L’ORA GRIGIA.

Ormai don Pietro viveva d’accatto e poco usciva e quando gli toccava di

andare da un luogo all’altro allora il povero prete si faceva piccino,

si accappucciava e seguiva le prode dei fossi senza fermarsi mai, senza

rivolgersi mai, senza ascoltare e senza rispondere e senza vedere le

facce grifagne de’ suoi persecutori.

Un prete era una macchia nera in quei paesi di rivoluzione, e don

Pietro sapeva questo. Egli era in peccato continuo e nessuna acqua

lustrale poteva mondarlo della sua colpa originaria. E sì che se per

miseria si poteva essere apostoli del Signore, egli era uno di questi;

chè non aveva mai toccato prebende e doveva viver di un nulla come la

lucertola, tantochè la sua vecchia serva lo chiamava:

— _La furmighina del Signor!_ (la formichina del Signore!).

E don Pietro:

— State zitta, Costanzina, chè siamo tutti di un _alzòne_!

E voleva dire: — Siam tutti pari, tutti ad un’altezza, tutti poveri ad

un modo.

Coltura no, non ne aveva, povero don Pietro, ma era vecchio di quasi

ottant’anni e se qualcosa aveva imparato, al tempo de’ suoi dubbi

studi, questo qualcosa si era smarrito per la lunga via.

Be’, nessuno gli rimproverava la sua semplicità, chè le sue rarissime

conoscenze erano del suo stesso candore.

Costanzina, che viveva con lui da più di trent’anni, e qualche altra

vecchia; in tutto quattro o cinque creature, a sommar gli anni delle

quali si andava verso il millennio.

L’ultimo uomo timorato di Dio che più aveva resistito alla bufera

e gli si era mantenuto fedele fino all’estremo possibile, era stato

Barroccio, il campanaro. Barroccio abitava una capanna su l’argine

della palude, esercitava la pesca e la caccia di frodo, era celibe,

aveva un sacro orror delle femmine, digiunava sei giorni della

settimana, era balbuziente e un poco scemo e nessuno avrebbe potuto

pensare mai che un tale arnese dovesse far gola agli uomini di partito,

a coloro che dominavano le campagne; eppure anche Barroccio era stato

del numero.

Per venti anni Barroccio aveva esercitato l’arte supplementaria del

campanaro senza che nessuno lo avesse tormentato mai, perchè era uno

di quegli uomini che non s’immischiano nei fatti degli altri, che non

cercano compagnia, ma, paghi del loro silenzio, attendono all’opera

quotidiana con metodica regolarità, fino alla morte. Per venti anni,

percependo il lauto stipendio di tre lire l’anno, Barroccio era salito

al suo campanile due volte il giorno, senza contare le feste, e,

lanciati all’aria i tocchi rituali, era partito lungo le siepi senza

scambiar parola con anima viva se non rarissimamente. Ed era ormai, per

le genti della canonica e per i contadini circostanti, come l’ombra

della meridiana che viene e va senza far rumore, sempre su lo stesso

muro, fra i numeri convenuti, nel gorgo del tempo.

Verso sera, qualche volta, don Pietro lo vedeva discendere dal

campanile e allora gli si faceva incontro.

— Come va, Barroccio?...

— _Ssss.... sssi cccc.... cccampa!_...

— Hai fatto buona pesca?

— _Cccc.... cccosì!_...

— Vuoi bere?

— _Cccc.... cca no sssed!_... (Non ho sete!)

— Buona sera, Barroccio.

— _Ffff.... ffalicia sera!_...

E toccatasi la gialla _galosa_ se ne andava per gli affari suoi

atterrando gli occhi, curvo e silenzioso come profondasse nel nulla.

Ebbene un bel giorno Barroccio non si vide più. Aspettalo all’alba,

aspettalo al vespro, non veniva. Don Pietro mandò Costanzina a cercarlo

e Costanzina lo trovò nella sua capanna sull’argine della palude.

— Be’, perchè non venite più?

— _Nnnn.... nnon vogliono!_ — rispose Barroccio.

— Chi non vuole?

— _I ssss.... i sssucialèsta!_... (I socialisti!)

— E perchè non vogliono?...

— _Nnnn.... nnnon lo so!_...

— Che cosa ti hanno detto?

— _Nnnn.... nniente!_...

— E allora?

— _I mmm.... i m’ha piciè!_... (Mi han bastonato!).

E tale fu lo spavento del poveruomo che, dismessa l’arte sua canora,

non solo non salì più sul campanile, ma nemmeno si accostò alla chiesa.

E l’ultimo fedele era esulato.

