cuore, ma lo spirito erasi interamente liberato. Essa riconosceva
il suo liberatore, lo ringraziava e lo amava della più riconoscente
amicizia. D’altronde ella era madre e sentiva il dovere di vivere per
suo figlio, il quale, dopo la perdita del padre e degli averi, era
ridotto alla più nuda miseria.
Ora la demente avea già la forza di dire: — Signor Battista!... il
mio Michele — e additava il suo bambino — vi rimunererà un giorno di
questo beneficio. Non è vero Michelino che tu pagherai il tuo debito di
gratitudine anche per tua madre?...
Il fanciullino rispondeva strillando e la madre lo baciucchiava per
acquietarlo. Vestita a bruno, illuminata da uno splendido pallore, ne’
momenti delle sue espansioni materne, quella donna sembrava più bella
di prima.
Erano appena scorsi tre mesi, e Battista sentiva di non poter più
guardarla colla stessa franchezza di prima.
Ma egli frattanto aveva fatto il suo progetto. Tornò alla sua fattoria
nella Virginia; ne vendette parte a Washington, già ritiratosi per la
prima volta dalla scena politica nelle terre, e il rimanente ad altri
coltivatori; congedò i suoi negri già liberati e li accompagnò con
regali e pensioni. Cedette due dei suoi bastimenti; e non ne ritenne
che uno, cui ribattezzò col nome di _Livio_, in memoria del perduto
amico. Intascò con tutto questo un milione a cui poteva aggiungerne
un’altra metà in denaro, cambiali e buoni sulla banca di Filadelfia.
In tutte queste operazioni era trascorso un anno. La signora Rosalia
col figliuolino era sempre rimasta al Capo presso la vecchia zia e
sotto la protezione speciale di Toussaint Louverture. Quando Ballista
tornò, ritrovolla assai più calma; essa aveva ripresi tutti gli usati
uffici di donna; qualche volta sorrideva melanconicamente, tal altra
arrossiva come una fanciulla davanti alle occhiate di Battista, e senza
sapere il perchè abbassava le pupille.
Egli un giorno la colse sola nella sua stanza, deliberato di rompere
il ghiaccio e di aprirle l’animo suo. Le parlò del progetto che aveva
fatto di tornare in Europa, dei suoi doveri di cittadino, delle sue
idee di rivoluzionario, della sua fede impegnata. Le confidò d’aver
tutto venduto, meno il _brick_ che doveva riportare nella patria
che aveva lasciata bambina. Le fece considerare che essa era sola,
povera, denudata d’ogni cosa, col peso troppo caro della sua creatura,
circondata da una popolazione feroce in momenti procellosi.
— Per questo — e a questo punto la voce di Battista cominciò a tremare
— io vi consiglio Rosalia a... — e la voce gli si appannò del tutto.
— A che cosa? — fece Rosalia impallidendo alla sua volta e sprofondando
i suoi grandi occhi celesti nella faccia di Battista.
Questi esitò ancora; ma poi si decise e pronunciò chiaro e secco:
— A rimaritarvi.
— Rimaritarmi!... E Livio? — disse Rosalia alzando gli occhi al cielo
— e Michele?... — additando il suo pargolo. — Epperò... rimaritarmi...
con chi?
— Alle corte, Rosalia... con me!...
L’anima di Rosalia tremò tutta, ma invisibilmente. Se vi fosse una
chimica che valesse a decomporre le sensazioni avrebbe trovato in quel
tremito molti atomi di gioia. Essa accettò, ma chiese di rispettare
la memoria di suo marito ancora per qualche mese, e fu pattuito che il
matrimonio seguirebbe in Europa.
Battista con Rosalia, Michelino, due vecchi servitori, che eran
piuttosto suoi amici d’America, riprese la via d’Oriente e in capo a
due mesi di navigazione rivide da lontano le cime dell’Alpi marittime,
la chioma del Mon Boron, l’anfiteatro ridente di Nizza, e più basso,
avvolte d’azzurro, le ondulazioni dell’Appennino ligure da cui
giovinetto aveva lanciato la lenza e il palamite, o s’era spiccato,
audace nuotatore, a snidare da’ loro profondi recessi i gronghi e le
murene. Là egli sentì echeggiare nel suo cuore il grido dei compagni di
Enea: _Italiam! Italiam!_ e cacciatosi a cavalcioni del suo bompresso
ristette lungamente a contemplare, inondato di lagrime, le sacre
immagini redivive della patria sua.
