Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una
boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il
capo. E mia moglie insiste.
— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del
solito; va a spasso, ti farà bene.
È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto.
Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa
quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina,
esco.
Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non
ho cuore di abbandonare la mia creatura.
Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride
per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente;
mi incammino.
Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un
giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera
insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me
ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono
dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero
che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi
penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più
alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e
non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto
umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che
si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre
è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e
lo vuol nascondere.
«Perchè nasconderlo?
«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola,
a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai
giardini.
«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta
portando verso la casa in cui abita la mia Laurina.
L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio
vederla!»
Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna;
poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli
perdono: ha una figlioletta che adora.
Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la
bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice
di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso
i vetri.
L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi,
crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi
rasente, mi getta un'occhiata ad uncino.
Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel
posto di osservazione; ma mentre mi volto ancora, con la speranza
che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento
stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo....
anima mia! è proprio Laurina!
Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano,
e mi è corsa incontro.
— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio
vedere la mamma!
— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai?
Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso
accostare il suo visino alla mia faccia.
— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte
e sui capelli.
Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di
venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della
mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre;
le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la
promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate
col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po'
sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta.
Essa mi grida dietro:
— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una
donnina.
Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo con gli occhi finchè
scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente:
«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia
figlia».
Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di
Laurina, ed io dico per consolarmi:
«Non l'ho baciata in bocca!»