Il canto si levava, con nostalgica dolcezza, dal gran silenzio, e
pareva lontano, pareva attraversasse tutto il cielo per giungere fin
là, o superasse le volte di un chiuso tempio deserto. Era un’aria
antichissima, un motivo liturgico, sacro a Natale ed ai fanciulli dai
tempi dei tempi.
Padron Serafino mormorò:
— Cantano la pastorella!
E i tre norcini:
— Sì.
Nella nuova pausa si udiron le parole del canto:
Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo,
E vieni in questa grotta al freddo e al gelo....
Padron Serafino non rifiatava, le braccia penzoloni. Entrò Michele, il
garzone. Serafino gli disse:
— Dov’è la Bita?
Michele rise e disse:
— È nei magazzini. È tornata un’ora fa. Aveva con sè una ventina di
marmocchi. Non li sentite cantare?
— Sì. Anche questa è una novità!
E Michele:
— Si preparano per la notte di Natale.
— E c’è bisogno di prepararsi proprio all’alba?... Sul più bello del
sonno?... E i mastini chi li ha preparati?...
Michele si volse da un altro lato.
— Quando sono andato a letto avevo ben chiusa la porta, io!... Chi l’ha
aperta?
Eguale silenzio.
— E chi ha sciolto i cani dalle catene?
Michele scoppiò in una risata improvvisa.
— Perchè ridi, stupido?
— Rido.... perchè.... la Bita....
— L’hai veduta?
— Sì....
— E perchè non sei venuto a destarmi?
— Perchè?... Perchè c’è stata lei a far la guardia!...
— Va bene.
Padron Serafino non perse la calma. Ordinò a Michele e ai due norcini
di salvare dal disastro ciò che ancóra era salvabile e di riordinare
tutto e di non far parola come se nulla fosse stato; poi, afferrato un
punteruolo robusto, si volse al capomaestro e gli disse:
— Vieni con me.
E uscirono. Michele ed i norcini si guardarono in faccia:
— E adesso che succede?
Sempre si udiva il dolce canto giungere per l’aria come se discendesse
con la neve dall’infinita pallida foschia.
— Ho paura che succeda qualcosa di grosso! — fece Michele; ma in quel
che si avvicinava alla finestra per guardar nella corte, ecco rientrare
padron Serafino, seguito dal capomaestro e da Luigi, il biolco.
— Presto, presto!... — gridò Serafino. — Tu, Michele, va, attacca la
cavalla e verrai con noi. E tu, Luigi, prendi il morello e gira per
tutte le case, per tutti i ritrovi e invita uomini, donne, preti....
chi conosci e chi non conosci.... invita chi incontri: poveri e ricchi,
contadini, braccianti, cacciatori, pescatori.... tutti, insomma!...
Hai capito?... Tutti!... Devi dire che padron Serafino ha vinto al
lotto e vuol dare una gran festa.... un festone stragrande!... E che
riempirà di tavole imbandite tutta la casa, fino alle cantine.... e
che non guarderà in faccia nè ad amici nè a nemici perchè vuol stare
allegro.... perchè vuol ridere e vuole che tutto il vicinato goda con
lui! Hai capito?... E non dimenticarti dei suonatori! Vogliamo ballare,
vogliamo!... Hai capito?...
Poi, senza attendere risposta, si volse ai norcini, e parlava affollato
come se l’affanno fosse per soffocarlo:
— E voi accendete i fuochi, qui e nella stanza delle pile. Fate tutto
alla grande! Eccovi cento lire!... Se non c’è sale, compratene; se
non ci sono droghe, compratene. Quando ritorno voglio trovar tutto
all’ordine. Se vien gente dite che aspetti. — Luigi?... Senti. Prima
di andar via, aggioga i buoi al carro.... chiama Pietro e digli che li
conduca dai Fiori, che ne avrò bisogno. Presto dunque!... Presto!...
Non state lì a guardarmi come tanti mammalucchi!... Oggi si vuol far
ribotta, oggi!... Dev’essere uno sdrucio, da ricordarsi negli anni!...
Andiamo.... Andiamo!...
E uscì seguito dal capomaestro. La ronzina li attendeva nella corte:
salirono sul calesse e partirono fra la neve senza che nessun rumore si
avvertisse; solo si udiva il canto dei fanciulli dai magazzini:
Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo....
Anche Luigi partì e Pietro col pesante carro vermiglio. I norcini
accesero i fuochi. Incominciarono a giungere gli invitati, ma la neve
attutiva ogni rumore e nessuno levava la voce tuttavia.
Quando padron Serafino ritornò, dietro il carro nel quale giacevano due
nuovi _allievi_ già macellati, si fermò ad ascoltare se la Bita fosse
sempre nei magazzini. C’era sempre. Disse:
— Bene!...
