliato

tanto battibuglio.

Mentre sfilava non avresti udito uno zitto nel mucchio degli

spettatori; parea quasi che passasse una processione di reliquie. La

curiosità è una religione per un villaggio dove ogni più lieta novità è

un avvenimento che rimescola e conturba le acque stagnanti e immutabili

della sua inavvertita esistenza. I commenti, le esclamazioni, i

pettegolezzi, rattenuti a stento durante la marcia, scoppiarono poi

tutti insieme come il cinguettio d’una uccelliera passato lo sparviero.

E l’eco se ne prolungò per mesi ed anni.

Giunto il calesse sulla piazza, un vecchione, che era rannicchiato sul

sedile d’innanzi con un bambino fra le gambe, levò il suo cappello a

larghe tese e salutò rispettosamente la popolazione. Il resto della

famiglia lo imitò, non escluse le due donne che piegarono più volte la

testa.

Qualche villano rispose sberettandosi al saluto del vecchio; qualche

donnetta agitò la mano in segno d’addio alle donne: gli spiriti forti

della spezieria accolsero con una risata l’atto urbano del forestiero,

il quale l’udì, ma finse di non accorgersene.

— Che villanzone!... disse Adolfo dal terrazzino.

— Che faccia da Fra Diavolo — disse il parroco il quale non sapeva di

bestemmiare uno dei valenti difensori della santa madre chiesa.

— Dicono che sia uomo di molta carità — sussurravano alcuni poverelli

appollaiati intorno alla chiesa.

— La fanciulla è belloccia! — pensava Adolfo; mentre per far la corte

alla sua vicina, la paragonava «ad un’albicocca caschereccia».

E così via...

Carrozza e carrettoni, traversato il paese, andarono a far capo

all’ultima casa, dove entrarono facendo rimbombare fragorosamente

l’acciottolato del cortile. Allora le porte furono chiuse e i curiosi

lasciati di fuori; noi soli abbiamo il diritto di condurvi, se crede

seguirci, il lettore.

XI.

QUOD SUPEREST PAUPERIBUS.

Tutto quel giorno fu impiegato a rassettare la casa, a ripulire

le mobilie e a distribuirle nelle varie stanze. Le due donne,

le stesse che erano nella carrozza, dirigevano questa operazione

diligente che è una delle prerogative del loro sesso e che le destina

provvidenzialmente al regno della casa. In sulla sera coll’aiuto di

venti o trenta braccia fra servi e contadini tutto era a posto, e

ciascuno, come suol dirsi in tali occasioni, «poteva andare a dormire

nel proprio letto».

Il salotto da pranzo che era anche la sala di ricevimento, era simile

al salotto di papà _Grandet_, senza essere però nudo e grottesco

come quello. Le pareti non avevano tappezzerie, ma non avevano

nemmeno dipinture: una tinta in foglia morta e nulla più. All’interno

pendevano dalle pareti quattro quadri: due grandi incisioni di

Washington e di Balilla, e due quadri ad olio, che appena gettato

l’occhio sulle persone di casa si vedevano somigliantissimi al

padre ed alla madre della famiglia. In giro alle due figure di

Balilla e Washington una corona di medaglioncini di bronzo che

rappresentavano personaggi celebri del tempo, come Fox, Canning, la

Stael, Vergniaud, l’Empecinado, Mina, l’abate dell’Epée, Caracciolo,

Parini, Chateaubriand, infine più di cinquanta. Sotto a Balilla una

rastrelliera d’armi d’ogni tempo, di ogni forma e d’ogni uso, e tutte

tersissime: appiedi ai due ritratti di casa due credenze affatto simili

di legno di noce, lucentissime e sopra le quali stavano disposti in

bell’ordine un barometro aneroide, una bussola, un medaglione, quattro

o cinque pezzi di geologia, due vasi del Giappone, e infilato in una

lampada d’ottone un berretto rosso da marinaio. Tutto era assettato;

nessun cencio sulle seggiole, nessun ragnatelo sugli angoli; intorno

al camino due seggioloni sui quali non sedevano mai altri che il padre

e la madre; candide, semplici e tagliate con gusto le cortine delle

due finestre, lucido il pavimento, limpidi i vetri, infine un’aria

di eleganza casalinga dappertutto che piaceva assai più d’un lusso

sfarzoso. Là dentro Teniers vinceva Paolo Veronese.

