La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da
due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico
anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio
cuore, dove è entrata una strana paura.
Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di
Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener
gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole
uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e
spasimando.
È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere
quanto sia patito.
Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta
dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con
la testa appoggiata al muro. Piange.
— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
— Tu pure piangi.
— Non è vero....
— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io,
perchè non speri più nulla.
Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi
e dice:
— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora,
non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.
Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.
. . . . . . .
Egli visse!
Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare
d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.
Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.
Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori
no, perchè il cuore li seppellisce.