Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria,
variando ogni giorno.
— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco
a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato
troppo cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare
in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non
vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra
sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno;
d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro
stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder
la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta
picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può
desiderare... proprio come nei palazzi delle fate.
— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.
Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona
massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene
i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto
più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e
pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità
di cui non aveva merito.
Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di
vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno
alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un
imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni,
poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si
consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere
il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano
venire sorridenti, e se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi
ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano
fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa
l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro
diceva:
— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri
impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria.
Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo
cominciasse e finisse in noi.
Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con
lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina
serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del
tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre
a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per
comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile
compiuta in due.
Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si
voleva.
Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli
rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o
mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in
cucina.
Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una
prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio.
Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono
quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il
nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li
manda il cielo!
Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto
è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro
con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada
e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non
si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di
persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e
l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del
suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare.
A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di
strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre
si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa
e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno
ride, la folla si dirada.
E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando:
— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede
in dovere di dare a babbo e mamma.
— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella
vecchiaia — dice Evangelina.
— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la
conoscenza d'una certa signora Rosa, amica degli studenti, e del venti
per cento il mese.
— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul
terreno, come dicono, con un compagno di scuola.
— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se
quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba
questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora
— soggiungo, pensando meglio.
— Perchè non ora? — domanda Evangelina.
Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i
passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora.
Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici!
— Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran
tentazione di dir loro:
— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo
sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.