Ritto fra due merli di una torre, immobile come fosse pietrificato,

l'occhio fisso, le braccia tese ed irrigidite, il capo scoverto,

perchè un buffo di vento gli aveva portato via il berretto, i capelli

delle tempie rizzati come fili di argento, la lunga barba arruffata

ed inturbinata dalla brezza, e' sembrava quivi non un uomo ma il

ministro di quelle divinità egizie ed indiane il di cui sguardo è

incendio, il di cui alito è peste, il di cui gesto è sterminio.

La sua potenza visuale era ampliata. Egli vedeva tutti i singoli

particolari di quel terribile dramma; vedeva dove l'aquila non

avrebbe più nulla distinto. L'anima esuberava. La sua tonica bianca

si gonfiava e s'agitava sotto il soffio della tramontana, che aveva

cominciato auretta e si era ingagliardita a turbina. Dorato, e

calmo all'alba, il cielo si era andato a poco a, poco; caricando di

rosso, si che sarebbesi detto un'aurora boreale. Tutti i comignoli

di Roma, a quel riverbero, sembrano fiaccole immense che illuminano

una città involta in un bianco sudario di nebbia come uno spettro

che vien fuori da una tomba. Quella nebbia però si era a poco a poco

anch'essa sminuzzolata a fiocchi, a sprazzi, a lembi che assumevano

sotto l'azione del vento mille forme fantastiche, che grondavano

sangue, così indorati come erano dal sole, e che cozzavano in cielo

come gli uomini cozzavano sulla terra. L'aere rimbombava di un rumore

indistinto, incalzante, vertiginoso come l'ululato di un mostro che

agonizza.

Però Gregorio non badava al cielo, non badava alla natura. La terra

lo attirava magneticamente, E' non diceva parola. La sua fronte si

alzava serena; il suo volto per niuna commozione turbavasi, Oddo

intanto correva su e giù lo spianato gridando: Miseri cittadini!

Quale giorno doveva io vedere prima di morire! Nè meno costernata

di costui mostravasi Alberada, la notte precedente ammessa dentro.

Ella neppure parlava, solo si torceva le mani, genuflessa, gli

occhi ora rivolti al cielo, ora alla desolata città. Un rivolo di

lacrime tacite le solcavano le guance. E così questi miravano, al

riverbero delle fiamme, Roma struggentesi in un nuvolo nero fumo che

l'avvolgeva a volta a volta, e che più spesso, spazzato dal vento

il torbido velo, si mostrava nel suo pieno squallore col sole che

infine, verso sera, placido e bello tramontava, indorando le cupole

delle chiese. Quand'ecco che Alberada gitta un grido da spezzare il

cuore, si alza sollecita, seco trascina Oddo malgrado di lui, e viene

giù alla porta del castello.

IX.

Piacemi, cavalier, che Dio temendo

Porta lo nobil suo ordine bello,

E piacemi dibonare donzello

Lo cui destino è sol pugnar servendo.

GUITTONE D'AREZZO.

Due cavalieri, Roberto e Sigelgaita, cavalcavano verso il ponte

San Pietro per isboccare alla porta di castel Sant'Angelo. Tutto

ad un tratto odono alle spalle uno scalpito di due altri guerrieri

che, a briglia sciolta, galoppavano. Immantinente Roberto, che

andava dietro, volge la testa, per guardare chi fossero, e vedendo

che l'altro gli accennava della mano di sostare, gira il cavallo e

subitamente si trovano di fronte.

--Io sono Baccelardo, grida il cavaliero alzandosi con una mano

la visiera dell'elmo. Roberto Guiscardo, fanciullo, nelle sale di

Melfi, ti detti un guanto e ti consigliai a conservarlo perchè sarei

venuto a ridomandartelo uomo. Ora tel ridomando; e qui, perchè il

tempo è venuto, perchè lungamente ho ritardato, mi renderai ragione

dell'infame vitupero che facesti alla tua donna Alberada.

Baccelardo, dopo essere stato così pesto e disarmato, rigettato

dentro dall'onda dei suoi che vi cercavano tardo scampo, aveva fatti

novelli sforzi, e con cento opere di valore tentato cacciarne l'oste

normanna. Ma avendo infine compreso che vanamente si arrabattava a

tal uopo, che irreparabilmente Roma era perduta, risolse attaccare

il suo destino a quello della signora del mondo, e fare scoccare

l'ora della sua vendetta. Rientrò quindi nel suo alloggiamento onde

provvedersi di armi e di destriero.

