L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una
mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente
nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi
dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito,
si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.
Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po'
stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava
la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche
cosa di peggio: versi!
_In questo giorno sospirato e bello_
egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo
se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso
nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche
più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo
una.
Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro
arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva
leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli
diceva_ sospirato e bello_; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale
di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo
padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che
_velo_ della seconda quartina non rimava perfettamente con _bello_ nè
con _anello_ della prima.
Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio
tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere
in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la
maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva _per
celia_, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come
ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.
— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.
— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è
vero, babbo?.
Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati
in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio
scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo
compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice
amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora
Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta
di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli
accadde più di far rimare _velo_ con _anello_, senza averne la poetica
licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e
pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume
arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di _realismo_
anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre
vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza
stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, _autore_ recidivo di
birbonate simili.
Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano
dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato
dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia,
se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito;
a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze
verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla
Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al
ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un
vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma
non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra,
priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; _Musa, Musae_,
la musa della prima declinazione latina!
Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa,
come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per
introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che
avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza
di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei
verbi e nei pronomi.
Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa
diventava _musarum_, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che
necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento
che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la
lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi
avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la
lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di
Giustiniano, eccettera, eccettera.
E soggiungevo con sussiego:
— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli
antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale
non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si
facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte
le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini,
quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono
latine.
Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma
con uno sgomento crescente.
— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa
da nulla.
— Tu l'hai studiato?
— Altro che!
— L'hai studiato tutto?
— Tutto.
— Anche i verbi? Anche _hic, haec e hoc_? Anche _dies, diei_?
L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una
volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica
della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi
pigliavo la rivincita.
— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne
pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...
Augusto m'interruppe:
— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?
Il tranello era perfido.
— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza
batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti
da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le
declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...
— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere
all'urto d'un avversario simile.
— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento
come l'intendi tu.
Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo
interamente.