a Sansone la chioma e addormenterà Rinaldo nelle molli braccia
d’Armida. Condannerà Orlando alla furibonda odissea, spingerà Werther
al suicidio, desterà Dante alle divine visioni, spingerà Macbeth sul
trono insanguinato, consiglierà a Gesù la santa menzogna del miracolo
di Lazzaro. I patriarchi la chiameranno «_dardo acuto del demonio e
sentinella avanzata dell’inferno_» e i santi sacrificheranno ad esso
nelle agapi fraterne e gli angeli scenderanno a cercarla sulla terra.
Maometto la collocherà alle porte del paradiso; Cherubino, porterà
un raggio di cielo nei cuori dannati; Satana, avvolgerà di caligine
le anime più candide. Non vi è corruzione incurabile come non vi è
inespugnabile virtù innanzi ad essa; tutto piega, tutto muta innanzi
all’amore di cui la donna fu posta sacerdotessa. L’amore — dice un
profondo proverbio — è più forte della morte; «amore alma è del mondo,
amore e mente» cantò Petrarca, e meglio ancora Dante rivelò le avverse
potenze dell’amore alto e divino, basso e sensuale, e lo fece semente
d’ogni virtude come complice d’ogni male.
Per questo il giovine diciottenne, che in Genova lanciava la prima
occhiata di desiderio sopra una donna, non sapeva in quale terribile
mistero ei fosse iniziato; non sapeva di giuocare con quella
donna tutto il suo destino. Giulietta poteva santificarlo, Aspasia
depravarlo. Egli non ebbe fortuna e trovò Aspasia.
Fu allora un delirio; e non appena il cinto della Venere terrestre
gli cadde sotto gli occhi con tutti i suoi procaci fulgori, si pose
disperatamente a testa bassa a correre la giostra.
Michele era innamorato — e desideriamo che il lettore distingua. — Si
ama col cuore e s’innamora coi sensi.
Un avanzo delle centomila sirene che nell’epoche corrotte moltiplicano
e sovraneggiano, vide, non vista, le salde spalle e le erculee
forme di Michele e lo agognò e lo scelse come Caterina II sceglieva
Potemkin o Pasifae il toro. Bellissima, da giovine erasi impalmata,
per emanciparsi, con un vecchio colonnello francese che aveva lasciato
un braccio ad Austerlitz, e che ora, fatto quartier mastro generale,
dirigeva in Genova l’amministrazione, o come suol dirsi oggi, le
intendenze militari.
Finchè fu in fiore gittò il suo pomo agli adoratori e, come Atalanta,
ne sfiatò di molti; ora che tramontava verso la quarantina scambiava
le parti e correva essa stessa il palio degli ultimi amori. Essa,
scaltrita, seppe farsi vedere, cercare, trovare, corteggiare; adoperò
tutte le arti, le finezze, i sospiri, i deliqui, per essere creduta
casta, fedele, sedotta, innamorata. Michele allungava la mano, incerto
e peritante, come sopra il frutto vietato, e quando credette d’aver
trionfato, accettò la vittoria a occhi chiusi, senza voler indagare
se quella virtù fosse artefatta, o quella beltà ritinta, felice di
trovarsi accanto a una donna seducente ancora, vestita come una regina,
profumata come un’odalisca, sopra divani di damasco, in un gabinetto
azzurro e silenzioso, dove i passi e le parole smorivano sopra tappeti
di Persia e dietro portiere di velluto, dove l’arte degli specchi
moltiplicava la luce e l’arte dei cortinaggi la scemava a grado dei due
numi abitatori del misterioso recesso.
Una sera la Semiramide squadrava pensierosa il suo giovane amico — a
cui risparmiamo per pudore un titolo più meritato — e tutto a un tratto
interruppe il silenzio così:
— E perchè non ti fai soldato?.... Che bel dragone saresti.... come ti
starebbero bene l’elmo e la criniera!....