Non appena egli vi pose piede, che il suo paggio Corrado, dominato

fino allora da mortale ansietà percorrendo la stanza a lunghi passi,

gli si gitta addosso e mille domande gli volge se fosse ferito.

Baccelardo risponde alle amorevoli carezze di questo bel giovanetto

per un tristo bacio sulla fronte. Poi muta il suo giaco, squarciato

in più luoghi, prende nuova rotella, nuova spada e lancia, e si fa

allacciare le correggie dell'elmo. E tutto senza dir parola, con una

solennità ed una freddezza, che agghiacciava il cuore del sollecito

damigello. Però come il suo armamento fu compiuto, Baccelardo ordina

ad uno scudiero d'andargli a preparare il suo destriere _Licht_,

il quale, perchè troppo vecchio, aveva risparmiato la mattina,

ben prevedendo avrebbe avuto bisogno di cavallo più leggero e più

vigoroso. In quel momento decisivo della sua sorte, e' non volse

scompagnarsi dal più fedele amico che unicamente lo aveva amato e

tanto... prima che il cielo gli avesse messo a fianco il tenero

damigello. Questi, durante quegli apparecchi, divorato da ineffabile

smania, non aveva profferita parola. Ma come vide che Baccelardo,

dopo avergli gittato uno sguardo--uno sguardo che racchiudeva tutta

una storia di passione--si allontanava senza neppure confortarlo del

consueto bacio sulla fronte, gli corre dietro frettoloso e cadendogli

ai piedi grida:

--Vuoi farmi dunque morire?

Baccelardo lo solleva dal suolo, e stringendoselo al petto con

una ineffabile tenerezza, con una voluttà disperata e baciandogli

replicate volte il sembiante, suo malgrado una lagrima gli cade, ed

il pallido volto del contristato giovane bagna.

--Dove vai dunque? questi dimanda. Ti ho veduto tante e tante volte

andare a combattere e mai il cuore mi si è stretto così aspramente;

mai tu mi hai lasciato con quell'aria mesta e funerea. Di',

Baccelardo, in nome di Dio! dove dunque vai tu?

--Vado incontro al mio destino, Guaidalmira. Non mi hai veduto mai

correre alla pugna di questa ciera abbattuta, perchè mai a simili

pugne sono andato. Ora si deve decidere. Egli è qui, egli mi deve un

conto; vado a trovarlo, vado a cercarglielo.

Guaidalmira, perchè dessa era il paggio Corrado il quale aveva

seguito Baccelardo fra tante sventure e pericoli; Guaidalmira, che

conosceva tutta la storia di lui, non fa più motto. Solo dopo un

minuto di silenzio risponde:

--Ebbene, va pure. Però non puoi negarmi ch'io t'accompagni.

--A che pro, Guaidalmira?

--Noi so io stessa. A nessun pro per certo. Ma voglio accompagnarti;

e tu non puoi rifiutarmelo.

--Ma sai che s'io ti vedessi, se io ti vedessi impallidire e tremare,

perderei ogni equilibrio di mente, e forse...

--Tu non mi vedrai. Mi metterò un morione con la buffa inchiodata. Ma

voglio accompagnarti; voglio essere presente allo scontro terribile;

il tuo destino ti porta... alla vittoria. Voglio, debbo perciò

esserci anch'io. Ricordati che a Canossa accomunammo il nostro

avvenire; accomunammo la nostra sorte. Non possiamo più, o almeno non

è questo il tempo di separarci.

--E impossibile, dopo alquanto di silenzio soggiunge Baccelardo.

Tu devi restare qui, per te, per me lo devi. In qualunque altro

instante, non avrei esitato a condurti meco; ma in questo...

--Ebbene, giacchè vuoi che io resti qui, va pure... va. Ma diamoci

almeno un addio. Dà un addio alla tua Guaidalmira che tanto, che te

solo ha amato. Non la vedrai più. Essa morrà qui, te lo giuro.

Baccelardo la guarda attentamente, e vedendo che ella era risoluta a

non so qual partito estremo, con un sospiro balbetta:

--Vieni dunque: era deciso così! Se vi è un Dio però, se vi è un Dio

che pesa e guarda i fatti degli uomini, sa a cui dare la vittoria in

questo momento.