Nelle vicinanze di Nizza, in una valle tutta dorata d’aranci e fronzuta
di vigne e d’oliveti, s’accasò. Era una delle più vaste e ricche
possessioni dei dintorni; vi buttò dentro senza contare, due terzi del
denaro raccolto in America dicendo: — che anche quel cielo e quel mare
bisognava pagarli.
Nell’inverno del 1793 condusse Rosalia all’altare; egli aveva allora
cinquantacinque anni, e sua moglie ventiquattro. Ma l’una ne dimostrava
più di trenta, l’altro appena quaranta: il dolore aveva invecchiata
la donna; la vita attiva, battagliera e nell’istesso tempo rigida e
monacale avevano prolungato sulla fronte dell’uomo le vestigia della
giovinezza. Per questo la disparità degli anni adeguavasi, ed essi si
amavano.
V.
RITORNO IN PATRIA.
Battista non aveva interrotto nè le sue relazioni politiche nè i suoi
viaggi. Egli arrivava in Europa nel colmo della rivoluzione francese,
in quel momento infernale e sublime che sarà, per tutti i secoli, lo
spettro dei re e il rimorso della libertà: il _novantatrè_. La testa
di Luigi rotolava sul palco: Collot e Saint-Juste decretavano il
delitto, Carnot la vittoria: di qui Valmy, Jemappes, di là gli annegati
di Nantes e gli agghiacciati di Avignone; dovunque la vertigine del
sangue, del martirio, della grandezza. La Francia era un’ossessa che
fra mostruose convulsioni rivelava il futuro. Innanzi ad essa l’Europa
abbrividiva e sperava. I re movevano i loro battaglioni ma facevano
le loro preghiere: i popoli aspettavano come gli antichi millenari
il giudizio universale. Però la nostra coscienza è ancora incerta su
quell’epoca ciclopica e vediamo che non meno dubbiosa è la storia.
Chateaubriand condanna, Michelet compiange, Thiers esalta, Blanc
giustifica, Capfigue maledice: tutti ammirano.
Fino ad ora il giudizio più profondo e più esatto è quello di
Victor Hugo: «Una rivoluzione è una nube che i secoli hanno carica
d’elettrico. Viene il momento in cui la nube tuona, la folgore
scroscia. Allora chi fa il processo alla folgore, erra; deve farlo ai
secoli che hanno fecondato d’elettrico la nube».
Ma se dubitiamo noi che siamo lontani e che, ad ogni modo, cogliamo il
frutto senza insanguinarci la mano, quale sarebbe stato l’animo nostro
se, come Battista, fossimo vissuti in mezzo alla tragica epopea?...
A lui pareva d’assistere a un sogno di spiriti soprannaturali quali
devono essere apparsi alla fantasia di Milton nel sognare la battaglia
degli Arcangeli e de’ Demonii.
Egli sentiva di essere chiamato a decidere fra la fede sublime
e sacrosanta della libertà, e la legge ancora più alta e divina
dell’umanità e dell’amore. Alcune volte considerava il _Comitato
di salute pubblica_ come un tribunale di Dio mandato in terra a
giudicare le colpe di venti generazioni di re; tal’altra vedeva la
folla inzuppare i fazzoletti del sangue dei Girondini e pensava a
Cristo che aveva fondato una legge d’amore col proprio martirio, e
preconizzava alla Francia la fine di Nemrod e di Encelado. Conosceva
taluni convenzionali a Parigi e specialmente Grégoire; egli andò,
parlò, perorò, ma comprese che era stoltezza tentare di arrestare
quell’uragano nel suo cammino. Egli ripartì abbagliato e atterrito.
Allora corse per l’Italia, a Milano, a Firenze, a Napoli, a Roma,
ascoltò giudizi diversi, ma nessuno conforme al suo ideale. Liberali
che invocavano la repubblica dalle armi straniere; plebi che si
preparavano a combattere contro la libertà a favore di regoli che
le imbecillivano e le eviravano; chi sognava un’Italia francese, chi
un’Italia borbonica, chi un’austriaca, nessuno un’Italia italiana; ed
egli fuggì ancora. Le illusioni gli erano cadute a lembi a lembi come
dal capo d’una sposa tradita il serto di nozze.