— È il mio sogno, Aurora — era questo il nome di quel _tramonto_ di
donna — ma la mia famiglia non vuole.
— E perchè?...
— Perchè mio padre odia i militari e mia madre non ha altra volontà che
la sua.
— Imbecilli!...
Michele era la prima volta che sentiva a parlare così de’ suoi parenti
e arrossì.
— E sono ricchi i tuoi parenti per chiuderti la più ricca e splendida
carriera che si presenti oggi ai giovani come te?...
— Ricchi lo siamo stati.... ma ora.... — e Michele abbassò la testa,
vergognoso di dover confessare la sua inferiorità.
— E allora?...
— Allora mercantuzzo, mia cara.... Ecco l’ideale del mio padrino. È
già molto se ho potuto liberarmi dalle sue preghiere; che altrimenti
a quest’ora sarei a bordo di un bastimento a tirare scotte e a pompare
acqua.
— Ah! ah! — fece Aurora ridendo. — Come saresti stato bene vestito da
mozzo!... e il mal di mare?... Ah!... povero Michele.
— Però spiegatemi una cosa, Aurora.
— Cosa debbo spiegare?
— Io amo la vita militare e sento che son nato per quella.... ma non
pensate che se io seguissi la mia inclinazione dovrei andar lontano da
voi?... molto lontano.... giacchè ora si sa d’onde si parte, ma non
si sa dove si arriverà!.... Io credevo che mi amaste, Aurora, e che
avreste preferito a tutta la gloria dei nostri guerrieri un’ora d’amore
trascorsa con me.
Michele parlava allora sinceramente; egli era nelle prime febbri della
passione, e non vedeva altro.
Aurora sentì a quel complimento ringiovanire i suoi quaranta inverni e
assicurò il suo amico con un sorriso, una stretta di mano e un sospiro.
— Ma capisco.... così non vi piaccio più — continuò Michele. — Vi
sembro troppo vulgare.... troppo prosaico.... e per questo mi mandate
via. Non rispondete, Aurora?...
— Penso.
— A che cosa?
— A te, e a me!... a un progetto che mi mulina nella testa, magnifico e
possibile.
— Per avermi vicino?...
— Per averti vicino ancora più d’adesso.... sempre, sempre!
— Come?
— E per vederti vestito sempre....
— Da dragone?
— O da granatiere; infine da eroe....
— Oh, parlate, Aurora; parlate subito.
— Mio marito è quartier mastro generale, egli abbisogna, o faremo in
modo che abbisogni d’un segretario.... d’un aiutante.... che so io,
infine dovresti capirmi.
— E proporreste me?... esclamò subito con gioia Michele.
— E chi dunque?!... mio marito è invalido. Come quartier mastro non
abbandonerà la città. Il suo ufficio lo porta a restare nei presidii.
Tu come suo segretario o aiutante lo seguiti dappertutto, pranzi alla
sua tavola e forse chissà.... dormi nella sua casa e gli stai sempre
vicino.
— Cioè ti sto sempre vicino.
— Si sottintende.... Ma il buono viene ora.... Un aiutante del quartier
mastro appartiene a tutti i corpi e a nessuno: e tu puoi scegliere
quella uniforme che credi.
— O quella che piace più alla mia dama.
— La tua dama avrà buon gusto, stanne sicuro. Essa così renderà tre
segnalati servigi: uno a suo marito procurandogli il più bell’aiutante
dell’esercito, uno al proprio amico che guadagna in pochi mesi le
spalline d’ufficiale, uno a sè stessa che guadagna... te lo dirò in un
orecchio.
Il lettore avrà indovinato; noi gli faremo grazia di non leggere più
innanzi in questo libro galeotto.
