Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo
aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio
si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.
— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che
farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le
regole della grammatica latina?
— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità —
studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...
— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...
Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un
argomento convincente.
— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza
coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo...
invece per il latino ci vogliono otto anni.
Mi scappò detto:
— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna
poi esercitarsi tutta la vita.
— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non
ne fai più degli errori?
Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire
una bugia, bisognava rispondere in latino.
— _Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto_.
Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle
spalle e se ne andò mugolando fra i denti: _nominativo domus la casa,
genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo_...
Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello
strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne
a dire trionfando:
— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
— Davvero, e che cosa dice?
— Dice che il duomo è più grande di una casa.
— E non ha forse torto...
Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse
necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e
aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto
era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in
mezzo a tanti angeli rotti.
Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli
_angeli rotti_ di mia figlia erano testine alate.
Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione:
_singolare nominativo, domus la casa..._
La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi
beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo
con ferocia.
Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non
volergli entrare in capo.
— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti
inutilmente, perchè pensi ad altro.
Ammutolì, segno che avevo indovinato.
— A che pensavi studiando?
— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche
l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...
— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta
la severità paterna.
Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli
cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza
confessarlo in casa.