L’invasione del Piemonte, Bonaparte, Massena; Genova, Marengo, i
Giacobini, i Barbetti, la Marsigliese, la Carmagnola, passarono sopra
di lui come una pioggia sopra un terreno granitico.
Conobbe Birago, Pino, i pochissimi altri che aspiravano a una libertà
umana e a una Italia non francese e s’iscrisse per mezzo loro alla
_società dei raggi_, cui aiutò largamente del suo denaro. Ma incredulo
degli eventi e degli uomini, non fu più l’audace e attivo cospiratore
che in sul finire dell’altro secolo aveva aiutata la rivolta degli
Inglesi e dei Negri di S. Domingo. Egli adorava e aspettava sempre una
libertà, ma sentiva che la sua ora non era per anco suonata.
Per questo si ritrasse nella sua villa di Nizza, in seno alla sua
famiglia che l’aspettava, proponendosi come voto alla sopravvegnente
vecchiaia la beneficenza indistinta e illimitata. La sua casa mutò
in ospizio. Molte persone inutili, ch’egli non conosceva nemmeno,
passavano per servitori, ma in realtà non erano che beneficati oziosi e
nulla più. Nessun operaio veniva a chiedergli lavoro senza che Battista
dicesse:
— Lavoro non ce n’è per ora; ma restate lo stesso.
Non forastiero, non vagabondo, non faccia bieca o sospettosa picchiava
alla sua porta che non la trovasse subito spalancata. In cucina
c’era imbandita una gran mensa e tutti vi trovavano posto. In quel
rivolgimento anche le fortune se n’erano risentite; molte s’erano
inabissate, molte erano salite alla cima. La voce delle prodigali
beneficenze di Battista si sparse; benchè molti le berteggiassero o
le compatissero, parecchi trovarono spediente di metterle a profitto.
Quindi grandi domande di denaro, numerosi prestiti, pochissime
garanzie. Ma i debitori diventano per solito inimici, e Battista più
s’avanzava nella via stretta e così poco battuta della beneficenza,
più sentiva incalzarlo la frusta della maldicenza e il sibilo della
calunnia.
L’impero non passò soltanto inosservato, ma ridestò per un istante
l’energica fibra di Battista, ed egli invocò ancora un lampo di
vita italiana. Invano. L’ode di Ugo Foscolo a Buonaparte liberatore
e la sublime orazione che l’accompagna, gli fecero credere d’aver
trovato un fratello di speranza; la resistenza della Spagna l’esaltò
e inviò a Palafox 20,000 franchi del suo per aiutar la riscossa, ma
in breve vide disperdersi nel nulla la catilinaria del Foscolo; i
frati usufruttare il sangue di Osterliza e Saragozza, e Napoleone
esser chiamato dal più versatile dei poeti viventi italiani: _rivale
di Giove_[4]. In quest’epoca di onnipotenza soldatesca, egli ed i
suoi ebbero a pazientare più volte le soperchierie, i soprusi, le
devastazioni, le insolenze degli eserciti conquistatori, e non trovò
gl’Italiani da meno dei Francesi nel disprezzo di quegli uomini in
giubba che veniva loro insegnato dall’imperiale maestro. Un sentimento
di ripugnanza insuperabile cominciò a farsi strada nel suo cuore
per quella aristocrazia gallonata della sciabola che subentra sotto
nuove forme all’abbattuto feudalismo. Sebbene egli non avesse mai
tralasciato di offerire il suo letto a un ferito e la sua casa a un
fuggiasco; sebbene egli pure si sentisse qualche volta stranamente
commosso all’epico poema di quei giganteschi figli della strage e
della vittoria, i quali andavano a morire sui ghiacci della Moscowa o
nelle gole della Catalogna, pur beati d’ottenere un cenno o un sorriso
del Cesare imperturbabile; pure quando pensava che tutta quella gente
allineata, piumata, dorata, coronata dall’aureola di cento battaglie,
non era che la sbirraglia d’un torvo dispotismo; che sulle due fronti
di quel Giano così splendido che nomavasi _il grande esercito_ stava il
suggello della gloria in compagnia del marchio della schiavitù; quando
paragonava i loro cannoni, i loro moschetti, i loro cavalli, i loro
treni risuonanti e pomposi, coi ciottoli di Balilla e di Pittamuli,
coi modesti soldati di Washington, coi laceri volontari di Mina, colla
credente legione di Körner; quando richiamava tutto questo dinanzi
al tribunale della sua coscienza, oh allora egli disprezzava quella
pompa, malediceva quella gloria! e se per caso i suoi figli balzavano
alla finestra per veder sfilare coll’avidità dei fanciulli i luminosi
corazzieri di Bessières, o i rapidi volteggiatori di Junot, egli
interrompeva la loro ammirazione e il loro entusiasmo con la solita
frase beffarda: «Quella che passa è la gloria in livrea».
