— Per oggi una buona mano qualsiasi, una specie di strenna p

MEMORIE D’UN DISERTORE

STORIA D’UNA FAMIGLIA DI PATRIOTTI

NARRATA

DA

GIUSEPPE GUERZONI

VOLUME I

MILANO

F. TREVES, EDITORE

1871.

Proprietà letteraria.

TIP. TREVES

STORIA DI QUESTO LIBRO

Questo libro, quale che siasi, ha una storia che il fortuito riflesso

d’alcuni nomi e d’alcune date rende non del tutto volgare.

Esso fu scritto a Caprera, nell’inverno del 1863, e potrei dire quasi

interamente pensato sulla cima d’uno scoglio, dove andava tutte le sere

a guardar il sole che tramontava nel mare, o Garibaldi che nettava,

pochi passi lontano, le foglie degli aranci arsi dal libeccio.

Nella primavera di quel medesimo anno accompagnai Garibaldi in

Inghilterra, e non sapendo a chi confidarlo, portai meco il mio

manoscritto. Nel ritorno, tragittando la Francia, una cassa di

libri del Generale, dono ricchissimo della ammirazione britannica,

caduta probabilmente in sospetto alla polizia napoleonica, andò

misteriosamente perduta. In quella cassa v’era anche il mio povero

manoscritto.

Se non che, la prima parte del romanzo, _Il Padre_: era stata giù

pubblicata nelle appendici del _Diritto_, e poteva dirsi salva; ma la

seconda, era irreparabilmente andata, e Dio sa in che mani?

Ora, di tutto questo, al lettore non importerà probabilmente nulla;

ma io padre, non guardo se il mio figliuolo era bello o brutto: l’ho

perduto e lo rimpiango.

Tuttavia, il meglio sarebbe stato rinunciare per sempre a una

risurrezione impossibile; e se non vi fosse stato in quel romanzo

qualcosa di mio, che mi rincresceva veder morire, senza nemmeno un’ora

di luce, mi sarei forse rassegnato. Poi, a poco a poco, anche la vanità

d’autore cominciò a farmi sentire il suo prurito, e finalmente, nel

1867, mi decisi a rifare tutta la parte rimasta in Francia.

Ora, ma ora soltanto, dopo due o tre pubblicazioni, m’avveggo che

fu uno sproposito, perchè anche, a parte tutti gli altri difetti,

conviene proprio confessare, che non si può ripigliare, dopo quattro

anni, un’opera d’arte, — di scienza sarebbe un altro conto, — senza che

l’unità di stile, di colorito, di forma insomma, scompaia interamente,

ed anche quella de’ caratteri e de’ concetti si alteri profondamente.

Da ciò, quell’enorme distacco che corre tra la storia del _padre_

e quella del _figlio_, e che le farebbe credere uscite da due mani

diverse, e forse una peggiore dell’altra.

Ora, io so bene quello che attende un libro nato quasi come il mostro

d’Orazio e non mi sogno nemmeno di implorare un’indulgenza che in

simile caso sarei il primo a negare.

Ma in questo libro non ci sono soltanto le immagini scolorate e informi

del mio pensiero; c’è un uomo di spirito e di carne; un esempio, tratto

tutto dal vero, di virtù e d’eroismo, ma così vivo e potente, che può

sostenere tutti gli sguardi e tutti gli assalti, e basterebbe anche da

solo a impedire alla moralità d’una nazione di corrompersi mai.

Degli otto mesi vissuti a Caprera, forse i più belli, certo i

più sereni della mia vita, due ricordi mi son rimasti nell’animo

incancellabili: Garibaldi che scendeva tutte le mattine, zoppicando sul

suo bastone, a lavorare, come il _bonus cives, bonus Agricola_ di Marco

Catone, un filare di viti, piantato da lui; e Garibaldi che tutte le

sere, durante la cena, davanti a un pane cotto nel forno costrutto da

lui, a una zuppa di pesce pescato da lui, a una brocca d’acqua condotta

da lui, narrava colla semplice poesia d’un bardo, e colla scientifica

precisione del nautico, questo o quell’episodio delle sue venture di

mare; maravigliosa leggenda di battaglie e di tempeste, della quale

forse i poeti futuri dei due mondi comporranno un Poema.

Ora, con quell’odissea nella memoria, con quell’uomo nel cuore, col

mare tutto all’intorno, ho fatto =Battista Santafiori=.

Esso non è Garibaldi, ma è la personificazione del suo spirito

purificato dalle ombre della politica, spoglio dall’aureola

dell’apostolo e del trionfatore. Garibaldi, uomo e marinaio; come si

rivela nella semplicità della vita quotidiana e nella insospettata

intimità dell’amicizia ai pochi che l’avvicinano senza pregiudizio e

senza interesse, e sanno studiarlo anche ne’ suoi difetti, amarlo anche

ne’ suoi errori, rimaner fedeli al suo nome e dirgli

Scevri di tema o di lusinga, il vero.

Frattanto ho pensato, che in questo contagio di letteratura fradicia

e mefitica, un tipo d’uomo, giusto, sano e vigoroso, comunque

impicciolito dall’artefice, non potrebbe fare che bene.

_Respicere exemplar vitæ, morumque jubebo_; quest’è la mia sola

giustificazione.

_Firenze, giugno 1871._

G. GUERZONI.

MEMORIE D’UN DISERTORE

PARTE PRIMA.

IL PADRE

«La sua faccia era faccia d’uom giusto»

DANTE.

I.

ODISSEA D’UN GIUSTO.

Crede forse il lettore che quell’epoca sommovitrice del Mondo, che ha

prodotto Washington e Fox, Beccaria e Condorcet, gli Enciclopedisti e

i Re filosofi, Toussaint e Buonaparte, il _primo dei Negri e il primo

dei Bianchi_, abbia generate le sole virtù, e le sole colpe, le sole

grandezze e le sole miserie che la storia registra, e che degni di

fama sieno stati soltanto gli uomini il cui nome restò scritto sotto le

statue dei Panteon e sulle arche dei Templi?...

Noi non lo crediamo!...

Legioni di genii benefici o malefici, di eroi e di mostri rigurgitano

dal sobbollimento delle rivoluzioni, come da un mare in tempesta, limo,

alghe e conchiglie. Tutti compiono la loro prava o santa missione,

e poi ripiombano oscuri, non visti, dimenticati, nel nulla. Al pari

degli storiografi delle battaglie, i quali si credono sdebitati verso

le migliaia dei forti caduti nella mischia denotandoli alla posterità

coll’unico nome del loro capitano, gli annalisti della Umanità son

paghi di compendiare nei simulacri di pochi le virtù ignorate dei più,

e senza delle quali i privilegiati non sarebbero probabilmente mai

usciti dalla mediocrità della folla.

