A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a
sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel
seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al
suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di
affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera
preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò
un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze
e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita
non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...
— Di Laurina?
— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione
alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non
ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare,
rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un
egoista, un impertinente, uno sfacciato...
Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il
cervello.
— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono
fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così
ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere
castigato.
Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva
dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con
voce malsicura:
— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello
che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla
mia Laurina.
— Sapevamcelo! — esclamai.
Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente,
senza badare all'interruzione:
— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia
essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.
— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove,
io non ho fretta.
— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
— Tu sei già nonno; che te ne importa?
Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò
il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.
— Bisnonno! — esclamai.
— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono
forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.
Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò
tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte.
Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda
che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si
trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio
suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda
a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento
arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.
— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a
diciassette anni?
— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete
una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa
farsi vedere?
— Andiamo in casa del Cavaliere...
— E che si fa dal Cavaliere?
— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine...
E quando si va in casa del Cavaliere?
— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la
mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di
rosolio.
— Le ragazze vi trovano marito?
— Qualche volta sì...
— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era
veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria
affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque
anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in
passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato
battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli
uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria
avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più
infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di
non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso,
sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine
timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più
disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci
lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza
dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese
erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola
noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna.
Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il
suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte
che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto
pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di
casa mia.
— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra
vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho
perdonato.
Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di
trovare il marito di Laurina.