I tre norcini si rivolsero a padron Serafino, chè eran per separarsi, e
domandarono:
— Dunque è per domani?
— Sì, per domani!
— A bruzzico?...
— Ma sicuro!... Ce ne son tre da governare! Arrotate gli arnesi.
— Non temete che son a filo. Allora saremo da voi prima di giorno. Fate
che tutto sia pronto.
— Tutto è in ordine. Arrivederci.
— Non ci pagate da bere?
— No; chè se vi ubriacate non si lavora.
— Anzi!... Si lavorerà più sodo!...
— Berrete domani, chè faremo allegra festa.
— Bene. Vi salutiamo.
— Addio.
Padron Serafino frustò la ronzina e i norcini svoltarono per la
viottola dei maceri.
Il livido decembre si assonnava infreddolito, accorciando sempre più
le giornate. Si era alla vigilia di San Tomè che prende il porco per
lo pè. L’adagio rispecchiava l’usanza dei bisavoli, dei trisavoli;
l’antichissima consuetudine di sacrificare, nel giorno di San Tommaso,
gli enormi porci satolli di farina gialla e di ghiande. Epperò, nelle
case che fiancheggiavano la strada, si vedevan, dalle basse finestre
senza imposte, divampanti fiammate e grandi paiuoli sul fuoco e genti
in moto a varie opere. Inoltre, nel crepuscolo bigio, passava a quando
a quando l’infernale urlìo delle immonde bestie mangerecce le quali,
tolte dai catri o dagli stabbioli, e trascinate per le orecchie e per
la coda verso il luogo del sacrifizio, impaurite dal fatto inusitato,
non potendo altro opporre, tanto strillavano da tòrre di senno l’armato
norcino che le attendeva al varco.
Su la bassa pianura corsa dalle fiumane, intenebrata dalla nebbia,
dispoglia da ogni vita vegetale, erano quelli gli unici suoni che
trascorressero, chè già le pievi disperse avevano suonato l’ave e le
strade, aspre di ghiaie, erano deserte. Era la stagione in cui gli
uomini più vantano i pregi della mensa e ingioiscono e s’ingollano e
si satollano gridando, fra la tavola e il fuoco, negli interminabili
conviti; la stagione sacra agli stomachi temprati alle eroiche fami e
ai pasti monumentali. Epperò l’ecatombe dei grufolanti quadrupedi si
annunziava per un acutissimo stridere ripetuto di casa in casa, fin
sotto l’estremo arco della sera, fin dove la zona delle nebbie più si
ispessiva fra l’ignuda terra e il cinereo cielo.
Padron Serafino guardava e si encomiava per aver resistito agli aspri
rabuffi e alle geremiadi della moglie sua pallida e scarna come il
peccato mortale; si encomiava, chè non avrebbe capito mai in quale
utile fosse per tornargli una male intesa economia quando non aveva
figliuoli a cui pensare, e, se avesse voluto godersi tutto il suo,
innanzi di morire, questo era ben fatto! Ma la Bita, che era il
ritratto stesso del digiuno e di ogni macerazione, più scendeva negli
anni e più si incaniva nella febbre del suo risparmio, quasi che la
vita le fosse diventata un malanno e tutto stesse per rovinare nella
vecchia fattoria dei Conti. A darle retta si sarebbe mangiato sul
pugno, una volta al giorno, pane e formaggio e nulla più; nè i vecchi
vini, che hanno nel cuor loro vermiglio la giocondìa del sole, più
sarebbero apparsi su la tavola; nè i tradizionali fasti della mensa
avrebber dovuto continuarsi. E perchè questo? Perchè tale quaresima se
ormai poco più tempo restava al loro godere, chè gli anni eran molti?
Portare i suoi _allievi_ al mercato per trarne buon guadagno?... Bene!
E poi? Chi l’avrebbe compensato del sacrificio? Forse la Bita co’ suoi
vezzi?
E padron Serafino rideva fra sè e frustava la sbilenca ronzina. Ancora
vide, nel bigio crepuscolo, le case degli Anselmi, dei Montanari, dei
Migi illuminate di fiamma; e udì frastuono di opere e di risa, mentre
l’urlìo delle allombate vittime saliva, si spegneva, riscoppiava
acutissimo fin oltre i visibili confini della sera decembrina.
Come arrivò alla fattoria, la Bita era su la soglia, attratta dal
bubbolìo delle sonagliere, e, ancor prima che padron Serafino fosse
disceso dal calesse, domandò:
— Be’, li avete venduti?
— Che cosa?
— Gli _allievi_.
— Sì, li ho venduti.
— Quanto avete preso?
— Centocinquanta marenghi; tre forme di cacio e un piatto di migliacci.
— Volete canzonarmi?
— No, signora Bita!... Non vi par buono il mercato?
— Mi pare che mi manchiate di rispetto!
— Oh!... Guarda!...
Padron Serafino rise, scese dal calesse, chiamò:
— Michele?... O, Michele?...
Il garzone uscì dalle stalle e prese in consegna la ronzina.
— Aspetta, — disse Serafino. — Ho qui qualche cosa.