Gran mercè se taluno sfugge all’intera notte dell’obblio raccolto in

qualche scorretta e bizzarra leggenda popolare, o raccomandato alla

memoria di numerati amici dalla pietosa fantasia d’un Poeta.

Noi pertanto sentiamo una invincibile diffidenza di quella storia

casistica o aneddotica, la quale bruciando facili incensi a’ pochi

idoli della fortuna e sulla fede di testimonianze, di continuo smentite

e contraddette, concentrando sul capo di alcuni prediletti l’aureola

della gloria, pronuncia un’empia sentenza d’obblio contro tutti quelli

le cui gesta, confuse nella gloria comune delle moltitudini, non

giunsero fino a lei.

Questo modo di fabbricare la storia è proprio di quella scuola che

colloca l’universo sopra tre piani; alla cima un Dio sempre querulo

e aggrondato, al secondo i suoi profeti dispensatori in nome suo

di favori e di castighi, al basso la vile moltitudine genuflessa e

plorante, che attende le bricciole di civiltà o le faville di luce che

i potenti vicarj della divinità lasciano piovere dalle loro cornucopie

sotto il nome di _Riforme_.

Questa scuola conduce intellettualmente all’immobilità, socialmente

al pariato, politicamente al despotismo, moralmente al fatalismo, e

sebbene essa — del pari che la filosofia che le serve di base — più non

professi apertamente i suoi principii, pur non tralascia di dedurne

mascheratamente le stesse conseguenze. A Roma essa si noma «dogma»,

a Pietroburgo «Knut», in Francia «saggezza imperiale», in Italia

«maggioranza legale». Dappertutto i popoli sono allevati a questa

scuola: stendere la mano all’elemosina dei Re; dappertutto Minerva

figlia di Giove è tratta a frugare negli avanzi del vaso di Pandora

figlia di Vulcano. Portato Dio fuori dell’umanità era logico portare la

sovranità fuori dei popoli.

Alto là!... Non c’è china più sdrucciolevole di quella del filosofare.

Una volta posatovi un piede bisogna scendere a frana; e buon per noi

che il rispetto dei lettori e nostro è venuto, speriamo, a rattenerci a

tempo.

Del resto tutto questo non avremmo detto se il padre del nostro

protagonista non fosse stato uno di quegli uomini ingiustamente puniti

dall’obblio e al quale soltanto le sventure del figlio valgono queste

pagine di una tarda, insufficente rivendicazione.

Ricorda il lettore

Il dì ch’entro a Portoria

Agli Alemanni il petto

Rompeva il sasso rapido

Del fiero giovinetto?

Or bene: ei rammenterà pure che l’esempio di Balilla trovò pochi giorni

dopo, nella città stessa, seguaci ed imitatori, un pugno di giovinetti

eroici come lui. — Genova allora era un semenzajo di Davidi de’ quali

la storia non ci ha conservato che un solo nome, il più ardito e

fortunato di tutti: Pittamuli.

Ma alla dimenticanza della storia suppliremo noi rammentando che nel

drappelletto di quei fanciulli i quali facevano a ciottolate volgere le

spalle ai giganteschi granatieri di Cesare nell’osteria di S. Benigno,

il più tenero di tutti era un giovinetto di otto anni, biondo, agile

e vivace, che i compagni chiamavano ora _Baciccia_, vezzeggiativo più

ancora che corruzione di Battista, ora _Murena_ soprannome trionfale

accordatogli dagli emuli per le molte prove al nuoto, nella quale

palestra sembrava potesse essere appena superato dal celebre pesce

ghiottornìa dei triclinii romani, e di cui Orazio aveva tante volle

cantato le delizie.

Però il nome vero del commilitone di Pittamuli era Battista Santafiori.

Da nuotatore a marinaio non c’è che un passo, e Battista a 12 anni,

perduti i genitori pescivendoli che avevano aspirato a fare di lui un

avvocato della serenissima repubblica, vanità comune a tanti babbi,

s’imbarcava a bordo del _Costante_, uno dei brigantini genovesi più

velieri che salpasse per Nuova-York a quei giorni.

Voler narrare tutte le avventure di Murena sarebbe per sè sola materia

di un grosso volume, e a noi non importa qui che sbozzarne i tratti

principali affinchè ciascuno possa conoscere dalla semenza il frutto,

dal padre il figliuolo.

Corse tutt’i mari d’America, prima mozzo e poi marinaio, a bordo dello

stesso _brik_ sul quale s’era imbarcato. Conobbe con esso le brezze

costanti degli alizei e le calme canicolari dell’equatore, guardò senza

impallidire la faccia irata della tempesta, passò piegando la vela

innanzi ai terribili colpi di vento del golfo del Messico e duellò di

destrezza coi tifoni del mare della China; interrogò divinando, non

comprendendo le misteriose correnti che forse sono i fiumi sotterranei

dell’Oceano[1]; risolcò le vie che i due Caboti avevano insegnate e

ripercorse la rosa avventurosa di Colombo. Rasentò la Terra del fuoco

di cui Magellano aveva aperto il sentiero; risalì le corsie delle

Amazzoni e del Mississipì, e dalle gabbie del suo legno misurò gli

sterminati piani di Caracas ora aridi come il deserto della Libia,

ora verdeggianti come una pianura lombarda; udì nei dintorni delle

Amazzoni il bramito del _jaguar_ notturno e non fremette; entrò nelle

temute acque del golfo Tristo; ascoltò il muggito delle, inesplorate

ancora, bocche dell’Orenoco, e sentì quella musica solenne e terribile

rispondere come una misura al battito del suo cuore; aspirò dalle

vergini selve le balsamiche emanazioni del banano e del sicomoro, e

sceso nei giorni di calma alle prossime _estancie_, incrociò la prima

occhiata d’amore colla giovane brasiliana che gli preparava nella

ciotola casalinga il natio _maté_.

