Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la
minaccia della morte.
Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio,
a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un
pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui
non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio
pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare
su quelle monche visioni.
«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela
azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono
di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle,
pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno
ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la
mia sventura.
Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi
stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso
il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi
riaffacciare alla vita.
Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi
pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» —
«No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho
vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina...
Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due
gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via
tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio
giuoco; vi è anche la sorpresa.
E vi è altro.
Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota
d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio
sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato
come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
O severa natura, quale spettacolo!
Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che
fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura
umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo
appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando
le gambe paralitiche e contorte.
Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa
ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra,
si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
Dove va? Dove andiamo?
Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:
— Augusto, bisogna prendere la medicina.