In sul finire del 1805 la famiglia di Battista Santafiori, oltrechè di
Rosalia e di Michele figliuolo di Livio, si componeva di Giorgio nato
nel 1800, e così nominato in omaggio a Washington, e di Livia, caro e
pio ricordo alla madre del primo marito, al padre dell’amico arso dai
negri. Otto anni appresso vi si aggiunse Balilla, altro nome che si
collegava alle rimembranze storiche del compagno di Pittamuli.
Verso l’epoca suaccennata i negozi del Santafiori cominciavano a
deperire davvero. Scarsi i ricolti, gravissime le gabelle, incessanti e
laute le limosine, troppo facile il credito; tuttociò aveva costretto
Battista a riparare alle molte obbligazioni assunte sottraendo dalla
sua possessione i terreni più feraci e vendendoli. Egli avrebbe potuto
intascare i denari prestati, ma parte perchè non si fondavano su
documenti legali in regola, parte perchè a lui ripugnava correre su
pei tribunali e perseguitare gente che veniva colle lagrime agli occhi
a dirgli: «non possiamo pagare», egli non si curò mai di questo per
ripristinare la menomata fortuna.
Pensò invece di tornare al mare di nuovo, a cui lo spingeva d’altronde
l’amore dell’arte e il disgusto degli avvenimenti.
La moglie tentò dissuaderlo: ma egli la acquetò colla ragione del
benessere de’ figliuoli; e fatto costruire un brigantino, di suo genio,
di 200 tonnellate, s’apprestò a partire.
VI.
ABORTO MORALE.
Michele, il figlio di Livio, aveva allora circa tredici anni. Battista,
che era incapace di parzialità, non tollerava alcuna differenza fra
lui e i suoi figliuoli e lo aveva caro del pari, sebbene in cuor
suo sentisse crescere col tempo non voluta e indomabile una certa
freddezza. E questa freddezza non derivava già dall’essere Michele
suo figliastro, perocchè la memoria del suo povero amico e l’affetto
profondo per Rosalia glielo rendevano sacro, ma da certe inclinazioni
o istinti, che aveva veduto svilupparsi nel fanciullo, cui indarno
sforzavasi combattere, e che pure si piantavano in mezzo fra figliuolo
e padrino come una muraglia che vietava loro di ricongiungersi
del tutto, o come un corpo refrattario frapposto a due elettricità
contrarie che le paralizzava.
Michele era un bel ragazzo; brunetto sì, ma regolare, e foggiate
con grazia le linee del volto; i capelli neri, fini e ricciuti, le
labbra sottili, il naso piccolo e ben disegnato: gli occhi soltanto
erano un po’ rotondi e affossati, di quel color dubbio e cangiante
che volgarmente si chiama castano, ma che non si può riscontrare
che nell’occhio di certi animali sinistri, e di cui non la penna, ma
la tavolozza soltanto può riprodurre l’immagine. Giovinotto ancora
spiegava ben proporzionate, svelte ed ampie le forme del corpo, che in
ragione dell’età potevano essere dette, senza iperbole, gigantesche.
Battista, osservandolo talvolta, esclamava dentro di sè: «che magnifico
marinaio!... se non gli mancasse questo....» e si picchiava il petto
dalla parte del cuore.
Non c’era allora che il padrino che la pensasse così. I famigliari, i
conoscenti, la madre stessa, tutti quelli che lo ammiravano atletico,
ritto, cinghiato, col cappellino alla brava, col passo cadenzato e
sonoro, fra il ballerino e il militare, erano disposti a profetare in
lui un altro Murat o un altro Ney, che erano i nomi e i tipi del tempo.