Addentratosi nelle pianure per attingere acqua, vide saltellare

intorno a sè torme di cavalli, di gazzelle e di bovi, stupidi, curiosi,

confidenti, allegri come tutti quelli che non conoscono il giogo, nè

l’odio: da Boston a Lima, da Madagascar a Canton, navigando, studiando,

lavorando, confrontando, pugnando senza posa col mare e colla terra,

coi geli polari e coi calori tropicali, e ad ogni ora colla morte;

valutando la vita come un soffio, ma il vivere come un dovere e una

missione; educato al gran libro della natura, fortificato dall’aspetto

quotidiano del pericolo, raggentilito dalla frequente comunanza colla

sventura; nelle vaste solitudini avvezzo a non interrogare altro

giudice che la coscienza, a non avere altra religione che la virtù,

ma pur vedendo nella magnificenza di tante notti, nello splendore di

tante aurore, dovunque portava la vela, un raggio di Dio; Battista

Santafiori, o, come lo chiamavano i suoi marinai, capitano _Baciccia_,

divenne in dieci anni di navigazione non diremo soltanto il più audace

ed esperto marinaio del suo tempo, ma, ciò che è più grande ancora,

uno di quegli uomini singolari dotati della benignità dell’agnello e

della forza del leone, dalle idee limpide e semplici, dalla coscienza

netta e leale; il cui occhio sorride e scuote; la cui voce accarezza

e spaventa; il cui contatto vi mortifica per voi, vi esalta per

l’umanità; che vi riconciliano con tutto ciò che vi è di più generoso,

di ideale nell’anima, che vi susurrano a ogni ora anche quando son

muti: «v’è un dovere», che forzano i più scettici a ripetere il bel

verso d’una tragedia:

Virtude non è dunque un nome vano?...

II.

IL CAPITANO GORDIGLIA.

E, cosa rara, divenne ricco.... Il capitano del brigantino sul

quale era partito nel 1748 da Genova era invecchiato; le fatiche

soperchiavano già le sue forze, ed egli, con rammarico sì, ma doveva

cedere all’impero degli anni e ritirarsi dal mare. Il vecchio marinaio,

chiamato un giorno Murena che era già secondo a bordo della sua goletta

succeduta al _Costante_, divenuto invalido anche esso, gli parlò così:

— Senti, Murena mio!... Tu vedi che lo scafo è in rovina; che la carena

fa acqua e che non v’è catrame per tapparla. Bisogna tirarsi in secco e

aspettare che venga l’ora d’essere gettati al fuoco.

— Che cosa volete dire, capitano Gordiglia? — questo nome che Murena

gli dava era il suo.

— Eh! voglio dire che io navigare non posso più. Non c’è da scuotere

la testa, caro _Baciccia_, la è così.... E siccome la goletta se ne

ride delle raffiche e tu sei più solido della goletta e di me, così

ho deciso di nicchiarmi in alcuno di questi isolotti e di mandare te

attorno a portar cannella e caffè in luogo mio.

— Vi ringrazio della fiducia, ma pensate che vostro figlio....

— Mio figlio è un ragazzaccio, un buono a nulla; non dico il cuore,

ma la testa... ah la testa è più matta d’un delfino e più vuota d’un

canotto.... e la mano non ti dico.... bucata come un canestro. Egli

sarebbe capace in una settimana di mangiarsi la goletta colle sartie, i

paranchi, e tutto. Quando c’era io a tenerlo in riga, tant’era! filava

al lasco; ma senza di me sarebbe come mettere in mare un bastimento

senza timone.

— Scusatemi, capitano, ma io non la penso così; vostro figlio ha più

bisogno di dolcezza che di rigore. Un amico che lo trattasse con amore

potrebbe trasfigurarlo da cima a fondo. Credete a me: Livio non vale

meno degli altri; ma l’asprezza finirà col mutare in colpe i difetti di

gioventù. Promettetemi una cosa, capitano, e accetto il comando della

_Saetta_ — così chiamavasi la goletta di Gordiglia.

— Parla — fece questi.

— Lasciatemi prendere a bordo come _secondo_ il vostro Livio.

— Fa come vuoi — rispose il vecchio capitano senza poter dissimulare

la contentezza che provava nel sentire che suo figlio non era indegno

della stima del suo amico — ma te ne pentirai!

— Spero di no....

E il patto fu conchiuso.

Una settimana dopo, capitano Gordiglia aveva comperato in una ridente

vallata di Haiti, poco discosta da Porto Principe, una casa, un podere,

de’ boschi e delle mine, e vi si era installato. La _Saetta_, carica di

caffè di Portorico, comandata da Murena e in secondo da Livio, con una

fresca brezza di Sud-Est faceva vela verso lo stretto di Gibilterra.

Erano già da parecchi giorni ancorati a Cadice e alla vigilia di

partirne carichi di lana e di crini per l’Inghilterra. Capitano Murena

attendeva sul ponte alle operazioni d’imbarco delle mercanzie, mentre

il suo secondo stava a terra per sorvegliare il trasporto. I consigli

amichevoli e le cure paterne di _Baciccia_ non avevano ancora ottenuto

gran frutto sull’animo sbrigliato e indomito del suo giovane allievo,

ma egli, senza mai indietreggiare d’un palmo, quando trattavasi di

mantenere rispettata la sua autorità a bordo, non cessava mai dal

credere che l’amore soltanto avrebbe potuto ravviare il giovane

ricalcitrante.

Mentre adunque _Baciccia-Murena_ attendeva alle sue faccende, ode da

terra un tumulto d’alte grida e vede in confuso un gran tramenìo di

gente. Passargli pel capo un presentimento, indossare una giubbaccia,

far ammainare il canotto e gettarsi a voga arrancata sul molo, fu la

cosa di pochi minuti.

Giungendo, egli s’accorse che non s’era ingannato. Era Livio che tutto

scapigliato, lacere le vesti e la persona, imbrattato di polvere e

di sangue, lottava disperatamente contro tre colossali facchini del

porto, due dei quali lo tenevano per le braccia, mentre il terzo gli

maciullava la faccia con dei terribili pugni che rintronavano come

colpi di mazza sul ceppo.

Nel momento in cui Livio s’accasciava sotto l’ultimo dei colpi

sferratogli in piena faccia, compariva il capitano _Baciccia_. Preso

al collo il primo dei facchini che gli cascò sotto, con una stretta e

una giravolta lo mandò ruzzoloni, cogli occhi fuori dell’orbita, cinque

passi lontano. Tirato un pugno nel petto ad un altro gli tolse per più

minuti il fiato, mentre del terzo egli con Livio già rinsensato non

provarono gran fatica a sbarazzarsi.

La folla che batteva le mani alla sconfitta di Livio, fece largo,

ringhiosa ma circospetta, al nuovo gladiatore. _Baciccia_ presosi sotto

braccio l’amico suo, che a stento poteva sostenersi, passò in mezzo

alle genti gettando intorno a sè una di quelle occhiaie che parevano

dire: «Non mi toccate!» e si rimbarcò.

Adagiato, medicato il suo amico nella sua cabina, Baciccia chiese:

— E cosa fu?....

— Oh, capitano.... le solite! — rispose Livio.

— Cioè?....

— Passava per la strada una sgualdrinella; una di quelle che in questi

paesi chiamano _Manolas_; io le ho voluto pinzare il fianco, e i ganzi

o i parenti mi sono rovinati addosso.

