La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più
convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle _Pandette_, che avevo
dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo:
approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor
proprio, esse mi parlarono blandamente così:
— _Justiniani Institutionum libri quatuor_... I bei tempi passati
dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
— _Capitis diminutio tria genera sunt_ — insistevano le dotte pagine;
ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza
istintiva; — _maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus:
libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus...
Omnia haec_ le so ancora.
Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
— _Proetoris verba dicunt: Infamia notatur_....
Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi
chiusi le parole confortatrici del pretore.
Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre;
mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi
avevo imparato a distinguere le _res mancipi_ dalle _nec mancipi_,
l'_hereditas_ dalla _bonorum possessio_, mi era persino rimasto in
mente che il _vadimonium_ (quel _vadimonium_ che gli studenti di terzo
anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini)
aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo
spiritoso con altri.
Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio
d'Istaspe!
E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di
Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una
sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
— _Nasciturus pro jam nato habetur_, — dicevano le _Pandette_; ed
io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima,
esclamavo:
— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina
del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non
avevo nè un figlio, nè un cliente.
Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi
nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo
avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di
giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un
galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi.
Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega
Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la
testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu
ne esca tutto d'un pezzo.
E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo
era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale
con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a
scuola.
Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio.
Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da
qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le
braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo
zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri
tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con
solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito
dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare _l'alinea_ in cui
ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero
accompagnava un tratto mio figlio.
Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato
nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore
in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le
sua vanità.
Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo
mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè
me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la
camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino
andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di
lui.
Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i
palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un
portento di dottrina.
— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e
in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo
subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua
scienza per tormentarlo.
Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta
quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio
figlio.
Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva
più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla
mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio
famoso non dovesse uscire dalle pagine del _Compendio di Storia per
isvergognarmi in faccia a mio figlio!_
Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi
per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare
al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando
precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse
lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato
bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di
Persia.
Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica
e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
Non lo avessi mai fatto!
In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver
sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina
un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva
messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi
compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non
sapere niente affatto.
Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere
pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo _in illo
tempore_ e non le avevo mai mandate via come Dario, _potessero_
esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica,
assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran
confusione di date e di regni nel mio cervello.
Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma
inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio
figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me
— non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il
passato dell'umanità.
— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto
finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui
a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra
della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato;
se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa
lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia
non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e
monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e
che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla.
Eccoti la storia.
Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un
raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al
terribile dilemma, e quest'uscita era la _filosofia_.
Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in
faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi
ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi _un sistema_.
Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la
necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato _per
aver poi_ _il diritto_ di dimenticarle tutte come il babbo.
Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi
mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata;
nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e
tornai a sentimenti più umili.
Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo
preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare
dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava
non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura
il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul
presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe
e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi
all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di
costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno
il presidente con tutto il suo sussiego!»
Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte
avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro,
invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone
ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E
soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei
re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il
tempo di _provvedersi in appello_».
Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al
mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire
a qualche cosa.