Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava alla mia casetta,
dove mi aspettava un cuore di donna pieno di quell'inganno tanto
dolce al mio cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove correva il
pensiero.
Rividi passando la processione delle formiche, che si disegnava come
un filo nero sulla sabbia lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo
tremante, l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io, così
felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione al mio prossimo, rividi
anche il vicino del secondo piano, il quale se ne tornava a casa col
suo passo invariabile. Che importa? egli probabilmente mi mandò al
diavolo, ma io non v'andai, gli venni innanzi, infilai l'uscio di casa
prima di lui, e feci i gradini a quattro a quattro non mi arrestando
che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai a ripigliare
fiato.
Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo del campanello un
tremendo pensiero venne a mozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo
alle spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi fatto un sogno
baldanzoso... — Di repente la porta mi si schiuse in faccia; mi apriva
Evangelina medesima, Evangelina che si era levata da letto e mi aveva
visto venire dal finestrino, Evangelina in cui io fissava gli occhi
sospettosi ed inquieti.
— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo con un certo impaccio — sai?
non era vero niente.
Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava misericordia, e la
poveretta n'ebbe e mi buttò le braccia al collo. Mi disse subito che
mi voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo fuori di casa; ma mi
perdonava e perciò tutto andava benissimo.
— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi.
Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto (perchè era passata
un'ora e un quarto, anzi un'ora e venti minuti, e dovetti convenirne
io stesso per non dar del bugiardo al nostro unico orologio a pendolo),
aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era levata dal letto, poi si
era vestita, aveva dato sesto alle stanze, ed aveva avuto voglia di una
limonata.
— E l'hai bevuta?
Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo zucchero e non aveva il
limone.
— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava...
Evangelina m'interruppe:
— Bisognava mettere giudizio e farsi venire un'altra voglia.
— E che voglia ti sei fatta venire?
— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora me la cavo, questa è una
voglia lecita, perchè non costa nulla. Non siamo ricchi!
— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!
— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.
— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo
cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri
seguiranno; vedrai.
— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro.
— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere
neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra
creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone!
— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici
assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia
sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in
capo questo sproposito. La _gestazione_...
Io la guardava a bocca aperta.
— Quali medici? — interruppi.
Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le
tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa:
arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere
nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume in _folio_,
che trattava d'ostetricia. Facendo salti enormi e pericolosi, poteva
dirlo d'averlo letto tutto.
Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la
caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di
servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.
Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua
intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una
sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si
arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a
chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.
Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio
suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli
accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua
esperienza.
A sentir lui, il nascituro _doveva essere_ un maschio, un ingegnere
alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non
pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè
riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far
meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.
Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo
nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.
La sera però mi chiese:
— E' proprio necessario che sia un maschio?
— Necessario, no...
E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai
fosse tale.
Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio
piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che
non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era
della mia opinione.
Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene
contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio
e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti
dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo
appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io
poteva beffarmi della statistica.
Non me ne beffavo più ora.
Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne
andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che
uomini e cose hanno sui nascituri.
L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e
mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano
ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè
nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità
di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.
Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione
di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro
serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle
forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è
conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e
altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si
faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile.
Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci,
tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi
momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino;
piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo
di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in
qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano,
o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o
leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere
dinanzi agli occhi il suo modello classico.
Passavano i giorni, le settimane e i mesi.
La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia
Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe
superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si
rassegnava.
Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che
doveva essere un colosso.
Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con
sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano
soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.
Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti
minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva.
La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una
bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno
spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver
l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.
— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo;
l'ho tenuto più grande del modello.
— Sarà grosso — osservai scherzando.
— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.