— Ma Livio mio!... chi ti dice che quella donna sia una sgualdrinella

e non una fanciulla onorata?.... E quand’anche fosse stata una di

quelle sciagurate, non sai che non si insulta mai nemmeno al disonore,

perchè anche il disonore ha diritto al perdono?... E non sai che

anche la prostituzione ha il suo pudore? E lasciamo là, questa parola

prostituzione. Quanto a me trovo che la società ci ha la sua gran

parte.... Ma poi insultare una donna, Livio! e non ti viene in mente

tua madre e tua sorella?... ed hai dimenticato che gli Spagnuoli sono

la gente più gelosa del mondo?... Ma figlio mio!... È già la terza

volta che io ti levo da simili brighe, e ti ricorderai che nella

taverna di Santa Padilla a Oporto mi sono buscato una coltellata al

braccio per te. Allora m’avevi promesso di non ricadere più in codesti

bordelli, e dopo un mese ci ricapiti. Tuo padre è un uomo che non ha

mai mancato ad una promessa. Imitalo.

Livio lo guardò lungamente in silenzio. Poi mosse le labbra come avesse

l’intenzione di rispondere, ma non seppe mandar fuori altro che un

sospiro.

Battista comprese quel sospiro.

— Accetto — disse — la tua seconda promessa e son certo che la terrai.

Ora lascia che ti ricambi queste compresse. Non ci sono che i bagnuoli

per queste ferite.

Livio ritentò un’altra volta di pronunciare almeno un _grazie_, ma

un’altra volta gli s’ingroppò nella gola la voce. In luogo della parola

gli uscì un gemito, e dietro di esso un’onda di pianto copiosissima che

allagò gli origlieri, la cuccetta e il petto del suo amico, chino su di

lui a medicarlo.

Quel pianto fu come un rivo che scava nella roccia un sentiero e lo

rende accessibile. La strada del pentimento era aperta; il buon angelo

poteva inoltrarsi; il cattivo ne era già fuggito via.

Da quel giorno infatti Livio cambiò temperamento, come una stanza

malsana quando l’inondano l’aria e la luce. Egli prima d’allora non

amava Battista; l’invidiava anzi per la sua perizia, il suo valore, il

suo posto di capitano che, secondo lui, eragli stato usurpato.

Ma ora ogni sentimento malvagio erasi dileguato dall’animo suo; egli

si ricordava quanto aveva fatto per lui quell’uomo così buono e così

onesto, sentiva dentro di sè ch’egli l’avrebbe amato per tutta la vita.

Irrequieto, violento, attaccabrighe, giuocatore, donnaiolo, mediocre

marinaio, mediocrissimo ufficiale, Livio proponevasi di tornare umano,

prudente, lavoratore, non indegno dell’arte che suo padre avevagli

messa fra le mani, non indegno di aver un posto nella famiglia dei

giovani onesti.

Due anni dopo questa scena, in un bel pomeriggio d’estate, capitano

Gordiglia montato sopra uno dei pianori del Cobao fissava a occhio

nudo un punto bianco sull’orizzonte. Aveva veduto e rivedeva ogni

giorno tante vele sopra quei mari che non si poteva capire la causa

di quella straordinaria attenzione. Ma il vecchio capitano aveva un

presentimento; e nessuno poteva togliergli dal capo che quella stella

bianca a fior d’acqua non fosse la _Saetta_ che tornava dal suo viaggio

in Levante.

Egli non s’ingannava. La sera del giorno stesso la _Saetta_, ad onta di

un vento un po’ fresco, entrava a vele spiegate e senza nemmeno piegare

un terzarolo, nel porto di San Domingo dal quale era partita.

Ci sarà volentieri perdonato se non diciamo le feste, gli

abbracciamenti, i racconti, i brindisi che si fecero allo

_stabilimento_ del signor capitano, così chiamavano gl’italiani la casa

sua, ma noi non vogliamo lasciarci smuovere dal proposito di abbreviare

questi episodii che son lontani dal nostro tema e che accenniamo

soltanto per l’intelligeoza delle cose future.

Quando s’ebbe pianto, riso, novellato, bevuto, brindato; quando

Gordiglia ebbe abbracciato tre o quattro volte il suo Livio, rinsavito

e rinnovato, condusse il figlio e l’amico in un altro stanzino che

servivagli di studio e disse loro:

— Lasciate che vi benedica entrambi. Voi Battista per il bene che

avete fatto a mio figlio; tu Livio per esserti reso degno dell’affetto

di tuo padre e di quest’uomo. Quanto a me sono una carcassa di cui

fino i sorci non vogliono più sapere. Uno di questi giorni me n’andrò

anch’io a ingrassare gli aloè e buona notte.... Ora sentitemi. Voi,

Battista, mi riportate due cose che appartengono a voi e non a me. —

Un milione e un altro figlio tutto diverso da quello che io vi aveva

dato. Io però sono un egoista e il figlio me lo voglio tenere io — il

milione lo do a voi e non voglio che facciate cerimonie.... Non è che

io voglia fare un prezzo al vostro benefizio. Tutt’altro!.... so bene

che voi a Livio non avete salvato soltanto la vita, ma l’onore, e ciò è

impagabile. Ma infine, ditemi voi, Battista, che avete studiato più di

me, che cosa si può dare nel mondo per compenso delle buone azioni?....

La gratitudine?... l’avete!.... L’amore?... ne avanza. Prendetevele

pure tutte queste cose; ma fate i conti e vedrete che un milioncino

d’accanto non può starci male.

Battista Murena aveva tentato invano di interrompere questo discorso

buttato fuori come una cannonata; però, quando il vecchio ebbe finito,

egli placidamente rispose:

— Quel che ho fatto per vostro figlio era mio dovere, e il compenso

del dovere adempiuto è la buona coscienza. Del resto il merito

principale è della fortuna, eppoi di queste due braccia, che se

avessero pesato meno, di Livio e di Baciccia non ce ne sarebbe più

l’insegna. La è così, capitano mio. Non credete però che io voglia

fare il santo e ascoltatemi. Come marinaio, se ho avuto fortuna e se

lo merito, datemi pure un compenso: io lo accetterò; ma non maggiore

di quello che mi viene e che ho guadagnato. Dare a me solo il milione

che abbiamo razzolato in tre, la vostra goletta, Livio ed io, sarebbe

un’ingiustizia. Di più ci sono dei marinai nell’equipaggio che hanno

lavorato più di tutti noi insieme, e se il mondo andasse come dovrebbe,

cioè se il più grosso non dovesse sempre vivere alle spese del più

piccolo, sarebbero i soli degni di ricompensa.

— E va bene! Cosa dite debba fare per essi — interruppe il vecchio...

