Girò due volte la chiave nella toppa, aprì la finestra sul giardino,
respirò l’aria nuova, si irraggiò di sole, ristette pensosa per
l’attimo di un suo turbamento inespresso. Era sola, si sentiva libera
di pensare, di piangere, di ridere senza essere osservata, senza essere
curata, senza l’ossessionante miseria di un egoismo amoroso che non le
dava tregua e respiro.
Sapeva che poco sarebbe durata anche quella sua momentanea pace perchè
nel termine di una fuggevole ora qualcuno avrebbe bussato alla porta e
una voce sommessa si sarebbe levata a domandar di entrare; ma frattanto
poteva abbandonarsi a sè stessa, essere un attimo senza guardia e senza
il sorriso di un affetto che a mano a mano, inattesamente e fatalmente,
le si convertiva in odio.
Sedette alla scrivania, guardò a lungo il sereno, le rose in fiore,
i comignoli dei vecchi tetti, le finestre delle soffitte che non
si aprivano mai e dalle quali pendevano, ondeggiando al vento, le
ragnatele; guardò là cima di un cipresso che svettava oltre la cinta
di un giardino e lo spirito di lei, appartandosi fra le dolci cose
consuete, distendendosi come al respiro del morire di quel maggio,
ritornò alla sua gaiezza nativa, dimenticò tutto, seguì la sua via
naturale nel sogno, poichè la vita le era una maledetta costrizione ed
un continuo affanno.
E dall’insolito silenzio le proveniva la sua gioia; sempre più si
schiariva nell’abbandonarsi alla necessità del suo vivere. Tutto era
dimenticato, tutto era morto e lontano e scomparso, proseguiva, come la
nube innamorata del sole e del vento va per i liberi spazi secondo la
legge delle creature lanciate dalla nascita alla morte. Come ogni astro
ed ogni goccia di pioggia, ed ogni fiore cercava il suo compimento,
costruiva la propria vita oltre il dolore e la morte di chi l’aveva
preceduta.
E l’umile aspetto di cui si rivestiva l’egoismo materno non le fu più
dinanzi, nè più ricordò le melate parole che le predicavan la rinunzia
per amore, nè le lacrime mute più penose di un’aperta volontà contraria
alla quale si può trovar forza per resistere come incitatrice di
energia, nè la sorda lotta combattuta ora per ora, giorno per giorno in
una snervante malinconia di opaco contrasto, di egoistica miseria che
si infingeva rivestendosi di dolcezza e di bontà. Più nulla, più nulla!
Il suo cuore era gaio come il cielo turchino, chiaro come un cristallo,
aperto come l’ebbra rosa solare.
La faccia appoggiata alle piccole palme dischiuse, gli occhi larghi
sulla bionda luce del giardino, seguiva una dolcezza di memorie
inquadrate in volti di paesi lontani, vissuti per tenerezza di amore,
discoperti come all’origine della vita e sorrideva come se tutto
le ritornasse dinanzi a volta a volta in una realtà più intensa e
profonda di quella vera e s’ella si trovasse tuttavia, nei calessi che
la trascinavano su pei colli verso una selva, verso un paese turrito,
verso una città solitaria; e l’uomo amato le era vicino e la conduceva
al limitare del sogno.
Rinascevano così le parole scambiate, quelle più turgide d’ansia, che
più si accostavano, come un brivido, dalla bocca al cuore e dal cuore a
tutto il senso; e le estasi mute, e l’affannoso volto del piacere che
occhieggiava di fra le siepi del biancospino come una giovine nudità
intravveduta per cui si trema e si sogna.
E come più le memorie si affollavano, simili a volti di fanciulli al
cancello di un giardino, più ella sentiva la profonda gioia della sua
solitudine.
Rilesse le ultime lettere che le aveva mandato da lontano e il tempo le
scorreva sì rapido che appena le pareva di essere entrata nella stanza
quando udì qualcuno che bussava alla porta.
Ebbe un atto di impazienza; le gote le si arrossarono all’improvviso,
volse il capo a domandare:
— Chi è?
Una voce umile rispose:
— Sono io!
— Che vuoi?
— Ti disturbo?...
— Vorrei rimaner sola!
Trascorse una pausa. La stessa voce riprese ancóra più sommessa:
— C’è una lettera per te.
— Una lettera?
— Sì. L’ha portata poco fa il postino.
Anna si levò e si fece alla porta. Apparve il piccolo viso dolciastro
della madre.
— Dov’è la lettera?
— Eccola — fece la madre e gliela porse.
Un’occhiata bastò ad Anna per capire dalla soprascritta di che si
trattava. Piegò la lettera in due e la ripose in seno.
La madre la guardò fare senza mutar volto, sempre umile nella sua
mansuetudine apparente. Fu un silenzio penoso.
— Non la leggi? — domandò la madre.
— Oh, non è nulla di importante!
Anna non abbandonava la maniglia dell’uscio; l’altra, che si era ferma
sulla soglia, mosse un passo per entrare.
— Chi ti scrive?
— Non so. Forse sarà l’Angiola.
— L’Angiola?... Non mi pare la sua calligrafia!
— Mah!...
Non si guardavano in faccia. La madre deviò il discorso, abilmente.
— Non ti fa male agli occhi tanta luce?
— No. Mi piace.