Gli _allievi_ furono portati in cucina: il carro fu riposto. La gente
che giungeva entrò nelle stanze a terreno senza rifiatare per non
insospettire la Bita.
Michele fu posto a guardia della casa. Si era rimpiattato in una ceppa
e, avvoltolato entro il suo rifugio, spiava l’uscita dei magazzini.
Nevicava sempre. Padron Serafino non era tuttavia sereno. Solo si
irraggiò quando Michele aprì la porta e disse:
— Se n’è andata?
— L’hai veduta?
— Sì.
— Ha preso la via della chiesa?
— Sì.
— Allora è fatta!... Presto, ragazzi, diàmoci d’attorno. La Bita non
ritornerà prima di mezzogiorno e a mezzogiorno le tavole vogliono
essere imbandite!
Rotti i freni, il baccano e il furor dell’opera ricominciarono come
la notte innanzi. La gente corse da tutte le parti all’invito, chè la
nuova si era diffusa. Più di settanta persone si trovarono in breve,
raccolte su la faccia del luogo. La nativa gaiezza romagnola travolse
la brigata. I volti s’invermigliarono, i cuori si aprirono: non vi fu
più padrone e contadino, ma gente che voleva godere e ridere e star di
buon core sotto la faccia del cielo. E le botti pensarono al resto.
A mezzogiorno tutto era compiuto. Imbandite le tavole, apprestate
le vivande, spillati i vini negli enormi boccali a fiorami. Tutte
le stanze a terreno rigurgitavano di convitati. Michele stava sempre
sull’avviso a spiare il ritorno della Bita. Padron Serafino attendeva
presso l’uscio e quando il garzone giunse correndo e mormorò:
— Eccola, eccola!... Viene!...
Padron Serafino fece il cenno convenuto e tutti tacquero sedendo
intorno alle tavole imbandite. Non si udì più se non il crepitar del
fuoco e qualche susurrare subito interrotto. Il grosso fattore sedeva
alla tavola più grande avendo a lato i norcini, i suoi compagni di
mercato e le ben pasciute donne del contado.
La Bita entrò nella corte. Tutti allungarono il collo, a guardare dalle
anguste finestre. Passò un fremito e un susurro:
— Eccola, eccola, eccola!...
E una trepidazione gioiosa tenne il core di tutti i festanti. La Bita
non aveva fretta.
Si fermò, stupita, a osservar le innumerevoli pediche su la neve; si
accostò al canile a vedere se i mastini c’erano sempre; si sorprese
dello strano silenzio che regnava. Si volse intorno. Piano piano si
diresse all’uscio, come a malavoglia. La trepidazione dei convitati si
accresceva sempre più. Si udì smuoversi la maniglia dell’uscio, si vide
il paletto che si levava un poco. Trascorsero fulminei susurri:
— Viene!... Non viene!... Se ne è accorta.... No!...
Padron Serafino aveva puntato le mani alla tavola, nell’atto del
levarsi, e stava così, rivolto verso l’uscio, come fosse magato.
Poi l’uscio si dischiuse un poco, sempre un po’ più, lentissimamente,
e la scarna figura della peccatrice abbrunata apparve nel vano. Ma
appena aveva levata la faccia di sotto lo scialle nero, e lo stupore si
dipingeva in quella, che, da settanta petti, contemporaneamente, sorse
un grido formidabile;
— Evviva, evviva la Bitaaaa!...
La donna illividì, parve impietrirsi, non dette più cenno di vita.
Caduto il grido, non si rimosse, non comprese. Ferma e rattratta sotto
lo sguardo delle genti, non rifiatava. Allora padron Serafino parlò.
Disse:
— Moglie, questa gente pregherà il Signore per te!... — La Bita levò
gli occhi cupi. — Tu hai avuto pietà dei cani e io ho avuto pietà degli
uomini. Moglie, ciò che è mio è tuo e ciò che è tuo è mio; ma è giusto
ringraziare te di questa ribotta, perchè ho preso i soldi dal tuo
canterale. Erano cinquanta bei marenghi nuovi di zecca. Ce li mangiamo
per la tua salute! È giusto!...
Poi, fra l’improvviso travolgente baccano dei banchettanti, che avevano
disciolto ormai ogni freno, si udì levarsi acutissima l’aspra voce
della peccatrice abbrunata:
— Ladro, ladro!... Assassino!... Erano i denari per il mio mortorio!...
Ladro.... ladro.... ladro!...
Ma poco valse la sua pena, di fronte al giocondo irrompere delle genti
che le sovrastavano berciando, ed ella si raccolse in un angolo,
il volto celato nelle volute del suo nero zendado, e così stette
singhiozzando senza rimuoversi per quanto tempo durò l’allegra festa
dei migliacci.