Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati
d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e
dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.
Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra
e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse
meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi
ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida
ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a
passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta.
Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano
molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni
tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale
a precipizio per incontrar sulla via un cotale che poi non v'era. E
chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che
qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a
guardare di qua e di là.
Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi
raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in
piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo
singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua
sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre
minuti.
— Povero diavolo! — pensai.
Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare
il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie
luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare
nel suo squallore.
A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui
girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora
quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la
faccia ridente.
Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva
essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un
bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo
piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che
non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a
pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.
Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli,
ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne voleva _tanto
così_. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se
volesse toccare i confini di due orizzonti.
Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico
che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice
d'ogni loro vero più verosimile.
Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo
mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto
la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una
bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto
tutto.
Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due:
— Emilio, Emilio!
Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio
bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un
brillante d'acqua purissima.
Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi
dalle braccia il bambinello dicendo:
— È mio.
E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo
tesoro.
Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza
insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri.
Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini ancora indistinta, usciva
una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce
sicurezza:
— È mio.
Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi
cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso
impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza:
— È mia!
Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo
tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che
sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel
mattino di maggio.
Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e
dicevo a me stesso:
— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco...
L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia
alle sue carezze.
Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito
essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non
vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza
degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che
restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni
sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare
press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono
arrivati tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in
un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo
averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo
stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice.
Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che
camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo
le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo
appena venticinque, e mi parevano troppi.
Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia
e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non
ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente.
— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la
giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me,
e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli
occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli
esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero
che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho
fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che
d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di
specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio
povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore!
E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi
meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna
desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto
di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe
di giovinotto.
E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore,
non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto
canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono
infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro
in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre;
l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui
sentii d'essere padre.
Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la
mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di
sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti,
qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava
frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di
una lode concessa al mio segreto trionfo.
All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un
vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con
occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima
panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e
pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse
arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi
che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato
a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e
tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora
una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia,
che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e
cadente.
Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi
figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di
farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un
gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è
giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella
mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se
resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi
in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco
fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè
poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia
gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è
rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad
_essi_ che dormono là sotto...».
E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore
contento.
Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre
immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di
ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per
mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei
suoi frutti, dei suoi figli.
Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello
blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente;
ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo,
come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo
rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto,
e trema pel suo neonato.
Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro
del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi
per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe;
e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo
innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice
qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi
rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro
padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una
pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei;
l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo
tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.
Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i
pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso
a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di
fardelli enormi al formicaio lontano.
E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo,
dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto,
dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio
figlio!
Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla
prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica
agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il
fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il
fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza
dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura!
Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio,
tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine.
Quale?
Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo
spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo
di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente
indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento,
è la figliolanza.
Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della
vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e
spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse
cortine dei vostri letti nuziali.
Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico:
— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti
e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama
il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti
nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei
sensi.
Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le
spire della glicinia, ecco appunto due vittime.
Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino,
due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi;
a _lui_ non guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon
gusto.
Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono
neppure, ed ho tempo di piegare a mancina.
Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno
cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va
loro dicendo il cuore.
Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti
capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè
il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla.
La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'_amore_; ma le
mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più
profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!
_Mio figlio!_ Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia
il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i
cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la
tengono insieme; che rimane? — _Mio figlio!_