— Non vuoi che ti socchiuda le persiane?
— No, grazie!
Le risposte di Anna erano concise e la voce dura. Ciò moltiplicava le
pause.
— Poco fa è venuta la signora Erminia; voleva vederti. Ho detto che non
eri in casa.
— Hai fatto bene!
— Sai chi sposa?
— No.
— L’Amelia.
— Ah!
— Si è fidanzata col dottor Pini.
La madre guardava per la stanza. Disse dopo una sosta più lunga:
— Già vorrai rimaner sola!
— Mi faresti piacere.
Ma la signora Viani non si rimosse. Aveva sempre il suo sorriso di
vittima sulle piccole labbra stirate e gli occhi malinconicamente
umidi.
Disse ancora:
— Aspetta, Anna. Questa mattina non ti hanno cambiato gli asciugamani.
Ora li prendo io.
— Non importa, mamma.
— Non vuoi?
— È inutile. Ora non mi abbisognano.
— Ma.... se più tardi....
— Fra poco scenderò.
— Come vuoi!
Come si addiede di non poter scegliere via che la conducesse al suo
porto, la signora Viani si ritrasse di su la soglia.
— Allora ti aspetterò giù.
— Sì, mamma.
— Tarderai molto?
— No.... Qualche minuto.
— Non vuoi uscire questa mattina?... C’è tanto un bel sole!...
— Non ne ho voglia.
— Bene.
E si volse per andarsene. Anna richiuse la porta, attese che il passo
della madre fosse dileguato giù per le scale e allora girò per due
volte il chiavistello e respirò sollevata.
Tornò allo scrittoio. Il volto di lei si distese, animato da una
segreta gioia improvvisa, tolse la lettera dal seno, l’aprì. E non
erano parole scritte ch’ella aveva dinanzi, ma il volto del suo amore
e l’udiva parlare appassionato come se le fosse dietro le spalle,
inchino, e la bocca di lui le sfiorasse le orecchie e il respiro le
scendesse per le tempie e per le gote per farla abbrividire. Si udivano
i passeri e le rondini.
Cigolò la carrucola di un pozzo; una donna cantò il fior dell’arche
odorose che si dischiudono per i letti dei giovani quando l’amore
consiglia.
Oh amore e gioia! E c’era una nuvola bianca ed esigua su l’orlo del
giardino, là dove il cielo si chinava presso una nera torre quadrata,
fiorita da ciuffi di ranuncoli. Le glicinie erano in fiore. Avevano
coperte le mura dei loro corimbi azzurri e violacei; molli come il
molle cielo. Ne erano quasi chiuse le finestre delle camere disabitate
e i colombai. Anche le vecchie mura di rossi mattoni godevano del sole
e della primavera e le bifore chiuse da tanti mai anni; chiuse con lo
spirito di una bellezza morta.
Ed ella benchè non vedesse, assorta com’era nel suo léggere amoroso,
sentiva l’anima delle cose circostanti irraggiarsi come l’anima sua,
nel mattino, chè tutto compiace a giovinezza.
E ancora udì bussare alla porta. Nascose la lettera nel seno; si levò.
Era la madre con un fascio di fiori. Disse:
— Ti ho portato i fiori per i tuoi vasi. Questa mattina non li avevi
raccolti.
— Grazie!
Li prese e li posò sopra una sedia.
— Ti occorre nulla?
— No.
— Non vuoi bere una tazza di brodo?
— No, grazie.
— Te l’avevo preparata!... Anna, ti indebolirai.
— Ma se mi sento bene!
— Non vuol dire!... Dunque non la vuoi?... Te l’ho portata!... È qui!...
— No, mamma, non la voglio!...
— Via.... ubbidisci! Ti farà bene!...
Prese la tazza e la posò sulla sedia, vicino ai fiori. Le passarono per
la mente i liberi amanti campagnoli che vanno per le strade morte, in
solitudine, e nessuno li turba, e nessuno li insidia e nessuno guasta
loro la segreta gioia dell’amore.
— Dunque non vuoi uscire?...
— No.
— Ti farebbe bene prendere un po’ d’aria!
— Non ne ho bisogno.
— Come sei rossa!... Che cos’hai?...
— Io?... Niente!...
— Hai avuto qualche brutta notizia?
— No.... perchè?...
— Mi sembri agitata!
— Ti inganni.
— Chi ti ha scritto?...
Fu per mentire, ma l’anima sua diritta si ribellò a una simile
meschinità. Non rispose.
— Non si può sapere?... — riprese la madre sorridendo, e gli occhi suoi
malinconici erano ancora più umidi.
— Se proprio lo desideri!
— Sì.
— È Armando!
— Come?... Ancóra?...
— Ancóra?...
— E ha avuto il coraggio....
— Ha risposto semplicemente a una mia lettera!...
— Tu gli hai scritto per prima?...
— Sì!...
— Anna!... Se lo sapesse tuo padre!
— Lo saprà perchè glie lo dirò!
— Non farlo, per carità!
— Babbo saprà capirmi ed io non voglio mentire!...
— Ma le tue promesse?...
— Io non ho promesso nulla!
— I tuoi pianti?...
— Dovevi capire perchè piangevo!
— Oh, Anna!...
E delle mani grinzose si fece velo alla piccola faccia. Parve incerta
se scoppiare in singhiozzi. Si trattenne.
