I.

Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo

aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per

isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta

la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra.

Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia

diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso

sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al

gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche

Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a

diventare la signora Placidi.

A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di

procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una

buona intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di

battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso.

Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero

nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda.

Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo

aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che

non erano mancati gli eccitamenti!

Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti

ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi

avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia

Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più

essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si

sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità.

— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie,

la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la

poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di

complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un

occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non

faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me

l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia.

Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della

sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi

alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in

luglio, _lui_ doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente

tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era

difficile intendere che si trattava di mio figlio.

Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu

inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un

ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere

la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere

una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il

meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare

col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti,

io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva

ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri

in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma

quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la

mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale

suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il

babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è

messa.

Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo

riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto

uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera

creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne

qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di

respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.

L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza

ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si

era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.

E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia

di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche,

con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano

intendere che eravamo due buoni a nulla.

Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non

recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!...

sole.

Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra

pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava

un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci

le nuvole della sua fronte.

Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza

mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian

pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva:

— Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la

faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava

una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo

ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?

Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla

mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un

bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne

importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e

sospirando, soggiungeva:

— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando

ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...

Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la

costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava

ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per

tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza

contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.

Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza

protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei

era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un

marmocchio che non conoscevo.

Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi

sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a

lei quello che ero per davvero: un marito esemplare.

Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse

a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita

col lume dei suoi occhi sereni.

E una volta mi disse:

— È proprio vero che tu non l'hai desiderato mai?

— Chi?

— Tuo figlio.

— Mai — risposi solennemente.

Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi.

— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi

più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.

— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare?

— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che

non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In

fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti

vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo

adora!».

Povera Evangelina! Mi amava proprio.

Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la

simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche.

L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre

più severa.

Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato

l'accontentare quella simmetria tiranna, bisogna essersi trovati a

metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi

quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro

quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta.

Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in

faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno

rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano

in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda

— ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo

che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva

perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava!

Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte

così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle

pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad

una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se

ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se

fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e

hanno il fondo di paglia.

Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi:

— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse

mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe

col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla

di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di

dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo

di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, al

_convenzionalismo_ ed ai sentimenti comuni.

— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.

Si sott'intende: «a quel monello».

E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che

non desideravo nulla, e che _anzi_...

— Dillo, dillo, che _anzi_...

Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva

che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un

erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo

a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la

clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un

po' di terrore.

Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno

di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza

tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina

con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma

dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire.

Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi

sarebbe stato un lusso pernicioso; e non capivo come quel buon uomo

di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei

tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che

l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità.

— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni

di appetito.

E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno

semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto

della mia opinione.

— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma

bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro.

— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe che io smettessi di

fumare... è un sacrifizio, ma per mio figlio lo farei.

E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che accendevo il sigaro.

Mio figlio! · 第 9 / 92 题