— Per oggi una buona mano qualsiasi, una specie di strenna per il buon

viaggio, in seguito una pensione per la vecchiaia. Io vi dirò i nomi

dei più fedeli, dei più anziani e dei più bravi che sgraziatamente

son pochi. Per me gli è un altro negozio. Quando salpai per l’Europa

fu convenuto, a bocca, perchè la carta fra noi sarebbe stato un

sacrilegio, che il quinto del guadagno netto sarebbe toccato a me, i

salari di capitano per giunta. Io non voglio, non posso pretendere più

del pattuito; ma i miei salari li cedo ai marinai per la mia parte di

regalo.

Capitano Gordiglia e Livio, insistettero, disputarono, pregarono,

finsero di andare in collera; fu inutile, capitan Murena non volle

accettare che 150,000 franchi, avendo preso, per il resto del conto,

la _Saetta_ che malgrado la lunga campagna era uno dei migliori di

bandiera americana. I marinai ebbero ciascuno una manata di scudi, e

il più vecchio di tutti, già impotente, la pensione. Il giorno in cui

toccò la prima mesata, saputo che quel beneficio veniva dal capitano

Baciccia, egli sclamò:

— Quest’uomo è troppo generoso!... gli capiterà male.

Dopo un mese di riparazione e di riposo, Murena abbracciava sul molo

di Porto Principe il vecchio Gordiglia e riprendeva colla _Saetta_,

proprietà sua, la via fortunosa dell’oceano. Livio, sebbene sicuro

del suo mestiere, per non scostarsi dal padre più grave d’anni e

d’acciacchi, faceva con un piccolo brik la navigazione fra le Antille e

le coste del Messico.

I primi viaggi di Baciccia furono fortunati, ma nell’arcipelago indiano

un violento tifone lo sbalestrò contro una delle tante secche che

perfidiano sotto quelle acque e gli fu giocoforza gettar la mercanzia

per cavar fuori la goletta già trafitta a morte anch’essa e ormai

impotente alla navigazione dei grandi mari.

Coi fondi che aveva in deposito presso i suoi corrispondenti si costruì

un altro legno, e ripigliò in capo a pochi mesi la sua corsa e i suoi

traffici, e la fortuna manomessa ristorò prontamente.

Ma in uno dei piccoli porti della Provenza francese, due o tre anni

dopo, uno degli stessi marinai che aveva beneficato, gli rubò il

portafoglio che conteneva lettere di credito per circa mezzo milione; e

allora si trovò col solo bastimento e tranne alcune migliaia di lire e

un po’ di fiducia presso i suoi corrispondenti, costretto a ripigliare

da capo.

E riprincipiò senza scoraggiarsi nell’avversa come senza insuperbire

aveva perseverato nella buona fortuna. Giorgio, il figlio suo, il

nostro protagonista, trovò più tardi nelle _memorie_ di suo padre,

dalle quali desumiamo questi cenni, un foglio che narra per disteso la

storia di quel furto e la fine di quel ladro.

«Una sera — dicono le ultime pagine del racconto — pochi mesi dopo

il nostro installamento sulla riviera di Nizza, mi si affacciò, poco

discosto da casa, una donna sui quarant’anni, smunta come la fame e

macilenta come la febbre, cenciosa e sudicia come lo è quasi sempre

la miseria o la colpa. Essa, gettandosi ginocchioni attraverso i miei

passi, con uno scoppio di singhiozzi si pose ad articolare alcuni

suoni che erano più gemiti che parole. Io la rialzai e la incoraggiai a

parlare.

«Mio marito è da tre mesi malato... e non dico moribondo, perchè spero

nella Madonna benedetta... In questi tre mesi ci siamo mangiato tutto,

fino i chiodi delle muraglie... figuratevi, signore, se possiamo pagare

l’affitto di casa... Ma non la vogliono intendere... siamo in sei,

noi due e quattro bambini, e il più alto ha dieci anni..... Eravamo

ricchi; molto ricchi! ma oggi siamo più miserabili di San Rocco; colle

mie vesti copro i miei figli, e la mia gonna serve di coltre al letto

di mio marito... Come si fa a pagare?.... Eh!.... sì!... Gli uscieri

non capiscono nulla... e vengono a gettarci fuori di quel po’ di casa

che ancora ci ripara... Casa! dovrei dire «canile...» ma almeno ci

si sta al riparo dal freddo e dalle tramontane, non è vero?... Oh mio

signore... aiutatemi.... dicono tutti che siete un santo.... perchè i

vostri nemici sono i ricchi.... non i poveretti... Pensate... signor

mio benedetto, che se ci cacciano fuori; mio marito muore... ed io e i

miei figliuoli siamo sulla strada.

«La lasciai sfogare e poi le dissi: Non affliggetevi buona donna, ci si

rimedierà, e accompagnatemi verso la vostra casa.

«La seguitai e dopo un quarto d’ora di cammino mi trovai in una delle

tante caverne sordide affumicate e pestilenti, dove due terzi del

genere umano marciscono e muoiono.

«Sul buco dell’antro — che pareva una porta — stavano due uomini

occupati a scrivere sopra una cassa tarlata che serviva da tavolino,

credo un processo verbale.

«Quando mi videro s’alzarono con rispetto. Io dissi loro: « Quanto vi

deve questa gente?...»

— Duecento franchi!...

«Li aveva con me e li sborsai; i due uscieri ripiegarono i loro

fogliacci e se n’andarono.

«Allora m’accostai al giaciglio dell’ammalato per vederlo... Quale

sensazione!.... Egli aveva gli occhi sbarrati, la bocca spalancata

e bavosa, i capelli irti, mentre un rantolo uscivagli fischiando dal

petto. Voleva dirgli qualche parola per acquietarlo, quando un guizzo

di luce, una larva altra volta veduta passò davanti a’ miei occhi e mi

arrestò.

«Io scopriva in quel miserabile morente il ladro del mio portafogli.

«Egli pure m’aveva riconosciuto, e snodata alla fine la sua lingua,

ululava tremando e balzando dal suo letto:

«Grazia!... Grazia!?..

«Io domai un primo impeto d’avversione, gli stesi la mano e —

abbassando la voce perchè i suoi figli non mi udissero — gli dissi:

« — Vi perdono!... Voi avete espiato;... contate su di me... Se

guarirete e diverrete migliore avrete un amico... Addio!...

«Lasciai alla sua donna un po’ di moneta che m’era rimasta in saccoccia

e partii. L’indomani egli era morto, e la moglie trambasciata venne da

me a raccontarmi che l’ultima sua parola era stato il mio nome.

