IX.

Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la

fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano

contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze

della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.

Avevo detto ad Evangelina:

— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto...

te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non

riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più

robusto.

— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti

metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...

Al che avevo ribattuto solennemente:

— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...

E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci

nonni.

— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci

rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere

in un tranello.

— Che sarebbe a dire...

— Dargli moglie!

Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava

moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci

nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il

negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio

genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia

non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi

in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli:

l'altra nove, due dei quali gemelli.

— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.

— Perchè mio? — domandò Evangelina.

— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo

lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...

Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di

tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla

propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non

quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.

La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei

professori di medicina.

Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la

suocera con una lettera piena di dubitativi.

«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la

quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.

— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti

intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un

caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?

Glielo domandai in persona il giorno successivo:

— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il

piacere... guarda...

Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non

correre.

Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una

lagrima di nascosto.

— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.

Non me lo volle dire, ma io indovinai.

*

* *

Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti

opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare

a Milano.

Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi

perfino nell'andare al tribunale.

Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le

singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in

embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella

teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente

a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di

madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare

diritti più autentici del mio sul nascituro.

Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che

non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di

soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non

sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana

natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le

nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.

Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza

penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza

fallare.

Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente

in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si

leggesse d'un mio segreto disegno.

— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.

— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?

— Esco anch'io.

Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi

un'altra interrogazione.

Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la

prima a dire:

— Io devo passare di qui.

— Io di qui. Arrivederci...

— Fra quanto?

— Fra un paio d'ore.

Ci separammo alla cantonata della via traversa.

Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di

voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento.

Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo

saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita

tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno.

Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale,

mi avviava semplicemente al cimitero.

Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche in capo a mia moglie;

essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella

visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite

andavano a finire.

Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza

timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo

non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe

mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi

poteva più vedere.

— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — _nonno!_ prova a ripetere questa

parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti

sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora

ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.

Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non

la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come

una culla.

Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le

mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che

m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.

Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là,

dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.

Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi

sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la

raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola,

mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio

burlesco.

— Signora! — cominciai tragicamente...

— Signore! — mi rispose con un fil di voce...

Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua

voce e con la sua maniera solite:

— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!

— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai —

soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia

stessa idea?

— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?

— E come hai fatto per arrivare prima di me?

— È un segreto — mi rispose sottovoce.

— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le

gambe più lunghe delle tue.

— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran

confidenza. — Sono venuta in carrozza.

Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato: _capisco!_ E mia moglie

conchiuse: _bravo!_

Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con

discrezione.

— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo

come i monelli, e forse offendiamo i morti.

— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè

mi sentissero i morti più vicini: — se i morti ci possono intendere,

avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene

sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che

si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che

nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si

soffre.

Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si

staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa

recente. Poi proseguimmo la via in silenzio.

— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi

un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.

Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia

moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora

non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...

Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui

capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...

Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla

tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del

rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per

farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente

le dissi: _brava!_

Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il

salice e il rosaio dai seccumi.

— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una

specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua

famiglia.

Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un

cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.

Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili

dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta

quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:

— Questo non era un nido, era una trappola.

Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero

non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille

forme di vita fra le tombe.

Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il

corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e

chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene

ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un

formicaio, dove si faceva un gran lavoro.

Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio,

per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere

interrogate.

— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva

staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...

— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che

dobbiamo pensare ai nostri figli.

Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era

facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta

l'anima mia.

Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro

vecchio e ci separammo da lui senza dolore.

Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di

quattro anni, e disse mestamente:

— Anche i bimbi muoiono!

Io sospirai: _pur troppo!_ e il mio egoismo si affrettò a soggiungere

a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e

che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.

E sospirai un'altra volta.

Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo

scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla.

Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io

questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo

facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per

raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale

pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare

dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con

giudizio, senza badare al _sesso_.

*

* *

Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura

tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del

nonno.

Poi disse:

— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la

certezza di leggervi la felicità.

Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo

guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare

il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre

col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle

piangere.

Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio,

robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e

dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto

desiderare _un altro._

Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina

gli domandava inutilmente:

— Babbo, sei contento?

Ebbene, no, non era contento, e lo disse:

— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle

carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire

con essa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io

sia contento?

Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli

occhi, nella fronte e perfino nel naso.

Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro

gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col

nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per

decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco

alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo

padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra

di dubbio. Me lo dicono tutti.

Mio figlio! · 第 88 / 92 题