Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo,
o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il
serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o
lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore?
Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?»
— Chi? — interrompe un lettore.
Il marito di Laurina.
«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena
di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo
più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua;
forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo
per venirsi a innamorare di mia figlia».
A volte poi dicevo a Evangelina:
— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là,
in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi,
non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione
di fargli perdete la testa!
Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura,
la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un
sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla
rovescia.
Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio
dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi
mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo
fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù.
Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno;
portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso
in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente
famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più
che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della
perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non
se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza
divisa.
Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche
corrisposto.
Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di
maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne
andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo
a Milano più innamorati di prima.
Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui
pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava
importuno.
Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a
fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere,
se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo
tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi
diventava prezioso.
E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava
superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un
«addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.
Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.
Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale
dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in
processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di
me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali
mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale,
in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che
comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la
toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale
mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro
vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai
al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi
passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista,
appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei
miei gravissimi pensieri.
Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono
e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci
abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione,
aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i
sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me
e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi,
oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo
padre?» Mia figlia mi domanda ridendo:
— A che pensi?
E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu,
quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi.
La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente
ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che
vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei...
Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte
sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno,
ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto
disposto a restituirla.
È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale;
è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre
anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina.
— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia.
«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci
conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è
lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto,
fallo felice, amalo...»
Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi
a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi
il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto
si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo.
— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai
veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi
fai questa domanda?
— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi
soltanto... anche l'altro giorno...
— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...
— L'altro giorno eravamo in galleria...
— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano
tutti sanno chi è l'avvocato Placidi...
Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il
braccio, bisbigliando:
— Zitto, è lui!
To'! Laurina riconosceva _quel signore_ al passo!
Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato da una bizzarra
musica di stivali, ma per averla così bene nell'orecchio, mia figlia
aveva già dovuto udirla più d'una volta.
Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente, passò oltre,
sempre saltellando, e giunto alla estremità del viale, tornò indietro a
passo lento, trovando ancora il modo di saltellare.
Feci in un istante le più strambe congetture.
«Quello è un parente lontano, forse un cugino della madre di mia
moglie; emigrò all'estero per disperazione amorosa, non essendo potuto
arrivare al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio suocero;
è rimasto scapolo, si è fatto milionario; ora ritorna in cerca di
un erede; dicono che la mia Laurina sia tal quale il ritratto di sua
nonna a sedici anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia, grazie al
cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi dall'America per portarle
la dote, ma se le piovesse un milioncino nel cestello di nozze non
offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste».
Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e dentro di me
ridevo; intanto che venivo pagando alla meglio il tributo d'ilarità a
quell'idea barocca, altre idee si facevano avanti.
«Quello è un padre di stampo antico, che non si fida del criterio del
suo primo maschio, e vuole scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha
un'aria tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe fare una
scelta migliore. Rimane a vedersi se a noi conviene il pretendente...».
L'incognito non era più che a pochi passi, e io, guardandolo alla
sfuggita, vidi con uno sgomento nuovo che egli saltellava peggio di
prima, e che avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo
luccicare stranamente le pupille nella loro cornice di rughe e piegando
la testa con un vezzo tutto suo.
Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò pure arrendermi alla
evidenza quando il vecchietto, passandoci rasente, spinse l'ardire fino
a manifestare il suo incendio con un sospiro.
Proprio così: quello che io credeva un colonnello americano imbarazzato
nel far testamento cercava forse un erede, ma lo voleva legittimo, e
aveva messo gli occhi su mia figlia.
— È un matto! — dissi a Laurina in maniera d'essere inteso dallo strano
pretendente, e attraversai il viale per cacciarmi fra le aiuole.
Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro, ma voltandomi poco
dopo vidi che egli saltellava per raggiungerci da un'altra parte e
pigliarci ancora una volta di fronte.
Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello e melanconico
mi faceva addio con la mano, senza che io trovassi un accento per
dirgli: — «rimani, tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore;
chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina è tua». L'audacia di
un balordo stagionato mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale.
— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa senza comprendere, mi
secondò, e a me parve di averla sottratta a un pericolo, quando alla
porta di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire le nostre
traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma lo ha tradito!»
— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra volta mia figlia.
Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il mio pensiero, le dissi
che era un matto, che non poteva essere se non un matto.