La famiglia era attorno ad una tavola imbandita colla stessa semplicità

e candidezza per la cena. Il modesto pasto era finito e i commensali

guardavano in silenzio e quasi assorti il capo della casa seduto colla

sua donna ad una delle estremità della mensa.

Era desso un vecchio il quale non dimostrava più di sessant’anni, ma

che ne aveva realmente ottanta. La sua persona era alta, le spalle

quadre e il portamento diritto, le mani corte, sottili ma callose; la

testa era magnifica e avrebbe fatto pensare a Catone come lo descrive

Dante, con qualcosa del tipo di Socrate come lo ha scolpito Magni.

Una lunga e bianca chioma, la quale ai raggi del sole s’indorava

ancora del biondo colore degli anni giovanili, cadevagli ben ripartita

sull’omero. Nella fronte ampia e prominente, il lume scintillante di

due occhi neri, i quali, ora placidi e soavi, ora profondi e severi,

rivelavano, nella loro originale schiettezza, le passioni dell’anima

sua e le riflettevano diremo quasi come cristallo prismatico lo spettro

solare. La barba tessuta di sottilissimi fili d’oro e d’argento,

folta, lisciata e prolissa, gli scendeva fino al petto in doppia lista

e aggiungeva la maestà d’un pontefice a quella testa d’atleta; il

naso piccolo un po’ arricciato, indizio di certa finezza; le labbra

piuttosto grosse, indizio di certa bonomia, i denti nitidi, il collo

taurino compivano quest’immagine che pareva un eroe di Plutarco o un

modello di Michelangelo. Il vestire non ricordava più nessuna moda,

ma era tutt’altro che eccentrico; semplice, grave, e come oggi suol

dirsi: _a sè_. Raramente camicia bianca, quasi sempre colorita, e il

di cui collo, largo e sbottonato, andava a spiegarsi sul collaretto

del suo giubbone di velluto che, contro le mode del tempo, portava

basso e sottile. Per capire bisogna ricordarsi i ritratti di Byron e

di Foscolo; ma tutto men chiassoso e meno ricco. Mai panciotto; il

giubbone poi a taglio di soprabito coi bottoni d’acciaio indossava

men che poteva, per freddo o per forzata cerimonia, ma indossato

abbottonavalo fino al mento. Le brache pur di velluto e larghissime:

intorno al fianco una fascia rossa amplissima; o un cappello molle

a tese d’ombrello, o una berretta chiozzotta sul capo; ghette o

stivaloni ai piedi. In due parole, senza giubbone si vedeva un marinaio

ricco, col giubbone un quacchero un poco mondano: in ogni abito la

dignità e la forza. La voce aveva carezzevole e melodiosa, all’uopo

tuonante e terribile. Raro il sorriso, ma quando brillava sulle sue

labbra era franco ed aperto e vi durava a lungo. Come colui che nulla

aveva a celare, non sapeva che fosse il sogghigno che si increspa e

dispare, e che è la parola della ipocrisia. Così rideva ancora più

di raro; ma ridendo lasciava sfogo libero alla sua giocondità che

scoppiava istantanea, sonora e fragorosa. Non conosceva lagrime fuorchè

pochissime di gioia, ma in cambio conosceva assai il dolore che s’era

condensato dentro di lui appunto perchè privo di sbocco.

Quest’uomo, non abbiamo mai presunto celarlo, era il nostro Battista

Santafiori; la donna ch’eragli al fianco Rosalia; la famiglia assisa

intorno a loro, Giorgio, Livia, e il piccolo Balilla.

Quanto a Michele, al ritirarsi dell’armi napoleoniche, era passato,

senza difficoltà e senza sforzo veruno di coscienza, nell’esercito

piemontese, e arruolato col grado di sottotenente nei _Dragoni della

Regina_. Stanziava a Mortara dove menava la vita monotona, viziosa e

snervatrice di tutti i presidii. Della famiglia raro risovvenivasi, e

solo per chiedere denari o per dire che li aveva ricevuti.