— Mi fai leggere quella lettera?...
— Questo no!
— Almeno dimmi quello che ti dice!
— Neppure!...
— Rispondi così alla tua mamma?...
Anna si volse a guardare da un’altra parte, tutta bianca per l’emozione.
La signora Viani raumiliò la debole voce e disse sospirosa:
— Questa è la ricompensa per il bene che ti voglio!...
Allora la giovinetta si volse di scatto, guardò la madre in faccia,
fieramente, e d’un tratto si abbattè sulla scrivania, la faccia
nascosta fra le braccia ripiegate.
— Oh, mamma, mamma, mamma!...
Fu un pianto represso ed aspro elle la scosse e la sconvolse.
E la madre chinò la piccola testa e uscì silenziosamente senza chiuder
la porta.
❦
Ed eran due anni che la sorda lotta continuava così, senza nessuna
pietà, ordita sulla trama di una tenerezza opprimente. Da un lato la
madre a moltiplicare le attenzioni, i consigli, le scialbe dolcezze in
un vigile affetto sospettoso, dall’altro Anna a difendere il suo fiero
amore dall’insidia quotidiana. Perchè non v’era causa valevole che si
opponesse al compimento di due destini se non il materno egoismo.
Armando Vada era inviso alla buona madre solo per ciò che lo
distingueva dai suoi coetanei. Non era una bestia da soma, non un uomo
di famiglia, chè non voleva imbrancarsi e marcire nei piccoli cerchi
delle piccole famiglie; non amava gli impieghi nè la beata tranquillità
di un tanto al mese, nè la parca mensa che abbrutisce lo spirito fra
lo scemo pettegolezzo quotidiano e il dominio delle stupide femmine
che hanno il còmpito di ricondurre l’uomo alla sua greppia, alla sua
condanna, alla morte di ogni luce ribelle. I discorsi di lui avevano
stordito l’umile signora Viani la quale se ne era fatta come un
anticristo, ma, ancor più di tutto questo, l’aveva spaventata l’idea
di perdere la sua Anna per sempre chè Armando Vada non nascondeva il
suo intendimento di andarsene in paesi lontani ad esplicarvi la propria
energia in una lotta dalla quale, se si esce trionfatori, si coglie una
ben larga messe. E non tanto il rischio la spaventava quanto l’idea
di non vedersi più d’attorno la sua bella figlia. Anna era bella, lo
dicevan le genti, lo dichiaravano gli innumerevoli innamorati e di tale
bellezza la piccola madre andava orgogliosa come di un vezzo di grazia
per la sua vecchiaia, come di qualcosa che le spettava per giusto
diritto e da cui non doveva mai separarsi. La sua vanità egoistica si
era terribilmente serrata intorno alla figlia e ribadita in apparenza
di affetto.
Da quando Anna aveva incominciato ad essere qualcosa più di una bimba,
la dolce madre, per farne un campione di bellezza, l’aveva ornata e
addobbata come un altare, sol per sentirsi dire: — Com’è bella!... —
e veder la gente soffermarsi lungo la strada e l’invidia negli occhi
delle giovinette. E da quel tempo l’assiduità sua intorno alla figlia
si era moltiplicata. Anna non aveva avuto nè un giorno nè un’ora di
libertà, non aveva conosciuto amiche. A venti anni non ancóra le era
stata concessa una stanza nella quale raccogliere il suo lettuccio, le
sue cose, i suoi sogni; dormiva tuttavia col babbo e la mamma come una
piccola mocciosa senza intendimento, piena di terrori notturni. E il
giorno in cui si impose e parlò alla madre della sua vergogna di esser
tuttavia relegata nella stanza comune, di fronte al babbo, senza alcuna
libertà possibile; e della sua recisa volontà di avere una stanza per
sè sola, vide la madre singhiozzare come se avesser dovuto dividersi
per la vita, e la vide implorare e impallidire; ma non piegò ed ebbe un
nido. Le parve allora di aver raggiunta la felicità e la possibilità
di ricercarsi, di esser sola, di vivere nell’intimo dell’anima sua,
secondo un irrompente desiderio; ma ancóra si ingannò chè, secondo una
ossessionante tenerezza, la madre le fu dintorno ogni dieci minuti e
giungeva la notte, scalza, sulla punta dei piedi per darle un altro
bacio, per raccomandarle il sonno. Anna incominciava a vedere in tutto
questo qualcosa di diverso dall’affetto e non poteva difendersi, a
volte, da un senso di invincibile ripugnanza. Non si risolveva in
realtà in un trepido spionaggio quell’assiduo apparire in silenzio
durante la notte? E quando fingeva di esser presa dal sonno, perchè
dunque si accostava alla scrittoio e frugava fra le sue carte? Ma come
ribellarsi senza apparire cattiva, snaturata agli occhi di tutti? Ed
ella non sapeva scindere tuttavia la propria condotta dal giudizio
della gente, era troppo schiava delle consuetudini, l’avevano tenuta
troppo avvinta per aver ali a un grande volo. La gente esaltava l’umile
amore di quella madre e lo portava ad esempio. L’apparenza assumeva
proporzioni eroiche e, come sempre, l’apparenza bastava chè, a voler
indagare, si sarebbe giunti chi sa dove, perchè è molto raro che il
sedicente amore non nasconda una qualche bruttura.
