VIII.

Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva

attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto

l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione

inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di

suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi

pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una

tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso

giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio.

Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.

Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in

tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava

in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del

nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai

signori giudici e ai signori giurati.

Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un

po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e

con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva

irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio

rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande

effetto oratorio.

Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i

giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per

udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.

Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio

metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena

e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava

a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica

nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel

conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il

migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente

il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio,

persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.

— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della

Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur

fortibus..._

Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie,

una modestia che era la vanità in persona.

— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non

si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così

ordinata... un garbo oratorio così...

E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno;

parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in

tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...

Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu

l'usciere che me lo diede.

Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un

orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva

finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse

giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca

dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi

passò da parte a parte.

— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di

questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui,

ma _questo qui..._

_Questo qui_ era mio figlio!

Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento

paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè

l'avversario si picchiava con le proprie mani.

Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso

nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio

mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre

tenerezze simili?

Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una

vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di

cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto

dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto

al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco

degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa

dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un

po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti

del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio

anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai,

e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito

Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se

ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.

Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore

di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel

giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici,

che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal

foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.

— Vi farà onore — mi rispondevano.

— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.

Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che

questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore

dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor

proprio.

Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi,

perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la

sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per

conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare

mai più in tribunale.

Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol

convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.

Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i

trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per

innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente

chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio

figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare

all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero

bugiarde:

— Bisognava sentir suo padre!

Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a

tutti, lo diceva a me stesso.

E io? Ero quasi tentato di crederlo.

Mio figlio! · 第 87 / 92 题