Guaidalmira sorride amaramente. Poi, presagli la mano come per

ringraziarlo dell'accordatole favore e baciatagliela, l'esamina

attentamente, e una lagrima vi lascia sopra cadere. Baccelardo

l'abbraccia un'altra volta, ed in un baleno, messi a termine gli

apparecchi della partenza, escono per Roma onde imbattersi nel

Guiscardo.

Ed eccoli l'uno a fronte dell'altro, vicino al ponte San Pietro, di

rincontro a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi di quell'Alberada per

cui Baccelardo dimanda l'abbattimento.

All'aspetto di quest'uomo, a quella protesta, Guiscardo si scuote.

Sigelgaita ritorce anch'essa il cavallo, e come se non fosse più cosa

animata, immobile resta a guardare, vicino ad un pilastro del ponte.

Il turbamento di Roberto non dura molto. Egli porta la mano al suo

fianco, e dal cinturino della spada spicca un guanto che a Baccelardo

presenta.

--Baccelardo, ecco il tuo guanto, egli dice. Gli è però mestieri che

sappi io non battermi più per una causa di cui Iddio mi ha fatto

conoscere l'ingiustizia. Va dunque in nome dei santi, perchè mi

dorrebbe farti male.

--Ti credo, risponde Baccelardo; ebbene, giacchè confessi che

indegnamente facesti vitupero alla contessa Alberada, io ti apprezzo

per quel nobile cavaliero che sei. Battiti quindi meco per gli Stati

del padre mio, che infamemente usurpasti ed infamemente ritieni.

E così favellando gli toglieva dalle mani il guanto, cui dava a

custodire a Guaidalmira, si calava la visiera, e ritraendosi metteva

in resta la lancia per dar principio al combattimento.

Fu allora che Alberada, dall'alto della torre li vide, e

riconosciutili dalle divise, trascinandosi furiosa il conte Oddo alla

porta, lo costrinse ad aprire, e si fece metter fuori.

Sventurata! quale fatalità la trascinava!

Non appena ella fu alla testa del ponte, all'altra banda del quale

quei due furibondi battagliavano, che di voce affannata si pose a

gridare:

--Arrestatevi, arrestatevi, in nome di Gesù Cristo!

A quella voce Sigelgaita si volge, Sigelgaita che fredda,

impassibile, taciturna come le statue che si mettono sopra i

sepolcri, vedeva affrontare suo marito e suo nipote, ed impegnare

una pugna dalla quale uno solo o nessuno doveva tirarsi vivo. In un

baleno Sigelgaita si gitta allora da cavallo come una furia. Corre ad

Abelarda, l'abbraccia per un amplesso da soffocarla, da cacciarle nei

reni le dita delle manopole di ferro, la trascina, la gualcisce, la

contorce, la difforma, le fa scricchiolare tutte le membra, l'arruffa

come un cencio--e tutto in un attimo, di un solo moto--si accosta

ai balaustri del ponte, appoggia sul petto di lei il suo mento, la

spezza in due nella spina, e la precipita nel Tevere. E tutto ciò,

in meno di tempo che non mettiamo a narrarlo. Alberada gitta un

grido di morte, e sotto le acque dispare. Sigelgaita l'aveva veduta

a mano a mano coprirsi nel volto di pallore mortale, l'aveva udita

mettere quel gemito terribile, l'aveva veduta precipitare dall'alto,

la vide tuffare nell'onde, e non si era scomposta nel viso, e dai

parapetti del ponte non si era allontanata. Tutto ad un tratto quella

sfortunata ricompare a galla ed un palo della diga l'accrocca della

tunica e di faccia verso il cielo la capovolge.

--Non sei ancor morta? grida a quella vista Sigelgaita come una

tigre; e cercando attorno, non scorge anima viva, non vede oggetto

da poterle lanciare sul capo, non trova pietre, non trova nulla,

null'altro che un cadavere innanti ai piedi di un cavallo, un

cadavere coperto di ferro e di sangue che fumava ancora. Ella lo

trascina fino al ponte; poi, piegandosi sopra di lui, lo afferra di

ambo le mani, lo solleva, e pigliata la misura, lo lascia cadere sul

capo d'Alberada, ritenuta sempre dal lembo delle vesti ad un pinolo

di palizzata. Il cadavere non era giunto ancora giù, che di sopra il

suo capo Sigelgaita sente passare un cavallo di slancio, il quale

egualmente nel fiume si precipita.

Quel cadavere era Baccelardo: quel cavallo _Licht_.