Inoltre che avrebbe detto il babbo?... Anch’egli era stato fiero e
ribelle nella sua giovinezza, ma poi era venuto piegandosi, si era
ammollito sotto l’influsso della donna che si era scelto a compagna.
Ella lo aveva vinto ed insciocchito con la mitezza, con la mansuetudine
bestiale, con una specie di bontà inerte, remissiva, malinconica; gli
aveva tolto ogni virilità assecondandolo, facendosi sempre più piccina,
prestandogli i più umili servizi con pecorile accondiscendenza. Ed
appariva buona buona buona!... di quell’idiota bontà che vince per
forza d’inerzia e passa le mura e stempera il più saldo acciaio.
Anna vedeva questo benchè non ne detraesse giudizi, anzi tutto ciò le
si convertiva in segreto dolore.
Così si era svolta la vita di lei, senza nessuna ebbrezza fino al
giorno in cui una grave malattia l’aveva quasi condotta alla morte.
Quattro mesi combattuti fra l’insonnia e la febbre l’avevan disfatta.
All’uscir di un inverno ella si destava come per la prima volta alla
vita, senza memoria, pervasa dalla stessa dolcezza che trascorre pei
limpidi cieli marzolini. Ma la convalescenza doveva essere lunga e
per ristabilirsi ella doveva esulare, lasciar per qualche mese la
sua piccola città oscura, cercare altri soli, altri paesi. Quando le
dissero questo, il primo rossore le affiorò le scarnite guance e non
vide le lacrime della madre o non le volle vedere. Chiuse i grandi
occhi, incrociò le mani sul petto, stette così lung’ora, la testa
affondata nei guanciali. Le si apriva un mondo diverso, una possibilità
diversa, un infinito bene di sogno. Rinasceva in realtà e Iddio le era
dinanzi. Ancóra non poteva parlare. Non guardava se non fuggevolmente
la madre che era sempre a fianco al letto. Chiudeva gli occhi per
lasciar vagare l’anima in un suo paradiso di freschezza. Quel ritorno
alla vita le era come un illuminato stupore. Era morta e rinata. Aveva
lasciato in un passato remotissimo tutto il peso di mille cose gravi
ed oscure; si ridestava con una prospettiva radiosa, sul principiare
del marzo. Quando sarebbe partita e per dove? Chi l’attendeva? Chi
le avrebbe parlato dolce?... Dove?... dove?... E dalla fantasia
le nascevano terre sconosciute per le quali si figurava di andare
divinamente sola, fra l’amor delle cose ebbre di luce, sotto il canto
delle allodole.
Paesi lontani, case tinte dall’aurora fra giardini di melograni, strade
azzurrastre e sentieri, viottole, colline, selve, fiumi, fontane. Il
mondo della rondine. E per l’arco breve dei giorni ella pregustava la
nuova gioia.
Sapeva che la madre non l’avrebbe accompagnata. Non si poteva per via
del danaro. Sapeva la famiglia prescelta ad accoglierla e il luogo, ma
tutto ciò le sembrava tanto lontano e tanto vago da confondersi quasi
con l’irrealtà.
Frattanto la sua giovine forza trionfava rapidamente sul male e il
giorno giunse. Il giorno di una prima partenza è sempre di una bellezza
gaudiosa. Quando uscì dalla casa, nel sole, quando fu alla stazione,
quando vide giungere il treno tacque e sorrise; sorrise sempre senza
che il malinconico aspetto della madre in lacrime la turbasse o la
preoccupasse.
Troppe ed inconsulte erano state le lacrime della madre perchè ella
ne fosse presa. Poi era la sua volta. Dopo tanti sogni partiva verso
l’ignoto e il commovimento da cui era invasa dominava e allontanava
ogni altro amore.
La chiusero in un compartimento per signore sole, la raccomandarono al
capo treno e i consigli e le prediche non avevan più fine.
Anna ascoltava senza capir nulla, dicendo sempre “sì„. Poi il treno
si mise in moto ed ella vide la sua piccola madre abbrunata agitare
il fazzoletto e portarselo agli occhi; la vide incamminarsi dietro al
treno, protendere la faccia sparuta, piangere disperatamente. Perchè
mai tanto dolore? Ed era solo dolore? Si separavano forse per la morte?
Quando si ritirò dal finestrino non pensò più ad altro se non alla
sua felicità e il ricordo di quel viaggio le fu poi sempre come un
sogno vissuto portentosamente. Giunse alla città destinata verso il
crepuscolo. Il treno si fermò ad una piccola stazione fiorita sul Lago
Maggiore. Era l’aprile.
Un brusìo festoso di gente che si avviava alle armoniose ville del
Lago; una dolce luce per tutte le montagne e su l’acqua azzurra; una
stazione gaia come un ritrovo d’amore. Trovò coloro che l’attendevano,
li seguì stordita, senza parlare, e per quella sera non vide e non
seppe se non le montagne serene, una strada fra i giardini e la sua
cameretta sul lago.
Poi si ridestò. Fu anche per lei l’attimo in cui si vive la vita come
un prodigio e non moriron dieci giorni ch’ella era innamorata.