Fu dunque convenuto. Aurora all’indomani doveva parlarne al marito
generale; il vecchio che non sapeva resistere ai sorrisi della sirena,
annuì, e la cosa ebbe capo. La sola variazione introdotta fu la divisa
di corazziere in luogo di quella di dragone; la corazza attagliavasi
meglio al largo petto di Michele, e nei saloni illuminati, dov’era
destinato a comparire, splendeva come un sole della luce emanata da
tutti i doppieri. Michele fu presentato sotto le mutate spoglie nelle
sale del quartier mastro generale, e dopo un mese ottenne, mercè la
intercessione della sua protettrice, un quartierino in casa sua, il
quale, per ragioni d’ufficio, doveva avere facili comunicazioni cogli
appartamenti del generale.
Il padrino era assente; il maestro non seppe la cosa che quando fu
consumata. Michele poi con poche righe avvertiva la madre della sua
metamorfosi.
Quelle righe erano fattura di Aurora e concepite così:
«Carissima madre,
«Aiutato dalla possente protezione d’un generale, entro nella
milizia. Era la mia sola vocazione ed io spero un giorno di
ritornare fra le vostre braccia decorato della stella dei prodi.
Oggi sono già sergente dei corazzieri e segretario del generale
mio protettore; fra breve sarò sottotenente. Non ve l’ho annunciato
prima per risparmiarvi una grata sorpresa, ma io spero e attendo la
vostra benedizione e quella di mio padrino, e vi abbraccio intanto
con tutto l’affetto più figliale e rispettoso.
«Genova, 16 gennaio 1811.
«Vostro ubb.mo figlio
_Michele_.»
«_PS._ Ebbi, per le prime spese, a fare qualche debituccio.
Vorreste essere tanto buona da mandarmi un po’ di denaro? — Date un
bacio di cuore a Giorgio e a Livia».
_NB._ I debiti erano una bugia giacchè la generalessa aveva pagate
tutte le spese dell’installamento.... sulla cassa del generale.
Rosalia non aveva le idee nè la ripugnanza del marito; però a leggere
il foglio di Michele fu, è vero, sorpresa e conturbata e dal timore di
non vederlo mai più e dal sospetto che Battista disapprovasse la scelta
del figliuol suo; non pensò pure un istante a condannarlo, e molto meno
sospettò il turpe secreto di quell’avvenimento.
Però all’indomani, accompagnata da Giorgio, fanciulletto di undici
anni, corse a Genova, cercò Michele, lo rimproverò, con quel tuono
carezzevole che le madri sanno dare perfino alle rampogne, d’aver
mancato di confidenza verso lei e suo padre; ma finì coll’abbracciarlo,
col baciarlo, coll’inondarlo di lagrime, col lasciargli denari, vesti
e doni, e — perchè lo nasconderemo? — coll’inorgoglire persino di aver
trovato nel suo figliuolo un corazziere così magnifico.
Michele, dal canto suo, imbeccato sempre da Aurora, mentì come un
diplomatico, e Rosalia ripartì senza aver veduto nè il generale, nè sua
moglie, e sempre ignara delle prodezze che avevano valso al figliuolo
l’onore di entrare nel grande esercito col grado e la divisa che
migliaia di prodi conquistarono col proprio sangue sopra tutti i campi
di battaglia di Europa.
VIII.
CON E SENZA CORAZZA.
Intanto che Michele illustrava i suoi galloni nei gabinetti della
sua Messalina, i giornali annunziavano sotto la data di Oriente
che «il brigantino _Italico_ di 200 tonnellate, capitano Battista
Santafiori, era naufragato sulle coste del Mar Nero presso Trebisonda;
che il bastimento e il carico erano perduti, e che solo sette uomini
dell’equipaggio e due passeggeri si poterono salvare mercè l’audacia e
fermezza straordinaria del capitano Santafiori».
Questa notizia, conosciuta colla celerità della sventura, fu per
Rosalia un crepacuore, per tutta la famiglia una desolazione. Dopo
alquanti giorni giunsero lettere da Trebisonda; esse confermavano che
Battista era salvo, ma che tutta la sua fortuna era inghiottita. Una
settimana dopo arrivava Battista in persona.
