Or come la notte fu verso il suo termine, la stanchezza vinse l’operosa
brigata e fu deciso che tutti avrebber riposato un par di ore. Ognuno
riprese la propria mantella ed uscì dopo aver fissato l’ora della
ripresa.
Ultimi ad andarsene furono i norcini e padron Serafino: quelli
entrarono nella stalla, questi salì alla sua stanza. Quando fu al
termine delle scale, accese un fiammifero ed aprì cautamente la porta
per non ridestare la Bita, ma la precauzione fu inutile perchè la
Bita non c’era e il letto era intatto. Non vi pensò più che tanto.
Era stanco, aveva sonno. Si tolse le scarpe e la cacciatora, s’infilò
sotto le coltri e, dopo un minuto, dormiva. Ma non tanto dormì chè,
di repente, balzò sul letto, sbalordito dall’affannosa chiamata del
capomaestro;
— Padrone.... padrone.... scendete che hanno aperto la porta, e i
mastini....
— Eh? — gridò Serafino. — I mastini?....
— Sono entrati in cucina....
— In cucina?...
— È un guaio!... Un guaio!...
Padron Serafino scese il letto e così in pedùli traversò la stanza e si
gettò giù per le scale.
Quando vide il disastro, si portò le mani ai capelli, senza far
parola. Anche i tre norcini guardavano, allibiti. Durante il loro
sonno qualcuno aveva disciolto i mastini e aveva aperto l’uscio della
cucina. Le bestie affamate non avevano chiesto di meglio per darsi alla
devastazione. Ora non rimaneva di tutta la faticata opera notturna se
non uno sconcio tritume sparso qua e là per terra, sulle tavole, presso
la cenere del camino.
Il giorno non era nato ancora. Appena si vedeva un po’ di chiarinella
all’estremo levante. E nevicava; nevicava a dolco, a fiocchi serrati,
fra un grande silenzio. Ed ecco che, dal silenzio, all’improvviso si
levò, leggero e delicato, un canto di voci argentine di bimbi e di
fanciulli. Giungeva dall’altro lato della corte, dove erano i magazzini
e le stanze disabitate nelle quali dormivano i braccianti alla buona
stagione.
Padron Serafino si inorecchì, volse il capo, domandò:
— Che cos’è questo?