Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era
un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio,
pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello
che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma
solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava _merlo_, senza
perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e
nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello,
fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza
ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni
modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso
migliore.
Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro
compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio
della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a
beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva
indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare
la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva
ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo
merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa
diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze
a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano.
Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata
doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere
il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto
si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno
d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in
cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì,
facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire.
Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte;
il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò
d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie
l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.
Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo
feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi
tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da
una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un
lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di
farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui
fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se
gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.
Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto
l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di
uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato
gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben
intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una
specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia
stato il più saporito dei merli.
Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza
di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non
poterlo scolpire sul sepolcro autentico.
La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina
a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non
ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo,
sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del
nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina
intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla
migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un
cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio
alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.
L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci
di buon umore.
— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di
perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!
Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver
perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida
per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi
morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è
di non vederlo mai nascere.
E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far
contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi
e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto,
— il primo cliente.
Oh! il primo cliente!
Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato
a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio
le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a
riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio
primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con
sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo
dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali
competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.
Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva
di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava
sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura _ad lites_.
Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un
giorno di repente.
La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi,
si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di
languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io:
— Non sarà nulla.
Ma una mattina si svegliò più malata del solito.
— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!
E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo
piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un
giorno tutta la mia rendita d'un mese.
Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò
tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in
casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi
la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che
volevo serbare anche nella sventura.
Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso,
le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo
rise, e sentenziò che non era nulla.
— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.
— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi
furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora...
— Sarebbe mai?...
— Sicuro.
Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi
pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza
nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata.
— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo?
— Come si chiama?
— Si chiama Augusto...
Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando
fra le lagrime:
— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo
in due a volerti bene.