Un altro cavaliere, cui ella non aveva scorto dapprima perchè caduto

brancoloni sotto una scala del ponte, vi si appressa allora per

avventarsi ancor egli al medesimo salto. Sigelgaita lo rattiene. Era

Guaidalmira.

E Gregorio tutto contemplava dall'alto delle torri, e sul suo volto

segno di commozione non appariva. Ritornava il padrone di Roma!

Disgraziato! Godi pure, le tue gioie son numerate.

La notte intanto era compiutamente caduta. La notte di Roma, di

allora in poi, divenne più tenebrosa. Saccheggiata e spogliata

di tutte le sue ricchezze, vituperata nell'onore, bruciata negli

edifizii, decimata dal ferro di cittadini, desolata di tempii,

vedovata dal bando dei migliori suoi uomini, dopo quel giorno,

l'antica città restò pressochè deserta, e la popolazione si trasferì

tutta intiera al di là del Campidoglio--in quello spazio che altra

volta formava il Campo di Marte.

Quella sera stessa la duchessa Sigelgaita riceveva a segreto

colloquio, nella sua camera da letto, Rolando da Siena.

LIBRO OTTAVO

TRAMONTO

I.

Sedea quel superbissimo signore

Sovra un trofeo di strali, e l'empia morte

Gli stava al fianco, e la contraria sorte

E 'l sospiro e 'l lamento appo il dolore.

Io mesto vi fui tratto e prigioniero;

Ma quegli allor, che in me le luci affisse,

Mise uno strido di dispetto, e fiero,

E poscia aprì l'enfiate labbra e disse:

Provi il rigor costui del nostro impero.

REDI.

Appena l'arcivescovo di Ravenna comprese che Roma era

irrevocabilmente perduta per gl'imperiali, si raccolse intorno

quel residuo di Alemanni e di Italiani che nel badalucco potè

raggranellare, e stretti ed armati, a stendardo sventolante, uscirono

per porta Toscana. Una parte dei senatori e dei patrizii romani col

favor della notte si rifugiò in Castel Sant'Angelo. Ne cacciarono

via Gregorio. Provvidero, per quanto potè tornar loro, scorte ed

armi. Ed aspettarono sicuri che il furor prima degl'invasori fosse

ammansito. Questo furore però e questa libidine d'oro e di sangue

nella truppa del duca non si spense così tosto; nè desso per due

dì fu veduto. Colpito nel cuore dalla doppia morte della contessa

Alberada e di Baccelardo, dal rimorso travagliato, da incognito,

segregato e romito visse nel monistero di San Paolo. Però al terzo

giorno comparve, e recatosi al Vaticano trovò Gregorio, nel mezzo

dei suoi capitani, intento a proscrizioni ed a scomuniche. Vanamente

Gregorio aveva provato destare il suo partito. Non cardinale, non

vescovo, non prete, non nobile, non cittadino attorno a lui volle

recarsi. Tutti lo accagionavano di tanto danno; tutti lui incolpavano

se all'ebbrietà del vincitore non si metteva freno. Sicchè più del

Guiscardo, più del saraceno stesso, lui abborrivano e come traditore

del suo paese dannavano a morte.

Al terzo giorno di quell'orgia di sangue però il popolo si scosse.

Cencio, il duca di Cosheim, che dentro Roma con un manipolo di

soldati tedeschi si era fortificato nel _septifolium_, alcuni

patrizii ed Oddo s'accorsero dell'ammutinamento, ed uscirono dalla

mole di Adriano. Indi stuzzicando i più timidi, infiammando i più

audaci, allestirono conventicole, raccolsero, aizzarono, armarono il

popolo, ed uniti in grossi drappelli piombarono addosso alla truppa

del duca di Puglia.

La colsero alla spicciolata, avvinazzata, stanca, scarsamente

armata, indebolita dalle veglie e dalle libidini su per lupanari

e per chiese. E ne fecero così grave macello, che Roberto dal

suo torpore si destò. Il conte Oddo infrattanto con un pugno di

arditi transteverini, ed il duca Ulrico di Cosheim con i Tedeschi,

avevano sbrattato palazzo Vaticano della guarnigione calabrese, e

vi assediavano il papa. Guiberto, avvisato, con rinforzi era per

rientrare nella città. Voci altissime per chiassi e per piazze

levavansi.--Morte a Ildebrando, morte a Guiscardo! I Saraceni ed i

Normanni, venuti alle prese nel Foro con certe bande comandate da

Cencio, fuggivano. Un subbuglio, un imprecare, un romor d'armi, un

sonar di campane a martello, un assassinio continuato, senza riguardi

di luoghi, di sesso e di età.