Non fu una cosa improvvisa. Si rividero laggiù, per caso, ma già si
eran conosciuti fanciulli nella città nella quale erano nati. Nè l’uno
fu più sorpreso di incontrare l’altra, nè la loro gioia si misurò su
ritmi dissimili. Si piacquero, si amarono e decisero il loro destino.
Egli doveva andarsene in America, avrebbero sposato innanzi di partire.
Quaranta giorni trascorsero e l’incantesimo finì. Anna doveva
ritornare. Riprese la strada come se discendesse verso il buio, verso
una prigione che un mese di libertà le rendeva più intollerabile.
Sentì allora di non poter amare sua madre. A volte la ribellione di
lei giungeva fino al pensiero di andarsene lontana per sempre. Ma
la speranza si abbranca ai minimi segni e pensava ancóra che i suoi
avessero potuto assecondarla.
Armando era partito due giorni prima per far la domanda ai legittimi
proprietari di Anna; ella, giungendo, avrebbe trovata la decisione
stabilita. Credendo ancóra di valer qualcosa nell’atto in cui doveva
compirsi il proprio destino, scrisse alla madre e al padre una lettera
appassionata per prevenirli, per dir loro quale era l’anima sua e il
suo desiderio, ma a volta a volta il dubbio vinceva la speranza.
Attese invano un telegramma di Armando; partì scorata.
Dopo un interminabile viaggio trovò alla stazione la madre, delirante
in una convulsiva gioia lacrimosa e il buon padre più rinsciocchito
che mai. Innumerevoli i baci e gli abbracci. C’era tutto il parentado
strillante, ululante per la gran gioia. Una barocca fiera di esultanza.
E fra la tempesta delle domande, dei baci, degli abbracci, delle
lacrime, delle carezze fu trascinata via senza capir più nulla. Come le
apparve orrendo il volto di quella gioia canina!... L’avevan _ripresa_
finalmente!... Era ritornata all’adiaccio fra le altre pecore, fra
tutte le pecore matte del suo parentado!... Era tornata sotto le
amorose grinfie de’ suoi tutori e forse non se ne sarebbe dipartita mai
più!... E d’improvviso tanto fu forte la sensazione di tale realtà che
ruppe in un pianto improvviso.
La signora Viani le si strinse al braccio:
— Perchè piangi, Anna?...
Non rispose. Risposero per lei le impennacchiate parenti:
— È l’emozione, poverina!...
— Era tanto che non ci vedeva!...
— Piange per la gioia!... Lasciatela stare!...
— Lasciatela stare!...
La gioia, sì! La gioia sorella della morte! E il parentame se ne andò.
Rimase sola nella stanza da pranzo col padre e la madre, li guardò
negli occhi, cercò di parlare. Ma la sua piccola madre non le lasciò
aprir bocca una volta sola: parlava e parlava e si faceva in quattro a
toglierle di dosso l’ombrello, i guanti, il velo, il cappello. Pareva
temesse di udire la voce di lei. Quando aveva esaurito un argomento
ne cercava un altro, poi un altro, squadernandole innanzi lo stato
civile di tutti i conoscenti: matrimoni, morti, adultèri, fallimenti,
crudeltà filiali, eroismi materni, tutto quanto era venuta accumulando
in quaranta giorni; e ogni dieci secondi interrompeva la narrazione
favolosa per domandarle notizie della sua salute, per offrirle un
brodo, una tazza di latte, un uovo da bere; ma di Armando non una
parola. Si capiva che il solo nome di quell’uomo era l’orrenda ansia
della piccola madre e che si profondeva ridicolmente in tal guisa solo
nella speranza che Anna capisse e dimenticasse. Un attimo rimase sola
col babbo e ne approfittò. Lo guardò fisso negli occhi, gli domandò:
— Babbo.... hai saputo?
— Sì.... ho saputo.
— Ebbene?...
— Parlerai con la mamma!
— Non volete?
Fu un grido. In quell’istante rientrava la signora Viani. Si fermò
stupita, domandò:
— Che cosa è stato?...
Capì a un’occhiata del marito e ricominciò la petulante solfa.
Anna ne era stordita. Salì alla sua stanza, affranta. Incominciava
a intravvedere la verità. Di un subito fu colta da uno scoramento
tale che si lasciò andare su di una sedia senza dir parola, tutta
abbandonata all’angosciosa tristezza. Le lacrime le scendevano a coppie
per la faccia impallidita. La signora Viani finse di non accorgersi
nè del pianto nè dell’improvvisa tristezza della figliuola: continuò
a parlare, sempre più animata, e a moltiplicare le sue tenerezze
intempestive.
Anna tacque ancóra; poi si rizzò di scatto e domandò, ferma:
— Mamma, dimmi la verità!
La signora Viani si fermò a mezzo la stanza, si rivolse e domandò
stupita:
— Quale verità?
— Non farmi parlare, mamma!... Tu sai che cosa voglio dire!
— Ma.... non ti capisco, bambina mia!
— Ier l’altro è venuto qui Armando Vada....
La signora Viani non rispose.
— .... vi ha parlato....
Uguale silenzio.
— Ebbene.... che cosa gli avete risposto?...
— Ma.... — fece l’umile creatura di bontà — io non c’entro!...
— Come non c’entri?
— No.... parlerai con tuo padre!
Allora Anna fu presa da un aspro riso.
— Perchè ridi?...
Per qualche tempo la convulsiva amarezza non le concesse di parlare.