Le sue prime parole, dopo gli abbracci, furono: «E il corazziere?» La
moglie avevagli scritto naturalmente il nuovo stato del figlioccio.
Il dì appresso egli corse a Genova a cercarlo; ne era partito da pochi
giorni col suo quartier mastro traslocato a Milano: rifece adunque la
strada e andò a Milano.
Lo trovò in un bigliardo in compagnia di tutti quegli eroi delle bische
che non conoscono altra pugna che il cozzo delle biglie, altr’arme che
la stecca, altra trepidazione che le fortune dei tavolieri verdi, e
che pure sono infaticabili raccontatori di battaglie (a cui non hanno
assistito), abilissimi a intromettersi nella società dei veri prodi ed
a raccogliere il polverìo brillante della gloria altrui; velocipedi
alle promozioni, centimani alle decorazioni, allumacatura schifosa
delle retroguardie, mascherata impudente dell’eroismo e della forza.
— È qui che doveva trovarlo!... — pensò con amarezza Battista; e
avanzatosi colla sua faccia serena, col suo occhio calmo, colla sua
persona ritta e maestosa, chiamò:
— Michele!...
Michele, che in quel momento faceva una carambolata, si volse a
quella voce, come punto da una vespa, lo riconobbe, mutò colore, ma
impercettibilmente, si riebbe e senza muoversi balbettò:
— Mio padrino!....
— Sì.... tuo padrino-... anzi tuo padre o Michele; perchè io non
voglio ancora spogliarmi di questo titolo, nè tu, per quanto farai, lo
potrai.... Ora avrei a dirti alcune parole, Michele. Vuoi venire con me
per pochi minuti?....
Michele esitò e guardò i suoi compagni.
— Ma il nostro camerata Gordiglia è impegnato in una partita seria
con noi e non può lasciarci — saltò su un sergente dei corazzieri,
il quale, istruito già da Michele delle avventure e delle idee
repubblicane del padrino, coglieva un’occasione per rompere una lancia
a favore dell’impero.
— Non ho alcuna difficoltà ad aspettarla — rispose dolcemente Battista
— continua la partita, Michele.
— Ma sarà un affare molto lungo! — rispose il sergente.
— Molto?!... E quanto?... — replicò Battista volgendosi a Michele,
perchè non voleva impegnare discorsi con quella gente.
— Tre o quattro ore.... e forse più.... — fece ridendo uno dei
giuocatori.
— Voi scherzate, signori.
— Non scherziamo perdio!... E il nostro camerata Michele ci farà il
piacere di dirvi, che se vi piace d’aspettare potete andare altrove,
giacchè questa sala è riservata agli _ufficiali dell’imperatore_!....
Un vecchio granatiere della Guardia coperto di ferite non avrebbe
calcato più forte queste parole.
— Ma io, signori, sono il padre, e....
Uno scoppio di risa fu gettato in faccia a Michele. E il sergente
che aveva già parlato, sghignazzando più forte di tutti: _Connu!...
connu!..._ sappiamo la sua storia e vi passiamo la bugia di chiamarvi
suo padre.... Del resto scusate se non abbiamo portata la mano
all’elmo, signor _sanculotto_ d’America!... Diamine!... Quando si è
_filantropi_ e non si riconosce Napoleone, si ha ben diritto di farsi
presentare le armi.... Ah! ah!... Nullameno, se volete un consiglio da
corazziere d’onore, pigliatevi questo: del berretto frigio fatene una
cuffia da notte. Sarà tanto di sparagnato.
Battista durò a questa spruzzata di villanie senza far motto: poi
voltosi al figlioccio freddamente gli disse:
— Senti, Michele?... Insultano tuo padre.... e tocca a te a
difenderlo.... Hai desiderato un’arma al fianco, è venuta l’occasione
di adoperarla.