Battista era pure pensieroso e contemplò per lungo tratto la sua

famiglia senza parlare. Alla fine ruppe il silenzio così:

— Oggi, miei cari, comincia un’altra vita. È una nuova stazione a

cui siam giunti e speriamo che sarà l’ultima. Le disgrazie che ci

hanno percosso, ci hanno costretto, per essere fedeli all’onore, di

vendere quel po’ che si possedeva, e dalla ruina non abbiam potuto

salvare che venticinquemila lire o poco più. Con questo io spero

ancora di assicurarvi il pane. La fattoria che abbiamo presa ad

affitto qui, coltivata con economia e con amore, darà largamente il

frutto del capitale. Si poteva forse pagarla meno, ma era proprietà

dell’amministrazione dei poveri, e non si poteva esercitare usura su

di essa. Del resto, accada quel che vuole, io so nella mia vita di

aver compiuto il mio dovere, e se dovessi riprincipiare da capo non

cambierei certamente di strada. Gli uomini non mi hanno compensato;

la Provvidenza fu troppo spesso severa, ma in cambio la coscienza

fu sempre serena e vincitrice. Io non ho che un rimorso, e questo è

sincero. Quello d’avermi voluto fare una famiglia, che colle mie idee e

nella battaglia continua in cui era avvolto, io non poteva nè custodire

nè proteggere. So che voi non me ne fate rimprovero, ma la coscienza

me lo fa e basta. Però dacchè il destino ci ha voluti congiungere nella

sventura, è nostro dovere portar tutti il fardello che ci è dato sulle

spalle; le mie son vecchie, ma lo sosterranno. Vostra madre è una santa

e noi tutti possiamo trovare sul suo seno rifugio nelle traversie e un

conforto nella sventura. Intanto inauguriamo questo nuovo periodo della

vita con una buona azione: sarà il miglior brindisi che possiamo fare.

Voi sapete che io ho promesso a Michele duemila franchi all’anno finchè

avrei avuto braccio per guadagnarli: il braccio è buono ancora, bisogna

dunque mantenere la promessa. Egli ha scritto a sua madre, chiedendo la

sua pensione qualche mese prima. Io l’avrei subitamente esaudito, ma

vi devo confessare, cari figliuoli, che non ho più un soldo. Le spese

d’impianto dell’affittanza mi hanno spelato. Ora io ho pensato a un

rimedio straordinario, ma non so se vorrete votarlo...

— Lo votiamo, lo votiamo... — fecero in coro i ragazzi.

— Ebbene, il rimedio è nell’associazione, parola che quando sarete più

innanzi comprenderete. — Si tratta d’una colletta fra di noi. Ciascuno

offrirà per la pensione di Michele quello che crederà. Io, per esempio,

dono il mio orologio, già mi è inutile perchè mi regolo meglio col

sole... Mettiamo quattro o cinquecento franchi... ma badate che bisogna

averne duemila... A voi Rosalia — fece Battista stendendo un piatto per

raccogliere le offerte.

Rosalia alzò su Battista uno sguardo pieno d’ineffabile gratitudine.

— Quest’anello — rispose essa, levandosi dal dito un anello d’oro a

brillante che poteva costare i due mila franchi solo esso.

— Eh, eh!... siamo già ricchi! E tu Livia?

— I miei pendenti, babbo — e la fanciulla si staccava i pendenti e li

deponeva sopra il piatto.

— Vediamo ora Giorgio.

Giorgio non contava allora più di quindici anni, ma aveva la serietà

d’un uomo.

— Non ho altro che il mio archibugio, ma...

— Ti duole privartene?!

— Un poco.

— Ragione di più per donarlo.

— Ebbene, ve lo dono.

— Ora a Balilla — disse Battista. — Che cosa offri tu di regalo a

Michele?

Tutti si posero a ridere.

Il fanciullo s’era risparmiato la mela della sua cena. Egli la guardò

in atto di ultimo addio e la gettò sul piatto gridando:

— La mia mela!

Tutti risero di nuovo, ma colle lagrime agli occhi.

— Ora veniamo ai conti. Coll’anello della mamma e il mio orologio, io

penso che la somma sia trovata, ci avanzeranno dunque gli orecchini di

Livia e lo schioppo di Giorgio.

XII.

CHI ERA SALOMONE ARENA?...

Era il sindaco del villaggio, cavaliere di S. Maurizio e Lazzaro, che

ai suoi tempi non erano ancora divenuti i _soliti Santi_.

Il Cavaliere, siccome per sineddoche lo chiamavano nel paese, prendendo

la parte per il tutto, era rampollo d’una famiglia di vinai, possessori

di fiorentissimi vigneti nei dintorni della Lomellina e del Lungo Po,

i quali avevano razzolato una portentosa fortuna, ora maritando alle

bionde acque del fiume natìo il vino che vendevano all’ombra delle

leggi e per cui pagavano gabella, ed ora esercitando un tolleratissimo

contrabbando dall’una all’altra sponda dell’Eridano, fra Piemonte e

Lombardia, di tutto l’altro vino che non annacquavano.

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 4 / 9 段