Quando l’affanno le si calmò un poco, disse:
— Rido perchè il babbo mi ha risposto come te!...
— Io non ne ho colpa!... — mormorò l’umile madre. Nella pausa che seguì
ella evitò di guardare la figlia.
— Che cosa gli avete risposto?
— Perchè parlarne? — fece la signora Viani, implorante.
— Dunque non dovrei saper nulla?
— Stai tanto male con noi?
— Che c’entra questo?
— Pare tu non veda l’ora di abbandonarci!
— Mamma!... Non essere ingiusta!...
— Credevo tu ci volessi più bene!... — soggiunse la piccola donna, le
lacrime agli occhi.
Anna si sentiva il cuore stretto da un’amara tristezza. Disse a
voce spenta, gli occhi fissi innanzi a sè, assorti in un malinconico
deserto:
— Ti credevo più buona!...
Un lampo di sdegno accese gli occhi della signora Viani, ma fu subito
spento.
— Dopo tutto — riprese — farai ciò che vorrai!...
E per quel giorno Anna non ricondusse il discorso sul colloquio e la
madre si intenerì sempre più nella speranza che la sua buona figlia
avesse dimenticato.
Nel giorno che seguì, recandosi la mattina nella stanza di Anna
per prestarle gli umili, inutili servizi nei quali si esplicava
tutto il suo amore, trovò la figlia seduta alla scrivania, pallida,
scarmigliata, gli occhi enfiati.
Così l’aveva lasciata la sera innanzi, così la ritrovava. Le si accostò
piano piano, le chiese:
— Come stai?
— Male! — rispose Anna.
— Che cos’hai?
— Non so!
— Hai dormito?
— No.
Guardò il letto; era intatto.
— Non sei andata a letto?
— No!
— Perchè?
— Perchè non ne avevo voglia!
— Ma ti rovinerai la salute!
— Poco male!
— Anna!...
Una pausa.
— Se lo sapesse tuo padre!...
Anna nascose la faccia fra le palme e ricominciò a piangere sommessa.
— Ma che cos’hai?...
— Dovresti saperlo!... — rispose la giovinetta.
— Bambina mia.... diventi irragionevole!...
Anna si levò, si rivolse verso la madre:
— Mamma, gli avete detto che non volete?...
— Ma perchè non lo domandi a tuo padre?
— Perchè tu sola hai deciso tutto!
— Io?
— Sì. Il babbo fa quello che tu vuoi.... Tu lo sai convincere.
— Ti giuro che non gli ho parlato!
— Non vuol dire! Avrà capito dalle tue reticenze.
— Quali reticenze?
— Le puoi sapere tu sola.
— Dunque non mi credi?
— Ma io credo tutto!... Voglio sapere solamente quello che gli avete
detto!
— Sei ben cocciuta!
— Non si tratta di cocciutaggine, si tratta della mia vita! Credo di
avere il diritto di sapere come volete disporne.
— Noi vorremmo che tu non ci abbandonassi mai!
— Vorreste ch’io rimanessi sempre la vostra piccola figliola da
condurre a spasso!
— Anna!
— È la verità!
— Sei crudele!
— Non più di quello che tu non lo sia con me! Ma è dunque un giuoco
il mio? Ma sono dunque tanto trascurabile che il mio cuore e la mia
volontà non valgano nulla in tutto questo?
— Bada.... potresti pentirtene!
— Di che cosa?
— Di aver fatta la tua volontà.
— E perchè?
— Perchè non hai esperienza.... perchè alla tua età si vedono le cose
da un falso punto di vista!
— Vorresti forse ch’io fossi vecchia prima del tempo?
— Come rispondi!...
— E lasciatemi la mia gioia!... Ne ho avuta così poca nella mia vita!...
— Anche questo mi rimproveri?
— Non è un rimprovero. Io vedo che il giorno in cui mi si apriva
innanzi una strada infinita, in cui potevo farmi una vita mia, tu e
il babbo vi opponete, mi respingete verso il mio passato, mi dite: —
No, non vogliamo!... — Non posso ribellarmi, ma nello stesso tempo non
posso ubbidirvi!
La signora Viani stupiva sempre più. Chiese tremando:
— Gli vuoi tanto bene, dunque?
Il volto di Anna ebbe un subito rossore.
— Se gli voglio bene?... Da morirne!... Devi saperlo perchè è così,
perchè sarà sempre così! Se domani vorrà ch’io lo segua, te lo dico
prima, mamma, andrò con lui anche senza averlo sposato, lo seguirò
senza nessuna vergogna. E farà di me ciò che vorrà. Nulla mi fa paura!
— Tu faresti questo, Anna?...
— Sì, lo farei!
— E a noi non pensi?... Siamo dunque un niente per te?...
— Ed io che cosa sono per voi?
— Tutto!
— Sì, fin che non vi abbandono! Se domani partissi senza il vostro
consenso diventerei indegna del vostro amore!
— Tu vuoi vedermi morta!
— Non dire cose insensate, mamma!
Ma la piccola madre aveva trovato il tasto opportuno ed insistè su
quello come l’unico che potesse torla d’imbarazzo con onore e farle
riacquistare il terreno perduto.
— Sì.... vuoi vedermi morta!... È meglio ch’io muoia!... Tanto sono
inutile.... non servo a niente.... non faccio che far del male!...