Tanto più ringagliardivasi questa credenza quando pensavasi che esso
aveva nel padre una scuola vivente di generosità e di prodezza,
e quando lo si vedeva, pargoletto, consumare le mezze giornate a
fabbricar cappelli e pennacchi da generale, a trascinare sciaboloni
di legno, a cavalcare tutte le scope della casa, a comandare assalti e
parate a uno squadroncino di docili monelli, di cui egli voleva essere
inesorabilmente il capitano o nulla.
Battista qualche volta gli ammainava una lenza, o gli regalava una
barchetta di sughero alberata e velata, o lo invitava a venire a
pescare con lui. Inutile: o il ragazzo non andava o andava di mala
voglia. Tentò di addestrarlo al nuoto; peggio. Michele si impennava,
stralunava gli occhi, e se il padre persisteva, l’atleta sveniva di
paura.
La verità era che Michele idoleggiava il fracasso; che aveva genio
per tutto ciò che era tuonante e sfarzoso, cominciando dalla propria
persona, che malgrado i consigli e i rifiuti del padre, trovava sempre
modo colla condiscendenza materna di abbellire di vesti eleganti, e
potremo dire, per il luogo, sfoggiate.
Ma appena i suoi gusti spettacolosi dovessero costargli qualche
cosa, un lavoro serio, un pericolo reale, oh allora il suo cuore si
sgonfiava, le suo pose eroiche perdevano l’usato appiombo, e la sua
cervice, come un’ostrica tocca sulla testa, si raggricchiava nel
guscio.
È chiaro, è conseguenza di questo, che Michele non lottasse che
quando la vittoria era sicura, non amasse altri emuli che i minori e
fosse prepotente coi più deboli. È chiaro che egli fosse rodomonte e
squarciagiramo, e nell’istesso tempo inetto e poltrone; è chiaro che
egli non amasse il mare, forse per un’avversione naturale all’acqua,
ma ancora per le fatiche e i pericoli che portava seco coll’onta per
giunta — onta inescusabile per lui — d’essere sorpreso colla camicia
lacera, coi piedi nudi, colla faccia tinta, colle mani sudicie o
callose, quando il suo ideale era di sfoggiare la più bella giubba
ricamata, fosse pure stata una livrea, o di pavoneggiarsi dentro un
dorato corsettino da ussero, lo avesse pur dovuto pagare colla servitù
di tutta la vita. Egli era infatti della razza prolifica e non bene
mascherata di coloro che amano portare un collare dorato per farne
portare ad altri uno di ferro; razza ibrida che sta fra i padroni e gli
schiavi, senza la potenza degli uni e la speranza degli altri; razza
che annidò nel Medio Evo fra il castello del signorotto e il casolare
del servo col nome di vassalli; che passeggia nelle anticamere delle
corti fra i re e le plebi col nome di cortigiani; che nella società
moderna nidifica nei corridoi e nelle casematte del potere e si nomina
insieme burocrazia e militarismo.
Più Michele procedeva negli anni e più l’istinto del _parere_
sviluppavasi d’accordo e gemello all’istinto del _dolce far nulla_. In
lui si accoppiavano già le forme d’un tamburo maggiore al cuoricino
d’un capo d’ufficio, o se più piace un paragone classico, le membra
d’Aiace Telamonio all’anima di Tersite. Questo carattere parve ancora
più spiccato quando Battista risoltosi a vedere cosa avesse imparato
dalle lezioni quotidiane del maestro di casa — una specie d’_Ajo
nell’imbarazzo_ che Battista aveva ricoverato — s’accorse che la testa
del suo figlioccio poteva benissimo servire alle funzioni della _tabula
rasa_ di Locke.
— Ah!... vivaddio!... anche ignorante.... è troppo — borbottava
Battista — che quella povera donna di sua madre non lo sappia! se ne
angoscerebbe a morirne. Bisogna risolversi a portarlo lontano da casa
e trovargli una buona scuola e un maestro energico.... se no abortisce
del tutto.
Il padrino aveva ragione. Michele, nato da quell’angelica donna di
Rosalia e da quell’onesto uomo di Livio, poteva dirsi: un aborto
morale.
Ma quanto a scuola, o collegi imperiali o gesuitici, Battista non
voleva saperne degli uni e molto meno degli altri. Credette meglio
collocarlo a Genova nella scuola privata d’un antico suo beneficato,
ex-luogotenente di corvetta, che aveva perduto una gamba nel
combattimento che la fregata sarda _Alceste_ sostenne nel novantatre
contro la francese _Boudeuse_ nelle acque di Sardegna. Ma il re
proscritto non avevagli potuto pagare la pensione della sua gamba, e il
conquistatore non la volle concedere perchè egli non la richiese.
