Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La
notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a
dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli
credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo
mezzanotte per ripartire all'alba.
Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello
Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha
tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati
alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato
alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che
doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere
tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non
annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della
sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso
solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.
Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno
d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate,
per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare
il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire
al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè
della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima
notte.
Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a
casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due
da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche,
non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere
il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una
crudeltà svegliarlo.
Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle
inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose,
egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello;
ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima
compiacenza di aver perduta la notte.
Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del
Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti
cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno
alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per
ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso.
La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a
compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando
con disinvoltura la propria porzione di noie.
Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla
comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti;
l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua
eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine
impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore
A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.
Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa,
poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la
conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero
di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in
sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a
dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina
la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle
dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte
sonate a quattro mani.
Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi:
— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio,
che volta le spalle alle ragazze?
— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste
povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa
simile.
— E quell'altro che legge, chi è?
— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta
sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è
informato di quanto accade nel mondo.
— E gli altri sei giorni?
— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi,
ma non ne sono sicuro.
— Bisognerà domandarglielo.
— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...
— E perchè viene?
— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in
quell'angolo.
— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a
guardare di qua e di là...
A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi
nostri una visione...
— Il signor De' Liberi — balbettai.
Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse
incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece
presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando
dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata
come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno
sospirò dentro di me: «L'ha presa!».
Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.
Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti
della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi
fatali che frequentano i vecchi romanzi.
Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico
nostro?
La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di
superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino
rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate:
l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le
sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto
appunto al signor Libero De' Liberi!
Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva:
«volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a
quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva
lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita
ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali
manda da parte del colonnello Ipsilonne».
Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo
il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò
dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza.
— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal
suo destino e dal mio.
Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio
proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì.
Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava
dalla stessa sera.
Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua
faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta
la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini.
Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e
il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.
Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce
del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.
Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi,
più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva
e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva
di nulla.
Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi
di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il
signor De' Liberi.
Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo
secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva
lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:
— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.
Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli
fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla
nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.
Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:
— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!
Ahi! Povero signor Paolo!
Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di
no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla
tastiera l'accordo della disperazione.
— In si bemolle! — esclama una voce.
Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.
Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto
di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle
ragazze fino al fianco di mia figlia.
Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso,
come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona
benissimo.
Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.
— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.
Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare.
Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per
mano:
— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?
Evangelina, disgraziata!, ride.
Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia
volpe incomincia a farci paura sul serio.