E si abbattè su di una sedia singhiozzando follemente; convulsa,
stravolta, convinta di destare pietà.
E la pietà giunse con la sua faccia spaurita, e attanagliò il core
della giovinetta.
L’anima generosa ed ingenua della nuova creatura, non resse al dolore
della madre e si piegò affranta verso di lei. Mormorò parole di scusa,
si umiliò. La piccola madre intese così quanto fosse opportuno il suo
còmpito di vittima e da quel giorno tanto parve malata ed esausta da
destare in tutti il convincimento ch’ella fosse presso a morire.
Tutto il parentame si allarmò; la voce corse di casa in casa per la
piccola città accigliata. Fu detto che la santa donna se ne andava
perchè Iddio chiama più presto i buoni presso di sè; le regalarono una
malattia nuova ogni giorno e la pallida vittima vestì da quel tempo le
gramaglie e più non le tolse. Anche si parlò sommessamente di Anna.
Qualcuno disse:
— È una testa romantica!
E qualcun’altro:
— È un’ingrata!
Il parentame materno, uno sciame di donnacole, vergini per l’ira di
Dio, mise in circolazione l’ingratitudine di Anna.
E benchè i medici non riscontrassero alcuna malattia nella signora
Viani, questa non si ritenne guarita mai più, e ogni tanto, a conferma
del suo male interiore, digiunava fra la strillante preoccupazione
della fantesca e del marito.
Ma frattanto chi intristiva veramente era Anna.
Armando aveva rimesso la partenza di mese in mese e quasi un anno era
trascorso. Nulla era mutato nel frattempo. La signora Viani, superando
le sue possibilità finanziarie e riempiendo di debiti il miser’uomo
del quale si era impadronita, copriva di regali la figlia e piangeva
e sorrideva e si moltiplicava per sostituirsi, nel pensiero di lei,
all’uomo odiato che voleva togliergliela. Esaurì in tale còmpito
tutte le sue scarse arti troppo ingenue. Ma la piccola madre aveva
incrollabile la coscienza dei suoi diritti materni e le pareva di
essere buona buona buona, e se lo sentiva dire tante mai volte dalle
sorelle, dalle zie, dalle cugine, dalle attinenti che, nella sua
piccola testa, per poco non si santificava al cospetto del suo Iddio
microcefalo.
❦
Aveva stabilito tutto tranquillamente, fin dal giorno prima, senza
affrettarsi, con la precisa sicurezza che dànno le decisioni meditate a
lungo.
Aveva nascosto la valigia nel cassetto dell’armadio; sapeva già, ad una
ad una, le cose che avrebbe prese con sè.
Nulla l’aveva tradita. Era stata anche il giorno innanzi, come sempre,
ferma nel suo raccoglimento interiore, un poco triste, impartecipe
alla scimmiesca allegria del parentame che da qualche mese frequentava
quotidianamente la casa, col compito di renderla gaia.
Nessuno aveva intravveduto in lei alcunchè di mutato. Era l’Annetta
di sempre: imbroncita, coi grilli per la testa. E su questi chimerici
grilli le zie ridanciane si divertivano un mondo, bofonchiando
come coloro che vorrebbero entrare per una porta vietata e tentano
timidamente la maniglia dell’uscio, pronte a ritirarsi al minimo suono.
A sera se ne erano andate profondendosi in baci ed abbracci come per
una separazione eterna. Anna non aveva detto che poche parole; il puro
necessario.
Salita alla sua stanza, aveva atteso tranquilla e indifferente le tre o
quattro sorprese materne, serrando poi l’uscio a doppia mandata.
Ora disponeva le cose necessarie nella valigia. Non era in lei alcuna
emozione all’infuori di un’aspra volontà di agire. Era giunta a quel
passo attraverso ad una landa squallida, per un crepuscolo bigio. Aveva
pianto tutte le sue lacrime. Era stanca, stanca di oppressione e di
tristezza. La sua sostanza vitale cercava la libera vivacità dei cieli
violentemente. Ella non avrebbe più potuto opporsi a sè stessa. Doveva
andare. Nel buio dell’anima sua non era ormai se non quell’unica luce
verso la quale si protendeva per una necessità imperiosa.
Era giunta per vie sì lunghe al suo divisamento che ormai non ne
provava più ansia nessuna. Era una cosa fatale e necessaria che
ella compiva: o allora o mai più. Armando le aveva scritto: “Entro
la settimana entrante mi imbarco. Sabato sarò a Bologna. Ti aspetto
ancóra, dove sai. Sciegli e decidi. O col tuo amore o contro l’amor
tuo!„. Ella aveva risposto: “Sabato alle dieci sarò da te„. La voce
d’invito, precisa nella sua concisione, aveva trovato un subito
acconsentimento risoluto. Tre volte l’aveva trattenuta la pietà
filiale. Aveva sperato in una diversa via di uscita, ma la piccola
madre, sempre che Anna avesse tentato ricondurla a parlar del suo
amore, aveva dato in ismanie ripetendo la minaccia consueta che non
aveva ormai più valore d’incubo:
— È meglio ch’io muoia!... Ne avrete per poco ancóra!... Sono una
disgraziata!...
Anna si era ridotta al silenzio. E la signora Viani non vedeva il
consumamento della figliola, intenta solo a impedirle il suo radioso
destino.
