Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.
Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e
in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di
coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un
addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla
porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.
Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause
di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente;
ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una
musica in anticamera ruppe la mia industria.
«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo
fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani
mi portò un biglietto di visita.
— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi,
sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non
invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto:
Libero de' Liberi.
Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia
anticamera».
L'impazienza mi vinse e gridai:
— Fatelo venire innanzi.
Perchè mi tremava la voce?
Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito
notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e
che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere.
— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo
risolutamente.
Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai
d'inchinarmi e di accennargli una sedia.
Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e
parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle
della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la
parola:
— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato...
propriamente delicato...
Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto,
ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il
prezzo della sua balordaggine.
Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva:
— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha
il cuore... pari all'ingegno...
Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per
respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento:
— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani,
e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato
Placidi. Non dica di no...
Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza
di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto
quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni
di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra
di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così
le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido
patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di
lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi.
Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di
trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino,
si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed
accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro
della vittoria.
— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente
disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio.
Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che
vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide
nemmeno e tirò dritto:
— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe.
Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni
crede che io abbia?...
Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si
affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente
nelle mani.
— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra
un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar
moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un
sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare
io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato
retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le
ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei,
guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male...
perchè vi ho pensato molto.
Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza
commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e
chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli
si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di
malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione:
— Forse troppo!
Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito
alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto.
— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più.
— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da
minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le
domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere
il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non
vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia
massima.
Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione,
e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine.
— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere
alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la
figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire;
la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè
crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il
tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata
una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle
creature stentate che si metteranno al mondo.
Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il
periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di
lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che,
secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.
Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e
solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando
il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera
vezzosa:
— Posso parlare?
— Parli.
— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del
mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio
non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto
che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia.
Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che
del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma
logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza
del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma
lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come
chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca
inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma
prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte
le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire
tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie
perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio
affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non
isbaglio, ho qualche anno più di lei....
— Quindici — insinuai con garbo.
— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza.
Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei
quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di
rendere felice una donna; io la so tutta...
Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della
confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo
punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse
avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici
a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare
carezzevole di prima, ripetè:
— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le
leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio;
invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto
della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura
aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre
due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La
fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura
vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il
suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia
il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita
a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute
perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare
ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una
pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che
mi somiglino...
Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non
andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non
voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto,
egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere
inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al
muro.
— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che
scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi
dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e
infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del
tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri;
il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me
solo.
Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere:
— Sono ricco!
Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti
astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un _ma_.
— Me ne rallegro — risposi — ma...
Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo
suo argomento:
— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le
son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima,
sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del
debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia
vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire
subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna
la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto
di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei
grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere
fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano
munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...
— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in
una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da
un bolide che ci caschi addosso.
— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia
vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che
porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col
suo fardelletto di ragazza e niente più.
Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli
occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto
bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi
tranquillamente:
— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non
veggo l'applicazione.
— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una
figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace
troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per
farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile
— eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore,
ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei
pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso.
Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di
prima, quando soggiunse:
— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro
nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi
difenda lei.
Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo
audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era
ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli
aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri.
Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle
sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in
campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle
di sedici anni perderebbero la testa!...
— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se
non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque
anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse
ignora quanti anni ha la mia Laura.
— Laura! Si chiama Laura?
— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che _sedici_ anni!
Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità
egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii:
— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla
signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste
ancora la bambola di nascosto.
Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici
anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva
estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.
— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole
non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici
anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo
che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto
sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici
anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano
diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio:
io non ho nulla in contrario!...
— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono
costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia...
— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso
poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie...
— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la
vorrei stagionata.
— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi
è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico
proprio di diciassette anni...
— Manco male!
— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio
fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono
ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono
entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno
delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi
si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello
che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a
dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere
affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio?
A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un
mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora
della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità
così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de'
libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre
nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le
curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior
parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà
per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e
per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?...
Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione...
— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non
posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che
dar marito a mia figlia...
— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.
Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio
pensiero e soggiunse:
— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso
aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno,
due?...
— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se
mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del
suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei
difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo
noi, _effetto_; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono:
i sofismi dell'impotenza.
Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e
gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla
pacatamente.
— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma
impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non
offenda le verità fisiologiche...
— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo
ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto;
ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti,
di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le
sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in
cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza
dall'altra...
— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato —
un po' di condiscendenza dall'altra....
— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò
che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace
parlarle schietto, non gliela darei.
— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla
propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?...
perchè io non voglio dote...
— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma
le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento
della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un
sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non
vogliono rinunziare.
Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io
guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque.
— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà...
— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è
in età che non mi obbliga a consultarla.
Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo.
— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua
figlia senza nemmeno interrogarla.
— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare
a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità.
— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due
volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e
mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie
intenzioni...
— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era
contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la
briga di metterle in capo il suo strano progetto.
— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato
testardo; — voleva sposare il babbo!...
— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono
aspettato.
— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi...
Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai,
sparve.
Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che
le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il
mio sgomento nel seno di Evangelina.