Michele era pallido come la cera; girava gli occhi dai suoi compagni
al suo padrino, tastava macchinalmente l’elsa della sciabola e restava
taciturno e goffo come la statua della stupidità.
Allora uno di quei farabutti da caserma, avanzatosi verso il vecchio,
sempre fermo al suo posto:
— Pare che vogliate sfidarci, signor Barbetta.
— Non lo voglio — rispose Battista colla sua calma; — se lo volessi
rammenterei che a otto anni ho fatto voltare le spalle ai granatieri
tedeschi che erano di un palmo più alti di voi. Ma non spetta a me
sfidarvi, spetta a questo — e additava Michele. — La manata di fango
che mi gettate passa sopra i miei capelli bianchi e s’imprime tutta
sopra la fronte di costui come un suggello d’infamia. Io gli dico però:
chi lascia vilipendere un vecchio, è un vile: chi lascia vilipendere
suo padre, è un miserabile.
— Senti, Michele, egli c’insulta.
— Alla porta — gridò uno.
— Dalla finestra — urlò un altro.
— A te Michele; se no a noi — fece un terzo, accennando una mossa verso
Battista.
— In verità mi fate la figura di un consiglio di lepri che spingano un
coniglio ad attaccare un leone. Perchè, chi mai non sarebbe un leone in
faccia a voi altri?... Oh, vi conosco!... e so che le vostre corazze
non vi servono ad altro che a nascondere i tremiti del cuore.... Voi
prendete degli atteggiamenti da eroi, ma i vostri campi di battaglia
non varcano le sponde di questi bigliardi.... Voi siete le comparse
della tragedia e il vostro posto è nell’ombra. Lo vedo bene che gli
applausi degli eroi che muoiono in mezzo alla scena vi solleticano; ma
tutti ormai s’accorgono che la vostra barba è finta e la vostra spada
è di legno... Io non amo le glorie cruente dei vostri compagni, che
fabbricano colla corona del loro imperatore la catena dei popoli, ma
le ammiro. Si son fatti d’un uomo un Dio e muoiono per esso; la morte
sublime nobilita la loro vita.... ma voi.... siate certi.... morrete
di male vergognoso in un ospedale. Io sono vecchio di settant’anni,
ma avrei vergogna di trascinare codesta scimitarra su per le scale
delle vostre drude, mentre altri vestiti delle vostre assise le fanno
scintillare sul campo del nemico. Basta per voi.... ora a costui...;
egli è degno del vostro consorzio, e se non ne sapete la storia io
ve la dirò. Egli porta l’aquilotto sulla testa, ma guardatelo bene,
e sotto le penne troverete il gufo.... Sappiatelo: egli è nato da una
santa donna e da un padre virtuoso, ed io volli che dividesse co’ miei
figli la mia eredità; e per questo sono tornato a sfidar le tempeste,
a patire, già vecchio, tutte le fatiche dei giovani per ingrossare
il suo retaggio. Ma a lui che importava tutto questo?... Egli voleva
avere un elmo dorato, una coda da cavallo, due quintali d’acciaio sullo
stomaco e degli sproni da Don Chisciotte agli stivali.... Io questo non
poteva dargli; ed egli s’è venduto.... a chi?.... Lo saprete ora. A una
cortigiana! Egli è guardia portone d’una Dubarry qualunque. Ha messo
all’incanto le sue spalle e le sue spalline.... e s’è fatto guardiano
d’odalische.... Questi è il gladiatore a cui voi dite di cacciarmi
dalla finestra. Ma guardatelo come è bianco.... si direbbe che non ha
più corazza. Però io giuoco che se muovo un passo verso di lui, egli
rincula; che se io ve lo getto sul vostro campo di battaglia, voi mi
lasciate fare.
Sì dicendo il vecchio afferrò alla cintura Michele e, levatolo con ambe
le mani, lo scaraventò con terribile lancio sul bigliardo, dove restò
stupido ed inerte come cosa morta.