Il padre non aveva avuto nè volontà, nè voce. Fiacco come ogni uomo
caduto nel piccolo mondo di una femmina sciocca, imbastardito nella
mollezza che aveva dispento in lui ogni impeto virile, si era appaciato
in una indifferenza beota senza chiedere, senza indagare, senza
desiderio di un qualsiasi convincimento profondo. E la mamercula aveva
avuto facile campo alla sua conquista.
Ma non nel forte cuore della vergine. La bell’anima combattuta decideva
di sè stessa. Si avviava per la via del suo destino senza rivolgersi;
gli occhi asciutti e il cuore suggellato.
Il treno partiva alle due.
Aveva calcolato sul sonno dei suoi.
Per non far rumore nell’andarsene aveva trascelto certi suoi
scarponcelli estivi che ammorzavano il passo.
In breve tutto fu compiuto. Lasciò sulla scrivania una lettera breve
indirizzata alla madre. L’aveva scritta da vari giorni. Aprì l’uscio
lentissimamente. Si protese ad ascoltare. Il sonno faceva la casa
vuota, corsa solamente da qualche ignoto cricchiare, da un brivido
di respiro nell’ombra. Le sue pupille si dilatarono nella tenebra.
Fece qualche passo nel corridoio, salì una scaletta che conduceva sul
ripiano delle scale, si accostò all’uscio della stanza nella quale
dormivano i suoi. Nulla. Il sonno misterioso col suo respiro eguale
nella tenebra densa. Ritornò sui suoi passi. Iddio la vegliava. Quando
fu sul punto dell’estrema decisione ebbe un tremito al cuore. Non vi
badò. Pallida ma ferma, socchiuse l’uscio, si accostò al letto, infilò
il mantello, si ravvolse in un velo fitto. Era pronta. Ancóra ascoltò.
Ebbe un tremito di morte ad un tratto, chè le parve di udire il passo
della madre. Indietreggiò fino alla finestra. No... non era lei!... Era
la sua paura, la sua folle paura di non potere!...
Prese la valigia, spense il lume. Era il punto. Si accostò all’uscio
a tentoni, lo aperse, lo richiuse. Ristette sulla soglia ancóra,
respirando come chi abbia dinanzi la visione di un incubo. Appoggiata
la mano al muro del corridoio, per seguire la via diritta, proseguì
nell’ombra. Ora la tempestava dentro l’ansia di superare quel poco
spazio, quel nulla ch’era più di una dolorosa eternità. Fu alla
scaletta di legno, ne salì i gradi ad uno ad uno, sbucò nella stanza
che immetteva nelle scale. Superata la stanza poteva dirsi salva.
Ristette un attimo ancóra, abbrividì, le pareva di udire un respiro
vicino. Qualcuno respirava di fronte a lei nella tenebra. Mosse un
passo, poi due, poi prese la via, risoluta. S’intravvedeva in fondo
alle scale un bagliore. Erano i lumi della strada che rischiaravano
un poco l’andito a terreno, per i vetri della rostra. Era la luce che
l’attendeva, il suo ultimo porto. Avanzò ancóra, fu per uscire; ma, sul
punto in cui stava per sbucare sulle scale, una voce transumanata, non
sapeva se orrida di spavento o di ira, gridò a due passi da lei:
— Chi è?... Chi è?...
Indietreggiò impietrita. Sentì il cuore arrestarsi e tutte le vene
corse da un subito gelo. Non rispose. Le mascelle le si inchiodarono,
l’una contro l’altra duramente. Sentiva la faccia come fosse di marmo.
La valigia le cadde di mano.
E ancóra un soffio vicino e la stessa voce e la stessa domanda:
— Chi è?... Chi c’è qui?
Non rispose, non seppe il senso delle parole, non seppe più nulla.
— Sei tu, Anna?... Anna, Anna?...
Era un urlo. Poi una porta si dischiuse. La stanza si rischiarò.
Stettero di fronte terrorizzati. Si guardarono negli occhi il padre, la
madre, la vergine impietrita.
E nessuno pianse. C’era, al di sopra di loro, qualcosa di più grande,
di più oscuro, di più tragico che non fosse il loro cuore con le sue
torve passioni.
❦
E gli anni passarono come un’acqua di palude, torbida di una putrida
vita. Anna dormì ancora fra il padre e la madre.
Le avevan vietata la morte per tre volte. Si scoraggì, si piegò,
s’insciocchì poveramente come una cosa disfatta negli anni torbidi e
fermi come un’acqua di palude.
E la piccola madre sempre la pettinò alla mattina, innanzi allo
specchio, e sempre le disse, come dall’alba dimenticata:
— Come sono belli i tuoi capelli!...
E la vestì per trarsela dietro per le vie, la vestì sempre più
vistosamente; ma la gente non si volgeva ormai più, non guardava più la
vergine insciocchita dai larghi occhi senza lume.
E Anna rise, immiserita, dimentica, e si curvò all’Iddio microcefalo
della madre, per trovare almeno nella cassa, almeno nella morte
un fiore: un piccolo pallido inutile fiore che sorridesse al suo
crepuscolo.
E dopo tanti e tanti mai anni erano quasi vecchie ad un modo la madre e
la figlia; e la buona gente ne rise e le chiamò, “le scimmie„.