VIII.

Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la

minaccia della morte.

Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio,

a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un

pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui

non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio

pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare

su quelle monche visioni.

«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela

azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono

di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle,

pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno

ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».

La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la

mia sventura.

Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi

stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso

il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.

Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi

riaffacciare alla vita.

Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi

pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.

«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» —

«No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho

vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina...

Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.

Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due

gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via

tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.

Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio

giuoco; vi è anche la sorpresa.

E vi è altro.

Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota

d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio

sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato

come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!

O severa natura, quale spettacolo!

Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che

fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura

umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo

appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando

le gambe paralitiche e contorte.

Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa

ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra,

si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.

Dove va? Dove andiamo?

Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:

— Augusto, bisogna prendere la medicina.

Mio figlio! · 第 52 / 92 题