Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra tutte le fisionomie
note della nostra camera solitaria; ed erano tutte meste perchè la
culla era vuota.
Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente; Evangelina dormiva.
Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse in fronte le idee nere, e
non ne provasse il contagio, entrai a dire con voce allegra:
— Evangelina mia, si va a Musocco stamane?
Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia materna senza aver
sotto mano il rimedio.
— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è forse meglio
aspettare ancora, dar tempo al nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova
vita...
E a queste parole vide essa pure al par di me il caro innocente, in un
camerone troppo grande, entro una culla di vimini accanto a un letto
enorme con la coperta a scacchi rossi; vide certamente tutto questo,
perchè s'interruppe e disse sospirando:
— Chissà come avrà passato la notte...
— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere.
— È forse meglio aspettare... se Augusto ci vede, piange di sicuro,
soffre, si ammala...
Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni, che non fu
possibile resisterle; e quando la terza volta ripetei: «Si va a
Musocco?», eravamo quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi.
Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra, staccando le spine alle
acacie delle siepi, come avevo detto io, per abbellire la mia proposta,
ma con la strada ferrata per fare più presto.
La nostra apparizione nella via principale di Musocco fu segnalata da
uno stupore immenso dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano
faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate, e quando eravamo
passati dinanzi ad una porta io vedeva con la coda dell'occhio sporgere
una testina a guardarci.
Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno dalla Marianna».
E una sposa di buona volontà ci passò innanzi di corsa.
— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi con un po' di dispetto
— perchè non si lasci sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare
un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo.
Mia moglie sospirò e non disse nulla.
— Del resto è naturale — soggiunsi.
Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata, ci arrestammo non
sapendo che via seguire.
— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro una donna.
Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero chi eravamo noi e
dove volevamo andare...
La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse e ripetè, sicura del
fatto suo:
— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna!
Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro Augusto in braccio, e
rideva.
Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi,
a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso
casa.
Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se
eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo
l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per
tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro,
entrai addirittura nella camera nuziale.
Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche
contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno
spintone ricevuto da un'amica d'infanzia.
Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla
testina, e mi guardavo intorno.
Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la
culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran
fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un
grosso mucchio di grano.
E com'era andata?
Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito.
E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non
aveva messo una lagrima.
— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.
Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi
rispose:
— Gli voglio già bene, povero angioletto.
Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere contento; ci guardò
sbigottito, mi parve che ci sorridesse; niente altro.
Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo attaccò al seno.
— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma non importa, to'...
Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della nutrice, e si
addormentò. L'appetito era un pretesto.
— È furbo! — disse Marianna — io me ne sono già accorta.
E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea che mio figlio
fosse tanto furbo.
Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare del treno; senza
abbandonare il piccino, visitammo la stalla dove Marianna ci presentò
la giovenca bianca. Il cavallo era andato con Giuseppe.
— Peccato! — disse Marianna.
— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla.
Si consolò infatti, e rise.
Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo nostro figlio. Ma
eravamo più tranquilli, più rassegnati; solo ci afflisse segretamente
il vedere che Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime
carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì i baci e i sorrisi.
— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina dallo sportello del vagone.
— Addio! — ripetei sommessamente, salutando da lontano mio figlio, che
si perdeva nell'orizzonte come un punto bianco.
Poi vidi una forma umana che si allontanava nella strada maestra,
Marianna; non discernevo più Augusto.
Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non fu detta una parola.
— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina nel salire le scale di
casa.
— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso che
nostro figlio non ci ama più.
— Non dir così — le mormorai all'orecchio, stringendomela al seno sul
pianerottolo, di' piuttosto che non ci ama ancora.
Era una consolazione anche questa.
In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di aspetto massiccio, solenne,
un fittaiuolo della _bassa_, che aveva un _caso_ complicato da espormi
e non se ne voleva andare senza avermi consultato.
Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia di chiedergli come mai
avesse fatto a conoscere il mio nome ed il mio recapito, ma pensai che
bisognava «rispettare i segreti della gente», e resistei come un eroe.
— Favorisca — gli dissi con molto sussiego; e lo precedei
grandiosamente nel mio studio; quando vi fu, lo pregai d'aspettarmi un
momento finchè mi fossi tolto il cappello e il pastrano.
Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e alla mia Evangelina
sbigottita annunziai con un bacio sonoro una scoperta che avevo fatto
allora.
— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via di compensazione; dov'è
un gran dolore, mette subito una gran gioia.
— Qual gioia? — chiese.
— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico, è lui: il primo cliente!