VII.

Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La

notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a

dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli

credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo

mezzanotte per ripartire all'alba.

Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello

Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha

tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati

alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato

alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che

doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere

tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non

annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della

sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso

solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.

Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno

d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate,

per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare

il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire

al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè

della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima

notte.

Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a

casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due

da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche,

non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere

il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una

crudeltà svegliarlo.

Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle

inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose,

egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello;

ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima

compiacenza di aver perduta la notte.

Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del

Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti

cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno

alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per

ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso.

La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a

compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando

con disinvoltura la propria porzione di noie.

Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla

comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti;

l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua

eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine

impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore

A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.

Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa,

poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la

conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero

di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in

sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a

dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina

la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle

dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte

sonate a quattro mani.

Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi:

— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio,

che volta le spalle alle ragazze?

— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste

povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa

simile.

— E quell'altro che legge, chi è?

— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta

sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è

informato di quanto accade nel mondo.

— E gli altri sei giorni?

— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi,

ma non ne sono sicuro.

— Bisognerà domandarglielo.

— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...

— E perchè viene?

— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in

quell'angolo.

— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a

guardare di qua e di là...

A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi

nostri una visione...

— Il signor De' Liberi — balbettai.

Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse

incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece

presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando

dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata

come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno

sospirò dentro di me: «L'ha presa!».

Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.

Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti

della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi

fatali che frequentano i vecchi romanzi.

Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico

nostro?

La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di

superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino

rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate:

l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le

sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto

appunto al signor Libero De' Liberi!

Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva:

«volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a

quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva

lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita

ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali

manda da parte del colonnello Ipsilonne».

Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo

il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò

dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza.

— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal

suo destino e dal mio.

Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio

proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì.

Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava

dalla stessa sera.

Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua

faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta

la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini.

Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e

il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.

Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce

del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.

Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi,

più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva

e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva

di nulla.

Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi

di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il

signor De' Liberi.

Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo

secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva

lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:

— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.

Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli

fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla

nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.

Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:

— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!

Ahi! Povero signor Paolo!

Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di

no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla

tastiera l'accordo della disperazione.

— In si bemolle! — esclama una voce.

Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.

Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto

di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle

ragazze fino al fianco di mia figlia.

Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso,

come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona

benissimo.

Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.

— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.

Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare.

Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per

mano:

— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?

Evangelina, disgraziata!, ride.

Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia

volpe incomincia a farci paura sul serio.

Mio figlio! · 第 74 / 92 题