Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io
poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo
che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza
nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la
rettorica paterna.
— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio
se vuoi farti uomo.
La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio,
io era un _uomo fatto_ da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva
necessario soggiungere:
— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
— Diventerò anch'io avvocato?
— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e
sarai famoso.
— Tu sei famoso!
— Altro che!
Questa bugia enorme è di mia moglie.
— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
— Tanti.
— Anche il _Compendio di Storia_?
— Anche quello.
— E bisogna saperlo tutto?
— Sicuramente.
Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia
carriera di genitore.
Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella
camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio
insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e
sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
— _Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
scegliere una moglie tra le più oneste...
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto
anche..._ (pausa).
— _Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti_...
Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non
pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi
menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche _Assuero_,
che non voleva entrare in capo a mio figlio.
— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai
che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il
suo seguito.
Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non
udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare
per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
— La so tutta! — mi disse da lontano.
— Che cosa?
Incominciò addirittura:
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_...
Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare
in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli
potei dar retta.
La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio,
quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio
figlio.
— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con
un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio
d'Istaspe, detto anche _Assuero_?...
Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere
una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
— _Lo sai bene_ che l'ha trovata?
Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza;
perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato
interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a
credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva
sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una
ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già
strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava
Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne
ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a
conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più —
soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario
non si sarebbe fidato tanto di _quell'altro_, sai, _quell'altro_...
aspetta...»
Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha
cuor di padre la mia tortura) _quell'altro_ non sapevo proprio chi
fosse. Aspettavo e sorridevo; _quell'altro_ non venne.
— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli
occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando
l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
— L'ho qui... aspetta...
Questa volta uscì di corsa.
Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava
Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei
far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non
facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!