Non è uomo soltanto, è anche avvocato.
Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente
l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani
del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della
vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.
E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta
la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso
indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse
prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo
di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare
di cavarsela senza un po' di carcere.
— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu
non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu
cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo
riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi,
i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se
credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità
assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un
avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In
questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore
di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più
dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale
lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano
puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve
ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia
perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui;
quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia
grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.
Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:
— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di
contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.
L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a
incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire
per forza d'abitudine.
Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento,
l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò,
l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo
dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era
accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con
un garzone macellaio addossato alla propria pancia.
Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in
punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò
io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il
Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi
con le conclusioni feroci.
Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane
macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si
rimise a sedere.
— La parola alla difesa — disse il presidente.
Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio,
e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico,
dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva
troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era
meglio.
— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per
dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: —
Signori!...»
Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella
carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così
bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un
infelice.
Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora
più bella:
— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me,
ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella
panca».
Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e
sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non
gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su
qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro
ora tutta la mia gratitudine.
Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza,
di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità;
diceva anch'io: _è di razza!_
Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento
giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva
nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza
peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso
dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.
Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello
che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito
alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il
presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.
Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel
trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver
interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale
insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto
obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.
Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le
lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di
scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in
carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con
le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà
della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato
alla reclusione dove si trova ancora.
Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere
la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine
al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.