Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere
nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene
le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse
venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra
il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la
strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla
gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno
di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato
la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.
L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi
era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii
tutta l'ironia amara.
Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che
essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi
diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta,
e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime
con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.
— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio.
Che pena veder pianger te!
— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione,
bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del
resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le
vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani...
sa Dio dove sono.
Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.
Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra
creatura.
— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli
occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e
mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e
vorrai bene a chi ti darà il latte.
Allora entrai a dire:
— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare
le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno
allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria
dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno...
Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi
benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere:
— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi
— anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi.
Sospirai di nascosto e non dissi altro.
Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di
Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura.
— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato
separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro
sacrificio.
— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere?
— E le altre cento ai primi passi?
— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro?
— E le due vesti ogni stagione?
Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare
il bimbo.
— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non
pretenderai l'impossibile da babbo e mamma, e ci vorrai bene
egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo
dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza
trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no,
una balia enorme, come Benedetta Corti...
M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a
mia moglie:
— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a
nutrirla? Vi avevi pensato tu?
Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due
occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed
io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto:
— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che,
per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta
giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte
saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a
vederti.
Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne
ringraziava con gli occhi.
Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi
ero ingannato, che avevo creduto di _potere_ e invece non _potevo_, e
lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma
bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano.
L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento
di proposito; e dopo d'aver osservato con la stessa profondità della
prima volta che _quando non si può... è meglio_, mi disse che aveva il
fatto mio, una _sposa_ di Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire
subito.
Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio
che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca,
giovine e bella.
Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in
casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore.
Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le
accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse:
«Se mi vogliono...» — e rise ancora.
Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra
di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che
Marianna allatterebbe nostro figlio.
Facemmo alcune domande ora alla _sposa_, ora all'_uomo_; ma rispondeva
sempre la sposa; l'_uomo_, quando era interpellato direttamente,
pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con
un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio
rispondendo lei e ridendo.
Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta
unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed
immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva
andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose che _erano quattro
passi_; e rise.
Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad
assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a
ridire.
Fu convenuto che la _sposa_ resterebbe con noi un paio di giorni,
l'_uomo_ se ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a
prendersi la moglie e il poppante.
— Va bene? — chiesi al marito.
— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli
ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e
tutto ciò ridendo.
— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.
Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario
invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello
lasciar rispondere la _sposa_ anche in una domanda così _ad hominem_.
— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal
suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse
animosamente: — per servirla.
Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese
più difficili tutto sta ad incominciare.
Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo
anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio
della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi
come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in
momenti simili.
— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma
quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile:
fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle
spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non
sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne
faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di
interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.
— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione,
perchè ancora non si moveva.
Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con
garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al
marito e a dirgli ridendo:
— Va, che cosa aspetti?
— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a
ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col
piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il
cappello e sparve.
Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e
venne dietro al suo uomo.
Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci;
doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento
Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera.
— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se
ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo.
Non rideva.
— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise.
Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna
ritrovò tutto il suo buon umore.
— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio.
Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano
soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua
e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.
La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un
pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era
dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa
sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando
di voler andare con la mamma, che festa!
Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non
avesse a patirne troppo!
«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero cuor di madre!».
Augusto era bonino e Marianna gentile; si piacquero, si vollero bene;
anche senza gli stimoli dell'appetito, era chiaro che nostro figlio
stava volentieri con la sua balia.
— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina.
— Lo _spero_ anch'io — dicevo, e ne ero sicuro.