D’onde alcuni anni d’onesta povertà che Battista estimò e sollevò,
ricompensato dalla più sincera gratitudine. Era il luogotenente, per
verità, uomo di lettere mediocre, ma dotto assai nelle matematiche,
di carattere fermo e severo, e reputato abilissimo a disciplinare
una scolaresca, lui che aveva tenuto a bacchetta le ciurme del suo
bastimento.
Battista gli condusse il figlioccio e glielo raccomandò così:
— Gl’insegnerete l’italiano, il francese e l’inglese: un po’ di storia,
ma scelta, e le matematiche tutte. Confortategli la mente di idee
virili e il cuore di sentimenti generosi. Ricordategli spesso, come un
capitolo del catechismo del suo secondo padre, queste tre massime: «la
vita è un campo che bisogna inaffiare col proprio sudore; non bassezza
perchè nessuno è servo, non alterigia perchè nessuno è padrone;
l’umanità è la famiglia comune, e se non la è dobbiamo fare che la
sia». Se riuscirete a fare di lui un onesto e abile negoziante ve ne
sarò grato per tutta la vita. Io intanto aggiungo alla pensione comune
un regalo di cinquecento franchi, e se vedrò progressi in capo a un
anno ne avrete altri mille. Combattete tutte le vanità, dileguate tutti
i fumi e confondete tutte le servili smancerie. Ridatemi un uomo — voi
mi capite. — Addio.
Un po’ rassicurato sul conto del maestro e del figlioccio, abbracciata
la famiglia, Battista s’imbarcò sul suo nuovo _brick_ e drizzò la prua
verso levante.
A quell’epoca Genova, al pari di tutte le città italiane, subiva
l’abbaglio della meteora napoleonica, e nella festa instancabile e
storditrice che i conquistatori imponevano ai conquistati essa offeriva
volentieri per tappeto il suo manto di dogaressa e ballava nella ridda
comune. Napoleone gongolava se poteva scimiottare i cerimoniali del _re
sole_; i marescialli gongolavano se potevano scimiottare Napoleone, e i
popoli i marescialli.
Quando Michele capitò nella metropoli della Liguria provò come le
vertigini d’una fantasmagoria.
Una danza, una musica continua passava sotto i suoi occhi; egli che
pure tante grandezze aveva sognate, non avrebbe mai osato credere vi
potesse essere al mondo tanto oro, tante gemme, dell’armi sì splendide,
delle vesti sì ricche, dei cavalli così superbi, dei cocchi così
lussureggianti, degli uomini così applauditi, delle donne così belle,
così seducenti, così corteggiate.
Il barbaro, che uscito dalla nebbia delle sue foreste, affacciossi
per la prima volta alla vetta dell’alpi vietate e vide mollemente
adagiata fra le sue marine, illuminata dallo eterno sorriso del suo
cielo, coronata di olivi e di cedri, cosparsa di pampini e di viole, la
terra impromessa delle nazioni, non deve aver provato nè desiderio, nè
ansia, nè rapimento maggiore di quello che Michele provò innanzi alle
larve lusinghiere e tentatrici che sfilavano a lui davanti nella scena
splendida e variopinta di _Genova la bella_.
L’avido giovinetto avrebbe dato come Faust l’anima a Mefistofele per
un’ora sola di quel lauto banchetto.
VII.
MERCATO.
Il maestro studiò, comprese, invigilò, contenne col rigore e la
disciplina l’alunno quattordicenne; ma non poteva più imbrigliare
il giovinotto di diciott’anni. Egli aveva già scritto più lettere a
Battista, sempre in mare, avvertendolo degli scarsi profitti della
mente e degli scarsissimi del cuore; e pregandolo a ripigliarsi il
figlioccio. Ma Battista, sebbene angustiato da tristi presentimenti,
temette peggio l’indulgenza dalla madre e lo pregò di tenerlo in
custodia ancora per alquanti mesi, chè egli non avrebbe tardato a
ritornare. Ma era già tardi.
Il momento critico e supremo della vita di un giovane è quello
dell’amore. La donna che egli incontrerà per la prima deciderà di tutta
la sua vita e sarà, come dice Francesca, _un punto solo_.