E si chinò a togliere dal cassetto del calesse alcuni suoi involti.
— E quella che roba è? — domandò la Bita. E padron Serafino, infilando
l’uscio di casa:
— Toh!... Sono i marenghi!
La Bita scrollò le spalle. Gridò:
— Più invecchiate e più rimbecillite!
— Già!... Io rimbecillisco, ma tu non canzoni!...
Poi, dopo aver posato gl’involti su la tavola:
— Be’, che cosa si mangia questa sera?
— Niente.
— Come niente?
— Niente, vi ho detto!... È poco, niente?... Niente!...
— Sarai matta?... Ma ti sogni forse ch’io voglia digiunare come te?
— Se avete fame andate all’osteria.
Padron Serafino incominciava a spazientirsi. Si rivolse, guardò in
faccia la sua donna irosa e rispose:
— Io non vado nè all’osteria, nè all’albergo, nè.... Basta!... Io sono
in casa mia qui; e voglio mangiar qui!... O che storie sono queste?
E la Bita ironicamente:
— Perchè non mangiate i vostri allievi?
— Non t’impensierire, chè domani sarà fatto!... E non sarò solo alla
festa!...
— Come?... Domani.... ammazzate?...
— Proprio così!... Domani ammazziamo!...
— Dunque volete farmi tutti i dispetti possibili?
— Prendila come vuoi!
— Vi siete giurato di romperla?
— Romperla o no, io voglio così e così deve essere!
— Peggio di una serva mi trattate!... Ma la vedremo!... Oh, la vedremo
come finirà!...
Allora padron Serafino si rivolse, levò la mano chiusa con l’indice
teso e incominciò:
— Stammi a sentire, moglie....
Ma in quel che era per catechizzare la recalcitrante compagna, ecco
aprirsi la porta ed entrare i tre norcini. Il capomaestro, magro e
brucato come l’erbaio delle capre, si fece innanzi e disse:
— Siamo venuti.
Padron Serafino lo sbirciò in tralicio.
— Siete venuti?... O che l’alba spunta alle nove di sera quest’oggi?
E il capomaestro:
— Abbiamo pensato che ne avevate tre, padrone; e siccome si voleva fare
il nostro lavoro a modo, e posdomani siamo impegnati, si lavorerà tutta
la notte.
Padron Serafino guardò involontariamente la donna sua, ma questa gli
volse le spalle grugnendo ed uscì.
— Sta bene, — disse il grosso fattore, e si fregò le mani. — Sta bene.
Allora all’opera!
I norcini deposero gli arnesi su la tavola, si tolsero la cacciatora,
vestirono i grandi grembiuli insanguinati.
— Siamo pronti, — disse il capomaestro. — Ora chiamate i garzoni che
accendano il fuoco.
Animati dalla speranza di un pasto succolento, i garzoni accatastarono
in breve, vicino al focolare, una montagna di sarmenti. Fu sgombrata
la camera dagli oggetti inutili. Si fece posto al troppolo, a una gran
tavola, al sacco del sale e furono fissate alle travi lunghe corde
terminate da ganci.
Il capomaestro dirigeva l’opera. Quando tutto fu compiuto, afferrò
l’acuminato punteruolo e disse:
— Andiamo.
Padron Serafino e i compagni gli tennero dietro. La cucina chiareggiava
per la fiammata altissima. Poco dopo i tre _allievi_ di padron Serafino
empirono la notte delle loro urla laceranti e l’olocausto al Dio della
fame fu compiuto.
La Bita era scomparsa, ma nessuno si occupò di lei. I norcini e gli
uomini della casa erano troppo intenti a sparare e a governare i tre
monumentali _allievi_ di padron Serafino perchè avesser la mente ad
altro; nè si addiedero del cupo abbaio dei mastini, chiusi in fondo
all’aia, nella capanna dell’aratro. Sopraggiunsero le genti del
vicinato. Si fermarono sulla soglia battendo i piedi e disviluppandosi
dalle mantelle.
— Che si fa lo sdrucio? — chiedevano.
E padron Serafino:
— Chi vuol mangiare, lavori!...
Finirono per essere una ventina all’opera. Chi tagliava, chi tritava,
chi insaccava, chi struggeva la stillante grascia, chi si arrovellava
agli strettoi a fare i pani di ciccioli, chi, lasciata la mannaia sul
troppolo, affondava le braccia nel sacco del sale o drogava il rosso
tritume cosparso di grasselli, chi cuoceva i mallegati negli enormi
paiuoli, chi apprestava la rosticciana e i migliacci chi adunava
le setole, chi i zampetti, le cotenne, il grugno e le gote a far la
soppressata. Era un rumoroso tramestio interrotto a quando a quando dal
grido di gioia che si leva allorchè si dilemba e si assolca la terra;
o quando si accorolla la paglia in tumulto e la bica è disfatta. Per
l’indomani padron Serafino aveva convitato i parenti, i vicini, gli
amici a far la festa dei migliacci, e il pantagruelico pasto, inaffiato
dai vini migliori della fattoria, accendeva il desiderio degli uomini
accorsi a prestar mano all’opera gioconda.