AUGUSTO».

Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino

così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il

serio ed il faceto:

— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!

Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter

frenare l'ilarità.

— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...

Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...

— Taci: non ne posso più...

— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini

generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma

annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!

E mi veniva un altro pensiero.

— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che

continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro

amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la

chiama _cara_, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...

— _Cara_, sì, _cara_, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.

— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta

elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio

e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?

— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra _donna_...

— _Donna_... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale...

Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?

— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia

del padrone di casa.

— Una bambina di vent'anni almeno!

— Ne confessa ventidue.

La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno,

capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la

sua persona.

Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando,

dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare

e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto

a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche

volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che

a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto

più lungo.

Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano

parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela,

e aveva la singolare abilità di svegliare la _musa_ (dico la _musa_)

dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva

più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro

nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano

due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e

d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio

ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura

beccata da un passero intelligente.

E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura

di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io

avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse

Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si

vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme

epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente

a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio

ai due spiragli di cielo della sua innamorata.

Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una

bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi

con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava

con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col

pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla

finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!

E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce

con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati,

smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un

trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante

innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente

minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si

calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli

amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi?

Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.

Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni

compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di

cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica

audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla

finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola

dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.

Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio

di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una

domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa,

l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era

sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.

Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di

confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran

voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla

famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue

maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non

escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in

faccia d'avergli rubato la sposa.

Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto

servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse

a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia,

subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una

volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.

— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.

La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel

giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.

Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e

la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle

orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.

— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.

L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non

riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo

faceva una grama figura.

— Tu sei _invidioso_? — gli chiese poi mio figlio, e come se

gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho

guastata... e poi è mia.

— Non sono _geloso_ — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: —

non sono _geloso_.

Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un

sussiego corbellatorio:

— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.

L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un

mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare

un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.

Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa,

dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.

Mio figlio! · 第 59 / 92 题