«Io feci ogni sforzo per togliere quella famiglia alla miseria, perchè

la legge che punisce nei figli la colpa dei padri; perpetua l’odio e

la vendetta sia essa insegnata a nome di Dio o degli uomini, è iniqua e

feroce».

III.

PRESAGI DI RIVOLUZIONE.

Battista Santafiori, ripetiamolo, aveva l’animo temprato come le molle

d’acciaio, più sono compresse e più scattano. Egli s’era fatto del

suo legno un amico, dei venti una famiglia, dei pericoli una festa,

del mare una patria, e come si suole delle cose caramente dilette,

accettava volentieri da esse i torti e le traversie in cambio dei molti

gaudi che gli avevano arrecato. Ma per dire tutto, Battista non era

avido di guadagno; ne’ traffici adoperavasi con perspicacia, ma con la

più scrupolosa illibatezza e persino con disinteresse; non rifiutava

dal cogliere il frutto de’ suoi sudori, ma il denaro non lo ingolosiva

e non aveva mai pensato in sua vita di far fortuna. Quando fu derubato

cercò egli stesso il ladro, ma non lo perseguitò, non lo denunziò, non

volle sapere di polizia nè di tribunali, e la sera in cui fu spogliato

cenò del miglior appetito dicendo «che aveva un nemico di meno a cui

fare la guardia».

Tornò dunque a navigare e a trafficare e in altri dieci anni rifece

il perduto. Nelle sue memorie di questo periodo troviamo, che avendo

incontrato sulle coste del Senegal un mercante negriero il quale

avevagli proposto un trasporto di negri per 10,000 dollari, egli lo

sfidò al coltello, lo uccise e lo gettò in mare.

Nel 1793 — aveva allora 36 anni — egli approdava di nuovo a Porto

Principe, e i primi passi furono verso la casa del suo amico; ma il

bravo Gordiglia non c’era più e in luogo suo gli vennero incontro Livio

figlio, una bella signora e una bambina.

— Ti presento mia moglie e mia figlia; Rosalia, questo è il mio

migliore amico.

Dopo le cose affettuose e le notizie, venuta la sera, Battista prese

un’aria di gravità che sposata alla sua bonomia pareva ancora più

solenne, e incominciò:

— Livio! Ho deciso di fissarmi anch’io in America.

— E di prender moglie? — fece Livio sorridendo.

— Perchè no! Ma quando avrò trovata la donna, allora se ne parlerà;

per ora non è di questo che si tratta. Non voglio che mettere in terra

quei soldi che ho razzolato in mare e cercarmi un campo qualunque dove

piantar la tenda.

— Avete smessa anche voi l’idea di tornare in Italia?...

— In Italia?... A far che?... Dove?... A Genova?... Alla prima

occasione mi vendono come hanno venduto or son pochi anni la Corsica

alla Francia[2]? a Milano?..... ci sono troppi cicisbei e le carezze

di Maria Teresa mi fanno tanto paura quanto la inquisizione e i

Gesuiti di Roma. A Torino, vi regnano i cortigiani, e i tamburini. A

Napoli i Borboni, sinonimo di birboni. Fossi sì gonzo!... Ma ci fosse

almeno una Italia!... Certo non me ne starei di qua dell’Atlantico — e

preferirei il tozzo di pane nero nel mio paese, a tutto l’oro del Perù.

Almeno un angolo dove ripararsi al sicuro dai preti, dai birri, dagli

imbecilli, e dagli avventurieri. Io a nove anni ho cominciato a menar

le mani pel mio paese; ed esso sebbene si chiami ancora la serenissima

repubblica di Genova, è più schiavo di prima. Per ora in Italia no!

Se verrà ch’essa si svegli, dovessi vendere l’ultimo bozzello del mio

brick, correrei anche io al mio posto, perchè la patria non si può mai

abbandonare.... Ma per ora alla larga... Ah!.... — E qui si passava una

mano sulla fronte come per afferrarvi un’idea surtavi all’improvviso. —

C’è inoltre un’altra ragione — continuava — ma te la comunicherò quando

saremo soli.

All’indomani i due amici passeggiavano lungo un viale di palme.

Battista parlava concitato e quasi ispirato; Livio ascoltava senza

fiatare, ma animato da una interna commozione facilmente riconoscibile.

— Non bisogna rifiutarsi a questa missione: il vecchio mondo si

trasforma, ed io son sicuro, non a profitto dell’errore. Io che ho

viaggiato ne ho veduto in tutti i paesi i segni precursori; società

segrete solcano la terra; e leghe filantropiche si stringono da un capo

all’altro del mondo....

A Londra Wilberforce e Fox parlano pubblicamente della emancipazione

dei negri; in Francia v’è un pugno d’uomini ancora oscuri, ma che un

giorno saranno i re del pensiero moderno — savi, stolti, diversi, ma

tutti terribili, che rinnovano la favola dei giganti e sovrappongono

montagne a montagne d’idee. I filosofi si danno la mano e i principi

tremano. Un copiatore di musica, Rousseau, ha ricevuto nella sua

casipola le visite della corte di Luigi XV; un epigramma di Voltaire

mette sossopra tutta la corte di Roma; un dramma di Beaumarchais getta

lo spavento nei nobili e nei re... Infine, non importa che io ti dica

tutti i loro nomi perchè essi si chiameranno in tutti i secoli futuri

con un nome solo: l’enciclopedia. Anche la nostra Italia dice il suo

verbo in codesta buona novella. Un marchese di Milano, Beccaria, butta

fuori un libercolo contro la pena di morte che onora la nostra patria

assai più della bussola e del telescopio, e che un giorno o l’altro

sconvolgerà il mondo. Non basta. I re stessi, quelli che non sono

affatto corrotti e imbecilliti, perdono la testa e vogliono essere, o

fingono, riformatori e filosofi. Intanto ti so dire che alla corte di

Luigi XIV si leggono le sentenze repubblicane di Bruto e si applaudono.

Prova a viaggiare, prova ad osservare, prova ad ascoltare: anche senza

volerlo ti cascano nell’orecchio delle parole che avevi perdute, o che

avevi obbliate; Libertà — popolo — ragione — diritto — e talvolta sono

marchesi e conti che le pronunciano, come un certo Bolinbroke e un

certo Montesquieu.

