IX.

Quei due giorni volarono.

Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il suo paese, ci menò

attraverso il labirinto del suo parentado complicato, enumerò i vicini

e le vicine, ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella

stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione così amorosa

dell'unica giovenca bianca e del cavallo balzano, che fu per me come se

conoscessi da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per filo e per

segno della canapa che vi si filava, dei discorsi che vi si facevano,

dei matrimoni che vi si erano combinati e degli amori che vi nascevano

ogni anno.

Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando parlava della sua

stalla, credevate proprio di vederla, tutta coperta di stoppia, con

l'unico finestrino chiuso da un'intelaiatura di carta da gazzette;

vedevate le connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i fusi

giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate lucenti nell'ombra;

e udivate ogni tanto, in mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota

lamentosa della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente un'altra

nota, quella della mia creatura, perchè sapevo bene che il povero

Augusto avrebbe passato in quella stalla il rimanente del suo primo

inverno.

La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva arrivare con la carriola

per pigliar la _sposa_ e il bimbo, io notai che Evangelina si

affaccendava di qua e di là, per le stanze, camminando più ritta del

solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e camicini, camicini e

fasce, e poi cuffiotti e pannilani; ma annodava a volte il fardello

senza aver finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi

nulla. Avrei fatto così anch'io.

Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto in braccio, e gli facevo

sottovoce le mie raccomandazioni.

Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di

voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo

e la mamma!

Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il

respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile,

intenta, senza fiato anch'essa.

Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo,

senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua

moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non

aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e

se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale

ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la

fantesca per attingere acqua.

E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano

era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata

nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta

intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro

portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva

lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta.

Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana

razza, ma fece tanto che le lasciò intendere.

Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a

pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio...

Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti

del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente,

lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e

ribaciò suo figlio dieci volte.

In quel momento pareva proprio un'eroina.

— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna.

— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo.

Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia la mano di Evangelina e

dissi precipitosamente:

— Andate... adesso... subito... verremo presto a vedere come sta...

La balia comprese, si tirò dietro per la falda della giacchetta il suo

uomo, e infilò le scale.

Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si rovesciò addosso e mi

bagnò il viso di lagrime... poi staccandosi improvvisamente venne sul

pianerottolo... voleva rivedere suo figlio ancora una volta.

Ma la balia era in fondo alle scale.

— Vuoi che la richiami? — dissi con voce tremante.

— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non saprei più separarmi...

è meglio che anche lui, poverino, non mi veda piangere... forse gli

farebbe male.

Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio pensiero cattivo:

«Augusto non ci voleva bene, poichè ci abbandonava senza angoscia, come

se andasse a una festa».

Ci facemmo alla finestra per vederlo passare «Eccolo là in braccio di

Marianna!». La buona donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva

probabilmente di guardare alla finestra del quarto piano, dove era la

mamma, ma egli non le badava neppure.

Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola bianca, poi ancora

l'ultimo lembo del nastro azzurro sotto il portico... poi più nulla,

fuorchè gli occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto.

Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la ritrassi con dolce

violenza dal davanzale, richiusi le vetrate con una mano, trattenendo

con l'altra la madre sconsolata.

— Evangelina — dissi.

— Epaminonda!

— Che hai?

Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi che me lo potevo

immaginare quello che aveva.

— È andato — soggiunsi — non va lontano, potremo vederlo spesso, tutte

le settimane, anche tutti i giorni.

Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto nel mio studiolo senza

resistere, e mandava in giro per la stanza uno sguardo attonito e

spento.

— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso.

— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in dieci minuti con la

strada ferrata; a piedi, lo hai inteso tu stessa, sono quattro passi; e

li vogliamo fare allegramente più di una volta... domani, se vuoi.

Evangelina non badava a me, si era accostata alla parete dove era

appesa una carta geografica dell'Italia e cercava Musocco.

Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva disegnata quella carta non

aveva un bimbo a Musocco.

— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con la matita la dimenticanza

del geografo — vedi, ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo.

Evangelina guardò il punto che la matita aveva lasciato sulla carta,

poi guardò me, e si provò a sorridermi.

— Fa freddo — balbettò.

Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate.

Mio figlio! · 第 25 / 92 题