Fatto ciò il vecchio aprì lentamente la porta, diede un’occhiata di
supremo disprezzo su quei giovinastri immobili, storditi, increduli, e
abbandonò la bisca.
Giunto a casa, Battista tacque l’avventura a Rosalia, involse in un
plico duemila franchi e li diresse a Michele con queste parole:
«Finchè io e i miei figli potremo lavorare, vi manderemo ogni anno una
consimile somma».
Intanto però, due carichi di cotone lavorato, sequestrato nei porti
inglesi a cagione del blocco continentale, e più tardi il naufragio
del suo _brick_ avevano divorato a Battista più di 400,000 franchi.
La rovina di Santafiori era inevitabile; conveniva vendere tutto, fin
l’ultimo palmo di vigneto nella villa di Nizza, far onore alla propria
firma, e pensare altrimenti a guadagnare la vita.
Così fu fatto. Della vendita, tutto pagato, restarono ancora circa
30,000 franchi coi quali pensò a trovarsi un’affittanza in qualche zona
ferace ed a buon mercato.
IX.
SPETTACOLO AL VILLAGGIO.
Siamo nel piccolo villaggio di X... Una sfilata di dugento case sulla
riva destra del Po nei felicissimi Stati di S. M. Vittorio Emanuele I.º
re di Sardegna.
Il fiume il quale, a dir del Tasso, pare
Che guerra apporti e non tributo al mare,
è la fortuna e la rovina insieme dei suoi ripuari. E nessuno infatti
che venisse da lontano ignaro delle sorti della contrada, avrebbe
potuto immaginare che il verde sempre vivo di quelle praterie che
stancano l’occhio, l’incantevole infrondatura di quei vigneti, l’onda
d’oro di quei campi di spighe, e la maestosa e odorante distesa di
quei boschi di quercie e di pioppi che avvolgono diremmo quasi in un
amichevole amplesso il villaggio; tanta ubertosità e tanta ricchezza
avessero per nemiche le stesse acque del fiume paterno che le aveva
procreate.
Eppure più d’una volta il villaggio d’X... nel bel mezzo d’un’annata
promettitrice era stato schiantato e portato via, case e colti, alberi
ed armenti, dal furore improvviso del Po, rimasta appena ai superstiti
abitatori, riparati sulle alture, la speranza d’una nuova messe
riparatrice della perduta.
In sullo scorcio del 1815 a mezzo del novembre, quando i raggi del sole
autunnale contrastano a mala pena il passo ai primi soffii gelati che
brezzeggiano dalle Alpi, e le mattinate sorgono brinate, frizzanti, ma
lucide e calme, tutta la popolazione disponibile (in questa categoria
comprendiamo, tutti i fannulloni e gl’impotenti, il sindaco, il
parroco, il carabiniere, il segretario della comunità, lo speziale, il
pizzicagnolo, il droghiere, gli storpi, i gobbi, i cronici, la maestra,
la comare, tutta la filatessa delle zitellone, delle beghine e delle
trecche, infine la universa monelleria fanciullesca, e se alcuno ne
manca suppliscavi il lettore), tutta la popolazione _disponibile_,
dicevamo, nel villaggio di X... era per la strada principale, che
è come la spina dorsale del paese, ai balconi e sulle porte; i più
distinti o favoriti sulla bottega dello speziale il signor Romeo,
del pizzicagnolo il signor Giosafatte, o del barbiere Gigi Squarcia,
o sotto l’atrio della chiesa, o sul terrazzino del palazzo comunale,
infine dappertutto dove si potesse vedere ed essere visti a contemplare
con più comodo e decoro uno spettacolo qualsiasi.