Guiscardo comprende di un lampo a qual pericolo si trovasse, ed a

qual repentaglio stesse per mettere vittoria, vita ed esercito.

Ordina quindi a quei capitani suoi, che gli venne fatto poter

accozzare di subitamente richiamare i soldati alle bandiere e di

suonare a raccolta. Ed ei si reca dal pontefice alla testa dei fedeli

Normanni, meno degli altri sbrancati alla rotta. Essi non ebbero a

far poco per aprirsi il cammino. Spazzano Vaticano dagli ordini fitti

che lo assediano e già ammaniscono tormenti da breccia e scale per

penetrar dentro ed impossessarsi del pontefice. Combattono contro i

soldati dei Cosheim e di Oddo; penetrano nel palazzo.

Gregorio non si era per nulla turbato, forse non si era neppure di

nulla avveduto, e scriveva lettere a tutti i legati suoi, sparsi

per l'orbe cristiano, onde annunziare il trionfo del Signore. E'

non curava l'insurrezione del popolo, non il pericolo che correva

l'esercito liberatore, non il massacro di tante vite. Godeva del

trionfo; godeva dello sterminio dei nemici suoi. E non era sazio, non

stanco di additare novelle vittime al supplizio ed alla proscrizione.

La vittoria lo aveva ubbriacato. Viveva in un'atmosfera che tutto,

umanità, religione, carattere gli faceva obbliare. Giunge a tempo

Roberto per destarlo da quel sogno, o meglio da quel deliramento di

sangue.

--Santo padre, prende a dire il Guiscardo, è ora finalmente di far

desistere da tanto eccidio, e partire.

--Così presto! sclama Gregorio sorpreso e scontento.

--Non è già presto, santo padre, risponde Roberto, gli è anzi tardi,

forse troppo tardi perchè ci resti ancora scampo a fuggire. Non è

momento di lusinghe adesso.

--Fuggire, mormora Gregorio rizzandosi ed aggrottando le ciglia.

Temereste voi forse questa sgualdrina di plebe codarda e venale,

messer duca? Egli è impossibile!

--Io non sono un testardo che ha perduta la ragione, santo padre, per

dire che non temo nè gli uomini, nè Iddio, continua Guiscardo senza

occuparsi dell'atteggiamento del pontefice. Io ho senso abbastanza

per comprendere che, se resto a Roma solamente alcune altre ore, mi

sarà tagliata la ritirata, ed il mio esercito ed io corriamo pericolo

di essere passati a fil di spada. Ecco tutto. Il popolo è ammutinato;

è corso alle armi. La disperazione muta in eroi anche i poltroni. È

ora di partire.

--Voi pensereste dunque?...

--L'ho detto, di uscire di Roma senza indugio. Ho comandato ai miei

capitani di raggranellare la truppa sparpagliata. Ridotta agli

ordini, voglio andar via da me, con volontaria e decorosa ritirata,

prima che sia costretto a fuggire come cacciato e come vinto.

--E così poco doveva dunque durare il trionfo d'Israello? mormora

Gregorio alzando gli occhi al cielo.

E Guiscardo:

--Io non so, santo padre, se Israello abbia trionfato per poco; so

che del trionfo ha abusato. E da lunga sperienza conosco, come la

vada sempre così, dove menomamente si rallenti la briglia al soldato.

Noi non ci riconcilieremo mai più questo popolo.

--Vorreste dunque lasciarmi in mano ad una plebe rivoltata, corriva

al sangue ed alla vendetta, messer duca?

--Io no. Io penso invece che vi condurreste saviamente, santo padre,

a venir meco, e dare eterno addio a questa città: perchè voi, anche

per lo innanti non ben gradito, ve ne avete distolto l'amore per

sempre.

--È impossibile!

--Udite per poco come essi gridano, morte a voi ed a me, santo padre.

Qui comincia a far caldo seriamente. Voi siete uomo di giudizio per

comprendere ciò che vi convenga di fare. Io vi protesto chiaro che,

fra due ore, sarò fuori le mura di Roma; perocchè io ho ancora da dar

conto della vita dei miei soldati, ed essi riposano sul mio senno e

sul mio onore. Partirò.

--E dovrei dunque esiliarmi, o meglio, mi esilieranno da Roma i miei

vassalli, nel punto proprio che io li aveva sottomessi?

