VII.

Non è uomo soltanto, è anche avvocato.

Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente

l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani

del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della

vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.

E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta

la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso

indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse

prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo

di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare

di cavarsela senza un po' di carcere.

— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu

non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu

cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo

riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi,

i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se

credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità

assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un

avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In

questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore

di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più

dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale

lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano

puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve

ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia

perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui;

quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia

grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.

Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:

— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di

contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.

L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a

incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire

per forza d'abitudine.

Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento,

l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò,

l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo

dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era

accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con

un garzone macellaio addossato alla propria pancia.

Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in

punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò

io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il

Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi

con le conclusioni feroci.

Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane

macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si

rimise a sedere.

— La parola alla difesa — disse il presidente.

Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio,

e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico,

dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva

troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era

meglio.

— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per

dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: —

Signori!...»

Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella

carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così

bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un

infelice.

Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora

più bella:

— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me,

ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella

panca».

Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e

sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non

gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su

qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro

ora tutta la mia gratitudine.

Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza,

di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità;

diceva anch'io: _è di razza!_

Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento

giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva

nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza

peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso

dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.

Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello

che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito

alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il

presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.

Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel

trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver

interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale

insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto

obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.

Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le

lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di

scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in

carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con

le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà

della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato

alla reclusione dove si trova ancora.

Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere

la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine

al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.

Mio figlio! · 第 86 / 92 题