— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti
di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle
calcagna per fare l'esercito.
La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui
tremavano tutte le corde materne:
— Che è stato?
*
* *
— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se
dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.
— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.
— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...
Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non
m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi
cambiando tono di voce:
— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato
Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo
appunto che non è una buona ragione...
— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta
pallidissima.
— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso
che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una
tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di
casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.
Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla
cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo
di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La
disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a
quella del comando.
— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete
— robusto, forte, ed è morto così?
— In pochi giorni...
— E i medici?
— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano
del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.
Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava
negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:
— Augusto! Laura!
*
* *
Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di
rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare
della licenza per venire ad abbracciare la mamma.
Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò
d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era
ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.
— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti
tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora
ricacciatela dentro...
Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro
giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì,
a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco,
giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere
tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di
secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che
ridere!» e non rise più.
— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti
un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite
dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?
Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.
— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire
prontamente.
— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino
senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.
— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al
capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per
non sudare.
Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla
nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla
sorella che bisognava cambiar giuoco.
— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io
verrò a guarirti.
— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.