Potrei continuare, ma non ti dirò più che una cosa sola: Volgiti alle

colonie del Nord... non ti pare di sentire in lontananza il muggito

d’un temporale... forse chissà!... chissà che non tocchi alla giovane

America il suonare la sveglia. Certo noi siamo prossimi a un gran

cataclisma. Noi siamo alle porte di un’era nuova, all’era dei popoli,

alla nostra o Livio. Tutto ciò che è tarlato, vecchio, putrido,

mefitico, è destinato a scomparire nella voragine, e noi dobbiamo

esser pronti colla marra in mano per gettarvi sopra l’ultimo strato di

terra. Non ti pare, o Livio, che noi siamo i primi soldati di questa

battaglia; che ci va del nostro interesse, che la bandiera è quella

delle nostre credenze? Orsù, Livio, non te lo nascondo più. Io mi sono

buttato dentro in quest’opera durante i miei viaggi; ho impegnato la

mia parola e non posso più retrocedere anche volendo. Conosco tutte

le fila, sono amico di tutti i Capi, ho la parola d’ordine di tutte

le congiure e porto le notizie di tutte le società segrete degli

innominati di Svezia e d’Inghilterra, dei _filaleti_ di Francia, dei

framassoni di tutto il mondo, i quali, profittando dei miei viaggi, mi

hanno eletto il corriere della nuova propaganda.

E qui Battista mise a parte Livio Gordiglia de’ suoi progetti. Lo

consigliò ad entrare nella frammassoneria, non tanto perchè egli

prestasse fede ai riti e alle formole strane della società, quanto

perchè considerava il titolo di massone un segno d’unione e un utile

pretesto. Disse che lo scopo finale era l’emancipazione dei bianchi

in Europa, dei negri in America, del popolo dovunque. Manifestò

l’intenzione di comperarsi un terreno in qualunque degli Stati delle

colonie inglesi, giacchè non amava nè gli Spagnuoli crudeli, nè i

Francesi prepotenti, affine di potere più agevolmente propagare le

loro idee, estendere la massoneria e formare un centro da cui potesse

partire il grido della riscossa.

Frattanto egli darebbe la libertà a tutti i neri che potrebbe

comperare, ma li farebbe lavorare nelle proprie terre per dimostrare

coll’esempio quanto maggiormente produttore sia il lavoro del libero

che quello dello schiavo. Altrettanto dovrà fare Livio per S. Domingo:

si terrebbero in corrispondenza e conti d’ogni novella.

Così fu convenuto e Battista partì.

In sul principiare del 1794, noi lo troviamo installato in una vasta

fattoria della Virginia poco lontano da Monte Vernon e i di cui terreni

confinavano con quelli del piantatore Giorgio Washington; capitano

Murena aveva pagato 20,000 dollari quella tenuta che ora ne costerebbe

il doppio.

Aveva trenta negri ed altrettanti bianchi impiegati nella lavorazione

dello zucchero e del cotone. I bianchi erano di tutti i paesi, di

tutte le razze, di tutte le religioni. Irlandesi e Tedeschi, migratori

_ab antico_ per bisogno, Italiani e Francesi venturieri per istinto,

cattolici, protestanti, quacqueri, puritani, un pandemonio. Egli voleva

che lavorassero, mangiassero, abitassero, vivessero sempre in comune

fra di loro e coi negri, e non parrà vero, il più difficile non era ad

amalgamare i colori, ma la religione. Tutta quella gente che adorava o

bestemmiava un Dio diverso, offriva l’immagine di un serraglio di fiere

sprigionate. Non ci volle che la fermezza di Battista per gettare un

po’ d’amore in quelle anime ebbre di odio e d’intolleranza religiosa.

Ai negri poi, mano mano che gli venivano, faceva un discorsetto così:

— Siete liberi... siete eguali a questi — e additava i bianchi — ed a

me. Essi vi rispetteranno, voi dovete amarli. Io voglio che formiate

tutti una sola famiglia.... e vi avverto che qui non ci saranno nè

privilegi, nè differenze, le capanne sono vaste e sane, il pane sarà

buono e sufficiente; medicine e conforti, se ammalate, non mancheranno;

il salario in proporzione del lavoro. Se lavorerete poco, guadagnerete

poco, se molto, molto. Ora io vi consiglio ad essere economi se volete

trovare nella vecchiaia gli sparagni degli anni virili. Per i vostri

bisogni, pei vostri interessi, pei vostri lagni nominate fra voi o gli

Europei degli arbitri e sarà questo il primo atto della vostra libertà.

Io non ho che una proibizione a farvi: acquavite poca: mezzo bicchiere

alla mattina e basta. Chi non è contento se ne vada pure. Io scaccerò

il primo ubbriaco. Fra pochi giorni festa e banchetto di fratellanza.

Siamo intesi!...

I negri o commossi dalla promessa di libertà o uzzoliti dalla

prospettiva del banchetto, o per una ragione o per l’altra, gridarono

unanimemente: «_Viva il nostro Massa_[3]» e lo nominarono presidente

degli arbitri. Certo i battimani dei negri somigliavano assai

all’applauso che si fa ai discorsi della corona; ma fosse stato pur

vero, quando videro che quella corona manteneva insolitamente la

sua parola, si affezionarono sinceramente e illuminati da quella

insospettata luce di libertà risalirono dal tetro abisso di miseria,

di depravazione, di ignoranza in cui la schiavitù e l’odio li avevano

scaraventati. L’impresa di Battista riescì... Bianchi, neri, colorati,

cattolici, protestanti si diedero la mano e si dissero fratelli; una

vera società di mutuo soccorso s’istituì fra di loro coi loro risparmi;

la piantagione prosperò; il nome di Murena divenne l’esempio e la

meraviglia di tutti gli Americani. Fra di essi taluni lo fuggivano come

un ateo; altri lo canzonavano come un matto; i più lo denunziavano come

un uomo pericoloso e turbatore degli ordini costituiti.

Un uomo solo in quei dintorni pensava: e quell’uomo era Giorgio

Washington. Quando i due vicini s’incontravano sul confine dei loro

poderi, il discorso cadeva sempre su quell’unico tema, e il futuro

liberatore d’America sentiva qualcosa d’insolito muoversi dentro di lui

quando Battista gli raccontava i prodigi della sua piantagione.

— Ad ogni modo — quest’era la conclusione di Washington — ad ogni modo

oggi è troppo presto.

— Non è mai troppo presto signor Giorgio per compiere una giustizia —

rispondeva il nostro marinaio; e l’uno convinto e l’altro dubitante,

entrambi si separavano.

Il dubbio di Washington fu il cancro della sua patria; oggi l’America

deve amputarsi o morire.

IV.

IL TERRORE NERO.

Era trascorso un anno e palesavansi già i primi segni della riscossa

delle colonie inglesi. La tassa sul _thè_ e il bollo sulla carta

erano stati posti; la resistenza legale incominciata, la Società dei

_Figli del lavoro_ istituita e propagata dovunque; il primo albero

della libertà rizzato a Boston; riunito a Filadelfia il congresso per

decretare la famosa _dichiarazione dei diritti_, novello codice delle

nazioni; in ogni città manifestazioni popolaresche dappertutto segni di

guerra; a Concordia ed a Lexington già apertamente scoppiata.