Don Pietro fece suonar le campane da Costanzina, ma sempre più

timidamente, qualche tocco alla sfuggita, nelle ore del giorno più

quiete, più deserte, più innamorate del sonno. Allora la vecchia

Costanzina si inerpicava fra le tele di ragno per le vecchie scale a

piuoli, cricchianti, pencolanti, polverose e, giunta al piano delle

campane, avvertiva (chi avvertiva mai?) che l’alba era nata, che il

giorno se ne andava, che in una piccola chiesa in rovina un vecchio

fanciullo cantava l’_Angelus_ alle immagini del suo Dio e all’ombra de’

suoi sogni, o officiava solo per i morti che erano sotto il pavimento,

ricordati dalle lapidi, vivi soltanto per le consuete parole incise su

la pietra.

Ma no. Per qualcuno ancora si schiudeva la porta del piccolo tempio,

una volta la settimana, innanzi che fosse giorno.

L’alba della domenica aveva le sue fedeli. Tre vecchie che giungevano

da tre casolari lontani, che si incontravano per via, che indossavano,

solo per la messa, le loro vesti migliori, e parlavan piano quasi

fossero spiate da cent’occhi nemici.

Giungevano alla porta socchiusa. Costanzina le aspettava. Entravano

insieme scambiando qualche parola. Su l’altare si accendevano due soli

ceri, proprio all’ultima ora perchè non si consumassero troppo, e di

fronte a un crocifisso, su la sacra pietra disadorna, senza fiori,

senza candelabri, senza dorature, senza cornici o tovaglie, o qualcuno

dei tanti arredi che adornano gli altari, nella più povera semplicità

don Pietro iniziava il sacro mistero. Costanzina serviva la messa.

Iddio le avrebbe perdonato! Balbettava le frasi latine malamente.

D’altra parte fra don Pietro e lei poco sapevano che si dicessero,

ma la fede era grande. Grande la fede e serena; Iddio scendeva fra di

loro, nella chiesuola dalle pareti scalcinate, dalle imposte cadenti

dalle quali entrava il rovaio e entravano le rondini in primavera.

Da principio erano giunte con uno strido riacquistando ben presto la

serena libertà dei cieli; ma poi si erano fatte più ardite e prima una,

poi dieci e venti avevano plasmato il loro nido fra le travi scoperte.

Costanzina se ne era accorta una mattina mentre era intenta a

rassettare alla meglio la chiesuola. Avvertiva sì, da un po’ di

tempo, lo stridere troppo frequente delle sorelle nere, ma non aveva

pensato mai a levar gli occhi. Si sa, senza vetri alle imposte, in

quella povertà estrema nella quale vivevano, non potevano pretendere

di non aver le rondini in chiesa; ma quella mattina volle il caso che

una rondine le lasciasse cadere proprio su la fronte come una tepida

goccia.

Costanzina capì di che si trattava e si rasciugò; poi, levata la

faccia, scoprì una novità fra le alte travi. Stette in vedetta, studiò

meglio l’affar suo e potè constatare che le rondini avevano fatto il

nido in chiesa. Per questo trovava tanto sudicio il pavimento e non le

bastava mai la fatica a pulirlo!... Còlta da un sacro sdegno, uscì e

cercò di don Pietro. Lo trovò nel brolo.

— Signor parroco, venga a vedere!

— Che cosa?

— Venga, le dico!

— Che c’è?

— Ma venga, santo Dio!...

E lo prese per la veste e se lo rimorchiò dietro. Furono in chiesa.

Costanzina tese un braccio verso le travi:

— Vede?

— No.

— Come, non vede le rondini dove hanno fatto il nido?

— Oooooh!... — fece don Pietro.

— Bisognerà prender una scala e portar via quei nidi!...

— Perchè?

— Ma le pare, signor parroco?... In chiesa!...

— Be’?...

— Il sudicio che fanno!

— Si pulirà.

— Il rispetto....

— Costanzina, bisogna essere _onorificati_ della misericordia di Dio!...

— Ma!...

— Se ci sono _lasèli ste_.... lasciatele stare, povere bestie!... Il

Signore ce le manda!... _Coiòmberi!_... Sono tutte _pudicizia_!... Dove

volete trovare una bestiola più _inonorata_, più _specifica.... cm’as

disal_.... come si dice?... più _procace_ della rondine?... Saranno un

_addobbo_, non le toccate.

— _Jèso!_... (Gesù!...) — fece Costanzina; ma i nidi delle rondini non

furono tócchi.

Così voleva don Pietro, la piccola formica di Dio, e così fu, chè

Costanzina aveva una grande venerazione per il vecchio sacerdote e non

avrebbe compita mai cosa contraria alla volontà di lui.

E sta il fatto che, sotto le travi adorne di nidi, inginocchiate su la

nuda terra, nell’ombra antelucana, appena vinta dal bagliore di due

ceri, la santa domenica tre sole vecchie, le ultime, ascoltavano il

divino mistero.

