Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la
fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano
contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze
della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.
Avevo detto ad Evangelina:
— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto...
te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non
riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più
robusto.
— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti
metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...
Al che avevo ribattuto solennemente:
— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...
E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci
nonni.
— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci
rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere
in un tranello.
— Che sarebbe a dire...
— Dargli moglie!
Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava
moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci
nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il
negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio
genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia
non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi
in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli:
l'altra nove, due dei quali gemelli.
— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.
— Perchè mio? — domandò Evangelina.
— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo
lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...
Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di
tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla
propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non
quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.
La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei
professori di medicina.
Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la
suocera con una lettera piena di dubitativi.
«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la
quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.
— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti
intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un
caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?
Glielo domandai in persona il giorno successivo:
— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il
piacere... guarda...
Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non
correre.
Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una
lagrima di nascosto.
— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.
Non me lo volle dire, ma io indovinai.
*
* *
Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti
opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare
a Milano.
Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi
perfino nell'andare al tribunale.
Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le
singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in
embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella
teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente
a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di
madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare
diritti più autentici del mio sul nascituro.
Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che
non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di
soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non
sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana
natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le
nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.
Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza
penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza
fallare.
Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente
in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si
leggesse d'un mio segreto disegno.
— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.
— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?
— Esco anch'io.
Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi
un'altra interrogazione.
Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la
prima a dire:
— Io devo passare di qui.
— Io di qui. Arrivederci...
— Fra quanto?
— Fra un paio d'ore.
Ci separammo alla cantonata della via traversa.
Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di
voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento.
Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo
saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita
tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno.
Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale,
mi avviava semplicemente al cimitero.
Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche in capo a mia moglie;
essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella
visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite
andavano a finire.
Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza
timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo
non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe
mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi
poteva più vedere.
— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — _nonno!_ prova a ripetere questa
parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti
sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora
ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.
Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non
la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come
una culla.
Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le
mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che
m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.
Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là,
dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.
Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi
sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la
raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola,
mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio
burlesco.
— Signora! — cominciai tragicamente...
— Signore! — mi rispose con un fil di voce...
Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua
voce e con la sua maniera solite:
— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!
— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai —
soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia
stessa idea?
— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?
— E come hai fatto per arrivare prima di me?
— È un segreto — mi rispose sottovoce.
— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le
gambe più lunghe delle tue.
— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran
confidenza. — Sono venuta in carrozza.
Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato: _capisco!_ E mia moglie
conchiuse: _bravo!_
Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con
discrezione.
— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo
come i monelli, e forse offendiamo i morti.
— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè
mi sentissero i morti più vicini: — se i morti ci possono intendere,
avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene
sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che
si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che
nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si
soffre.
Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si
staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa
recente. Poi proseguimmo la via in silenzio.
— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi
un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.
Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia
moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora
non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...
Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui
capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...
Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla
tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del
rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per
farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente
le dissi: _brava!_
Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il
salice e il rosaio dai seccumi.
— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una
specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua
famiglia.
Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un
cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.
Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili
dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta
quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:
— Questo non era un nido, era una trappola.
Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero
non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille
forme di vita fra le tombe.
Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il
corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e
chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene
ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un
formicaio, dove si faceva un gran lavoro.
Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio,
per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere
interrogate.
— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva
staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...
— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che
dobbiamo pensare ai nostri figli.
Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era
facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta
l'anima mia.
Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro
vecchio e ci separammo da lui senza dolore.
Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di
quattro anni, e disse mestamente:
— Anche i bimbi muoiono!
Io sospirai: _pur troppo!_ e il mio egoismo si affrettò a soggiungere
a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e
che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.
E sospirai un'altra volta.
Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo
scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla.
Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io
questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo
facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per
raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale
pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare
dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con
giudizio, senza badare al _sesso_.
*
* *
Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura
tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del
nonno.
Poi disse:
— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la
certezza di leggervi la felicità.
Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo
guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare
il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre
col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle
piangere.
Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio,
robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e
dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto
desiderare _un altro._
Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina
gli domandava inutilmente:
— Babbo, sei contento?
Ebbene, no, non era contento, e lo disse:
— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle
carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire
con essa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io
sia contento?
Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli
occhi, nella fronte e perfino nel naso.
Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro
gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col
nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per
decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco
alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo
padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra
di dubbio. Me lo dicono tutti.