Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva
attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto
l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione
inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di
suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi
pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una
tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso
giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio.
Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.
Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in
tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava
in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del
nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai
signori giudici e ai signori giurati.
Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un
po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e
con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva
irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio
rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande
effetto oratorio.
Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i
giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per
udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.
Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio
metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena
e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava
a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica
nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel
conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il
migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente
il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio,
persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.
— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della
Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur
fortibus..._
Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie,
una modestia che era la vanità in persona.
— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non
si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così
ordinata... un garbo oratorio così...
E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno;
parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in
tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...
Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu
l'usciere che me lo diede.
Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un
orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva
finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse
giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca
dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi
passò da parte a parte.
— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di
questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui,
ma _questo qui..._
_Questo qui_ era mio figlio!
Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento
paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè
l'avversario si picchiava con le proprie mani.
Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso
nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio
mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre
tenerezze simili?
Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una
vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di
cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto
dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto
al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco
degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa
dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un
po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti
del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio
anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai,
e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito
Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se
ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.
Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore
di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel
giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici,
che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal
foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.
— Vi farà onore — mi rispondevano.
— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.
Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che
questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore
dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor
proprio.
Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi,
perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la
sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per
conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare
mai più in tribunale.
Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol
convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.
Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i
trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per
innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente
chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio
figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare
all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero
bugiarde:
— Bisognava sentir suo padre!
Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a
tutti, lo diceva a me stesso.
E io? Ero quasi tentato di crederlo.