Francesca, Palmina e Mariòla: si chiamavano così.

❦

E queste tre vecchie avevano l’aria di cospiratrici. Si levavano piano

piano innanzi che il gallo cantasse, aprivano l’arca, si vestivano al

buio e, imbacuccate entro le pezzuole nere a righe bianche, le scarpe

in una mano, scendevano in peduli per non far rumore.

Gli uomini dormivano; il cane, su l’aia, le annusava e le lasciava

partire al loro cammino, ritornando alla sua cuccia dentro il pagliaio

dello strame.

Eccole all’Incrociata dell’Olmo. Erano puntuali. Sbucava Marióla dalla

viottola dei Calza che Palmina era già presso la cappelletta votiva del

quadrivio e Francesca giungeva per il campo dei Balestra.

La chiesuola non era su la via maestra, era in mezzo ai campi,

al termine di una straducola incassata fra siepi altissime. Vi si

internavano tutte tre camminando a paro e parlucchiando della stagione,

degli uomini, dei tempi e della loro malinconia.

La casipola di Marióla aveva inchiodato a sommo dell’uscio un

crocifisso nero, messo là da tempi immemorabili, tanto che Mariòla

ricordava di aver sentito dire dal suo uomo che la famiglia dei

Travelli l’aveva trovato tale e quale quando era discesa dai monti

al nuovo podere. Be’, che fastidio dava?... Non lo potevano lasciare

al suo posto?... Nossignori!... Il suo figlio grande le aveva voluto

dare anche quel dispiacere e, preso il pennato, aveva compiuto il

sacrilegio. E Mariòla a raccomandarsi e il figlio a risponderle:

— State zitta, vecchia!... Una casa che si rispetta non deve avere

questi segni di superstizione!

Un segno di superstizione il Signore?... _Jèso!_... Ma dove si andava a

finire?... D’altra parte i castighi di Dio non mancavano: grandinate,

colèra, guerre, ammazzamenti, rovina!... Una volta si stava meglio,

c’era anche più rispetto pei vecchi!... Ma adesso chi badava ai vecchi?

Non eran buoni neppur da bruciare!...

E Francesca:

— _Di ’e farà ’na grân vandetta!_... (Iddio farà una grande

vendetta!...).

E Palmina:

— Questi ragazzi crescono e, ancora non sanno dire mamma che imparano

a bestemmiare!... _Jèso!_... Non rispettano più niente, vengono su

come l’erbaccia, non vogliono osservazioni nè consigli; che cosa

diventeranno?

E così ragionando giungevano alla chiesa, trovavano Costanzina su la

porta del tempio, disparivano.

La cosa continuava da anni ed anni.

Ora una mattina, e il buio era anche più fitto perchè era nuvolo,

una mattina queste tre vecchie avevano svoltato per la straducola che

conduceva alla chiesa, e andavano di passo uguale parlucchiando, quando

all’improvviso videro un’ombra ferma innanzi a loro, in mezzo alla

strada. Sostarono. Lo sconosciuto disse:

— Tornate indietro!

Le vecchie sbalordite non risposero.

— Tornate a casa, vecchie!...

— Perchè? — fece Mariòla.

— Perchè in chiesa non si va!

— Non si va?

— No.

— Che cosa c’entrate voi?

— Fatemi il piacere di tornare indietro.

— È una prepotenza!

— È quello che è!

— Ed io voglio andare dove mi accomoda!

— E allora vi prenderò come una bambina e vi porterò a casa.

— Chi siete voi?

— Questo non vi interessa.

— Lo dirò con i miei uomini.

— Ditelo a chi vi accomoda.

Passò un silenzio. Francesca e Palmina davano di gomito a Mariòla

perchè tacesse, perchè ubbidisse, chè tanto non c’era nulla da opporre

contro la prepotenza di un male intenzionato. E le tre vecchie

ritornarono umili per la strada percorsa e non scambiaron parola.

Quando furono all’Incrociata dell’Olmo si fermarono. Lo sconosciuto non

c’era più.

— Chi sarà stato?...

— Chi sa?...

— Un socialista!...

— Sì!...

Era l’alba. Che dovevan fare? Ed ecco che la chiesuola lanciò un

secondo timido richiamo. Costanzina le aspettava.

— Che cosa dirà il parroco?

— Gli avevo portato due uova, povero vecchio! È malato e non ha nulla

da curarsi!

— Sentite?... Suonano ancora la prima!...

— Ci aspettano.

E si udiva la chiamata sommessa. Pareva che la campana non fosse

tocca da una mano, bensì dal vento leggero che ne movesse il battaglio

appena, tanto che il suono, inuguale fra pause inuguali, fosse come il

tremolio della foglia e l’incresparsi dell’acqua e il chinarsi degli

steli e il moto e la voce di tutte le cose che parlano e si ridestano

quando l’aria si muove.