Battista aveva deliberato il da farsi. Egli corse da Washington e gli

disse:

— La giustizia è con voi, ed io debbo seguirvi. Se la mia fortuna, il

mio braccio, la mia vita valgono qualcosa, adoperateli. Se nella guerra

avrete bisogno di marinai e di bastimenti, io e il mio _brick_ ci

poniamo ai servigi della rivoluzione.

Così fu; e da quel giorno Battista prese parte a tutti i combattimenti

navali della guerra americana. Ebbe patente di corsa contro gl’Inglesi,

armò in guerra il suo _brick_, e li perseguitò ora sui mari ora sui

fiumi, ora vincitore ora vinto, terribile sempre.

Come le Colonie avevano deciso di non servirsi più delle manifatture

della madre patria, così egli intraprese con altri legni due viaggi

in Olanda, e da corsaro divenne contrabbandiere, assai più volentieri

perchè una certa segreta ripugnanza contro il sangue parlava già nel

suo cuore e ammolliva l’energica sua fibra.

Continuò così nella sua missione eccettuate poche visite alla sua

piantagione ed a’ suoi negri fino verso la fine del novanta.

In quell’anno i negri davano i primi segni di vita e contemporaneamente

le nuove della rivoluzione francese capitavano in America. Lafayette

coi francesi preparavasi a tornare in patria; un grande vespaio di

popoli ronzava intorno ai troni dei re.

Frattanto giunsero avvisi a Battista da S. Domingo che la levata dei

negri era pronta. Chiese licenza a Washington e partì. Al suo sbarcare

a Porto Principe una immensa colonna di fiamme e di fumo annebbiava

l’aere: urli selvaggi ferivano il suo orecchio: donne e fanciulli

fuggivano per la campagna: erano i negri che si vendicavano della

secolare ferocia dei padroni con ferocia ancora più inumana. Nessun

bianco, nessuna casa di bianco era risparmiata; dove il ferro, dove il

fuoco, dove la corda, dove la lama; la strage era cieca e sorda e non

conosceva più nessuno, nè amici, nè avversari.

Battista pensò alla casa del suo Livio; essa era appunto nella

direzione dell’incendio. Montò un cavallo e via ventre a terra sulla

strada che guidava alla tenuta del suo amico. Era tardi, il fuoco

avealo già avviluppato, e un coro di negri briachi di rhum cantava una

feroce nenia di sangue, mentre altri ammonticchiavano i fasci d’una

pira.

Battista giungeva nel punto in cui l’ultimo fascio era collocato.

I negri urlavano — «La donna!... la donna!...»

— Fermi — gridò Battista — quale donna?...

— Ah! un bianco, un altro bianco... alla corda, al fuoco...

Battista non si mosse, ma con voce tuonante intimò:

— Indietro forsennati!... Dov’è Toussaint, dov’è Cristophe?...

A questi nomi i negri si ristettero.

— Chiamatemi Toussaint — replicò Battista.

Un negro alto, robusto, grigio, dall’occhio vivo e dalle labbra meno

grosse di quelle della sua razza, uscì da un crocchio appartato ed

esclamò:

— Chi chiede di me?...

— Io!...

— Murena! — fece il negro levandosi il suo largo cappello di palma. —

Gloria a lui, fratelli, egli è nostro maestro!...

I negri s’inginocchiarono con superstizioso rispetto.

— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... Parlate Toussaint!

— Dov’è la donna che si minaccia del rogo?... chiese questi alla sua

volta.

Due negri partirono per cercarla.

— È un’empia rivoluzione quella che si inaugura col sangue. Dal sangue

non rampolla fiore di libertà, bensì la gramigna ancor più velenosa

d’una nuova tirannia. Rammentatelo Toussaint.

— Lo so!... fece sospirando il re dei negri — ma chi potrebbe dire a

questo fiume di odii e di vendette ingorgato da secoli: «Arrestati!»

Chi interpreta le intenzioni di Dio?... Non ha egli inviato il suo

angiolo a sterminare in una sola notte i nemici del suo popolo?...

— Un Dio che si vendica, è un Dio bugiardo — rispose Battista che era

mondo dalla lebbra biblica del suo amico.

I due negri ritornavano sostenendo una donna che recava nelle sue

braccia un bambino. Era pallida come una morta, gli occhi le si erano

sprofondati entro due cerchi lividi; i denti dibatteva come per febbre:

camminava a guisa di sonnambula, e malgrado ciò era impossibile non

ammirare le tracce incancellate d’una nativa bellezza. Un dolore

sincero, come tutto ciò che è nobile e santo, non deforma mai.

Tosto che la vide, Murena la riconobbe — Rosalia!... — sclamò egli.

Era veramente la moglie di Livio; ma la donna alzò gli occhi, guatò

fissa, e rispose all’amico di suo marito con una di quelle laide

contorsioni delle labbra che paiono sorriso, e non sono altro che i

segni precursori della pazzia.

— Rosalia!... Sono Battista Santafiori... Sono Murena... Vengo in cerca

di Livio...

A questo nome la donna si strinse disperata al seno il suo bambino e

proruppe in un pianto gemebondo simile all’ululato di una fiera. Essa

aveva perduto nella strage il marito e la figlia maggiore, e nel giorno

istesso i negri la condannavano coll’altro figliuolo, ancora lattante,

alle fiamme del rogo...

Il dolore le dava al cuore, il terrore al cervello; l’uno la faceva

piangere, l’altro sghignazzare: connubio terribile da cui nasce la

demenza.

Murena comprese tutto. Si fe’ recare dei cavalli e la trasportò seco

a Porto Principe; conosciuto da tutti, potè circondare la salvata di

tutte le cure. Egli stesso fu medico, infermiere, amico, protettore.

Dopo pochi giorni potò trasportarla presso una sua zia vicino al Capo,

sulle coste opposte, dove il _terrore negro_ non poteva arrivare.

Quest’esordio sanguinoso della emancipazione d’una gente, per la

quale egli aveva tanto operato, l’aveva amareggiato e disgustato. Le

voci della rivoluzione francese arrivavano ogni giorno abbellite da’

novellieri, ingrossate dalla distanza e dalle passioni. Lettere private

pervenivano a Battista annunziando: «l’Italia già invasa dalle nuove

idee di libertà, pronta a levarsi in armi, a dar la mano ai fratelli

repubblicani trasalpini, a ricostruire la patria».

— È là il mio posto — pensava Battista — ma questa donna? questo

fanciullo?

Memorie d'un disertore, vol. 1/3 · 第 1 / 9 段