VII.

Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci

migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.

Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il

contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli,

dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a

desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire

il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non

veniva.

Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte

le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto

a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed

approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno

a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era

l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile

e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè

stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi,

nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni,

ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date

all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità

grande che si cela.

Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico

o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel

nascituro.

Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un

vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.

Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.

Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa,

dicendo: — _Deve_ venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da

perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina

successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.

Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere,

perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare

e venire per la casa come un'eroina.

Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta

tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i

camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci

un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne

il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.

Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse

le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva

ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io

non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale,

indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul

tavolino.

Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io

mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico

si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò

d'andare a spasso un quarticino d'ora.

— Che fanno qua tanto tanto?

A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico

espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse

l'opera sua, saremmo di impiccio».

— Ma non occorrerà?... — chiesi io.

— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.

Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.

Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero

ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci

avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro

di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.

Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il

cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.

— Sarà un maschio — mi disse.

Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.

La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la

sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le

formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le

creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.

A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi

l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso;

certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata,

aveva fatto la gioia di un monello.

Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina

soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che

doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato

dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di

sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un

maschio!

Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva

essere una femmina.

A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con

sicurezza:

— Andiamo, a quest'ora è nato.

Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.

Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati.

Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là

a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue

faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci.

Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata!

non sapeva nulla.

E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento

avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori,

sospetti, minaccie di disgrazie orribili...

Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi

arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero.

Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una

musica; il pianto, che è una carezza!

Mio figlio! · 第 15 / 92 题