Le tre vecchie presero una via traversa. L’ombra non c’era più. Ed

anche quella domenica si inginocchiarono su la nuda terra, sotto le

travi dove erano i nidi abbandonati delle rondini lontane.

Ma alla prima minaccia ne seguirono altre. Le ultime tre fedeli del

piccolo tempio in rovina dovevano rinunziare alla pubblica pratica

della loro fede; se volevano pregare, pregassero in casa. In chiesa,

no!...

Mariòla, Palmina e Francesca lasciaron dire gli uomini incaniti e

tacquero, ma il loro silenzio non fu di acquiescenza. Anch’esse erano

della stessa razza tenace e non cedevano sì facilmente.

Ora giunse la domenica e fra loro si era passato un accordo. Quella

volta non indossavano la veste consacrata, anzi trascelsero la peggiore

e presero un sacchetto ed un falcetto come quando solevano andar lungo

i fossi a raccogliere la gramigna. La campana della chiesuola non suonò

i suoi doppi. Costanzina era avvisata. Tanto Mariòla quanto le compagne

non percorsero la via consueta, anzi andaron per strade diverse

raddoppiando il cammino. Si erano levate più di buon’ora. L’alba pareva

lontana. Quando cantarono i galli si trovarono tutte e tre lungo

il fondo di un rio come era convenuto. Questo rio passava sotto il

cimitero e accanto alla chiesuola.

Si videro appena. Era un gran buio.

— Siete voi Mariòla?

— Sì, Francesca!

— E Palmina?

— Eccola.

Incurve, guardinghe, col loro sacchetto sopra una spalla e il falcetto

in una mano proseguirono, l’una dietro l’altra.

— E se ci sono? — domandò Francesca.

— Se ci sono raccoglieremo la gramigna — rispose Mariòla.

Un cane abbaiò lontanissimamente. Si udì il remoto rombo di un treno.

Non c’erano stelle.

— Siamo arrivate? — fece Palmina.

Mariòla levò la faccia e disse:

— Sì.

— C’è Costanzina?

Le tre vecchie scrutarono l’ombra.

— Non si vede.

— Allora son venuti e ci aspettano!

— Non importa! — disse Mariòla.

Si intravvedeva la siepe del cimitero. Mariòla incominciò a inerpicarsi

lungo la sponda del rio. Andava carponi. Palmina e Francesca la

seguirono.

Quando potè inginocchiarsi su lo scrimolo, Mariòla passò il capo per un

varco della siepe e chiamò sommessamente:

— Costanzina?

Nessuno rispose.

— Non c’è! — disse Francesca.

Mariòla si rizzò. Le altre le furono al fianco. Ristettero immobili, un

attimo. Udirono qualche voce nella straducola della chiesa.

— Li sentite? — fece Palmina.

— Sì.

— Sono venuti in molti.

— Non importa.

— Ci vogliono fischiare!...

— E tu _digli_ che fischino!

— Che cosa fate?...

— Venitemi dietro.

Mariòla aprì un varco ed entrò nel piccolo camposanto. Andarono in

fila, lungo la siepe, senza far rumore, tutte tre incurve, tutte

tre con lo stesso sacchetto sulle spalle e il falcetto in una mano.

Avevano una pezzuola bianca e nera. Camminavano adagio, trasfigurate

dall’ombra.

Dalla via qualcuno gridò:

— Chi è?

Le vecchie non risposero. Trascorse un silenzio profondo.

— Avete veduto? — domandò una voce sommessa.

— Che cosa?

— Là.... dietro la siepe del camposanto!

— Chi è?... Chi è?...

— Sarà l’ombra di un albero.

— No....

— Andiamo a vedere.

Le tre vecchie si fermarono e anche gli uomini si fermarono. Nessuno si

mosse. Ma quando Mariòla aprì il cancelletto del camposanto e si udì lo

stridore dei cardini, ed ella non fu più confusa alla siepe, ma chiara

e paurosa nel vano, contro le croci e i marmi, allora si udì un urlo

soffocato, poi il busso di una corsa sfrenata.

Poco dopo la schiletta del campanile suonò i suoi doppi e i due ceri

si accesero sull’altare dispoglio innanzi al nero crocifisso e le tre

vecchie si inginocchiarono l’una vicino all’altra su la nuda terra.

E queste tre vecchie più non furono disturbate finchè la morte non le

chiamò ad una ad una, dopo don Pietro, la piccola formica di Dio, che

già aveva seguito l’ignoto volo delle sue rondini verso l’eternità.

La vigna vendemmiata: novelle · 第 22 / 26 题