A quel che pare gli spettatori avevano anticipato d’assai sugli attori,
poichè da una buona oretta ciascuno s’era appostato e aveva avuto tempo
di accaparrare una pietra, una nicchia, una sedia, di raschiare, di
soffiarsi, di stirarsi, di dire sessanta volte al minuto: — Che bella
giornata!... ma un po’ freschetta — senza però che il sipario desse
segno di muoversi, e che un personaggio qualunque comparisse sulla
scena. Ora siccome in quel teatro mattutino, continuiamo la metafora,
la musica faceva diffalta, così noi cercheremo di riempire il vuoto,
dando, a guisa di sinfonia, il prologo degli spettatori, avendo l’onore
di assicurare il lettore che non ne sarà mai tanto lacerato quanto lo
saria stato dai miagolati dell’unico violino e dal grugnito dell’unico
contrabasso che componevano la orchestra del villaggio di X...
Nella spezieria, specie di posti scelti, c’era come a dire la crema
degli omoni e dei maggiorenti. Oltre allo speziale Romeo, il sindaco
Salomone Arena, don Fulgenzio parroco, don Spiridione curato, il
maresciallo dei carabinieri Malagana, il cancelliere Frustadenti
e la sua consorte Atalanta nata Magrograssi. Sulla terrazzina che
poteva passare per una loggia, la solita frega delle mamme colla
solita mostra delle figliuole da marito, la più fraschetta delle
quali, sorrideva alle galanterie tutt’altro che matrimoniali che le
veniva sfringuellando il figlio del sindaco, Adolfo Arena, ganimede
del villaggio, chierico schiericato. La botteguccia del barbiere, la
piazza, le strade, che ponno pigliarsi per la platea, erano occupate
dal popolino al quale non resta che accomodarsi della parte di coro.
— E non si vede ancora nulla sullo stradone — saltò su interrompendo
un momento di silenzio generale il cancelliere Frustadenti, un omicino
piccino come il noto _Tom Pouce_, ma più alto di gambe che di torso,
onde ricordava lo struzzo, nera la barba che si radeva una volta alla
settimana e che pareva una spalmata di nero d’avorio, neri i capelli
corti e ritti come le penne d’un riccio, neri i sopraccigli e gli
occhiali in grazia d’una malattia d’occhi che lo costringeva come le
nottole a schivare la luce, e perciò vedendo nera ogni cosa scambiando
sovente nell’esercizio delle sue funzioni il colore della carta con
quello dell’inchiostro, onde riscriveva spesso sulla medesima linea
e cancellava non di rado quello che aveva scritto con quello che
scriveva. Malgrado la sua picciolezza tenebrosa, e fors’appunto perciò,
egli era pieno di sè, vano, ostentatore, trinciatore, ridendo solo
soletto dei propri epigrammi, raccontando inesorabilmente a tutti due o
tre prodezze della sua gioventù, citando in ogni discorso tre o quattro
sentenze di autori che non aveva mai letto, sapendo dire il _nosce
te ipsum_ ma non appropriandoselo mai, storpiando a memoria due o tre
terzine di Dante e avendo inventato una biografia sua particolare del
Metastasio che faceva nascere a Mondovì, guardandosi in giro quando
aveva pronunciato un parere, rialzando la sua statura, con un cappello
a cilindro (nero s’intende) alto quasi come lui e una cravattona nera
proporzionata al cilindro, camminando sempre ritto ed impettito come
un caporale tedesco, e per corona a tutto questo scrivendo _Itaglia_
col _g_ e _P’ho_ in questo modo. Ma oltre a questi meriti letterarii
che l’avevano fatto scegliere per cancelliere del Comune, egli aveva i
morali che il sindaco cavaliere sapeva conoscere e ricompensare.
Nessuno infatti avrebbe potuto ordire un intrigo, mascherare una
trappola, dare di fiato nella tromba della popolarità, straziare la
riputazione di un avversario meglio del piccolo Frustadenti; laonde
egli era per Salomone Arena un confidente, un aiutante e un portavoce
sicuro e prezioso.