--Questo è l'errore, beato padre. Essi non sono sottomessi di

niuna maniera; e ne sia prova i battaglioni che si vanno armando e

rinforzando per pagarci a misura di picche e di pugnale del gastigo

che abbiamo loro inflitto a misura d'azze e di lancie. Io doveva,

li aveva anzi promesso ai miei valorosi soldati, questi giorni di

stravizzo e di libero dominio sopra un popolo conquistato. L'ora è

passata. Questo bestial popolo, che non sa nè comandare nè servire,

si è riscosso. Andiamo in nome di Dio, se non vogliamo lasciarci la

vita. Udite a me, beato padre; non vi restate in bocca ad un lupo

affamato, irritato, con le mascelle armate di denti, e di niente

meglio avido che stritolar la sua preda. Dell'esizio di Roma più che

i Saraceni, i soldati e me, incolpano voi. Che sperate di più? chi vi

difende?

--Andiamo dunque, risponde Gregorio, ed in nome del Padre, del

Figliuolo e dello Spirito Santo, io maledico questo scellerato

popolo, che insorge contro il giusto e contro l'unto del Signore, che

oltraggia il suo donno, e si ribella contro il padrone. Andiamo, io

scuoto la polvere dai miei sandali, e lo lascio a bersaglio dell'ira

di Dio.

E sì imprecando, Gregorio usciva col Guiscardo. Il quale nelle sale

del palazzo trova Roberto di Loritello, venuto a farlo conto di aver

raccozzato buon terzo della truppa nelle vicinanze del Foro, che

Ben Hamed si studiava raccogliere i suoi, e che egli con una mano

di cinquecento cavalli poteva guidarlo sicuro al Foro, d'onde, alla

testa dell'esercito, uscire.

In effetti, quattro giorni dopo il suo ingresso a Roma, Roberto, a

suono di trombe ed a bandiera spiegata, ne partiva, recandosi nel

centro il pontefice Gregorio VII, tra le contumelie ed il corruccio

del popolo che lo tagliava alle spalle, lo grandinava di frecce, e

gli scagliava dalle finestre rottami di tegole ed altri corpi da

ferire ed uccidere. Per modo che, soventi volte la retroguardia fu

costretta far alto, tanto da tener testa alla plebe petulante che si

avventava loro addosso furiosa e burliera.

E così Ildebrando esulava da Roma, cui per trentacinque anni aveva

contristata di sue innovazioni, di sue pretensioni, col dispotismo,

col renderla scopo dello sdegno di tanti nemici, coll'istrapparle

il residuo di libero governo che ancora le rimaneva, con farla

devastare e bruciare da eserciti stranieri, e spogliarla di

ricchezze, di onore, di virtù, di brio e di valore, con imporle

infine il teocratico giogo, cui da lui in poi, per sforzi che avesse

fatti e molti e generosi, non ha saputo mai più togliersi. Egli ne

usci corrucciato, fiero nel volto e nei pensieri, disprezzandola,

maledicendola, disegnando in sua mente tornarvi, quando che fosse,

come il Guiscardo vi era venuto, e punirla della ribalda fellonia. Ne

usciva esecrato, schernito, vilipeso per porta Lateranense--nel punto

stesso che il fratel suo, tanto perseguitato ed odiato, l'antipapa

Clemente, festeggiato e tra le ovazioni del popolo vi entrava per

porta Toscana.

Roberto, alla testa del suo esercito, precedeva il pontefice. Al suo

fianco cavalcava la duchessa Sigelgaita, cui teneva dietro il suo

novello scudiere e favorito, Rolando da Siena.

II.

Queste colte sull'Emo,

Queste colte in Tessaglia erbe omicide

Pieghin colui che del mio mal si ride.

REDI.

Sigelgaita procedeva a fianco del suo consorte cupa e distratta.

Rispondeva a monosillabi, o non rispondeva niente affatto alle

domande che questi le indirizzava--e molto meno a quelle del

pontefice che, dopo aversi lasciata Roma alle spalle, dal corpo

dell'esercito era passato alla fronte. Solamente di tanto in tanto

Sigelgaita si volgeva al suo scudiero per dirgli ora una cosa, ora

un'altra, e chiedergli conto di alcun oggetto o di alcuna persona. Il

pontefice guardò in cagnesco Rolando, da lui fulminato di scomunica,

ma non fece mostra conoscerlo nè rammentarsi di lui. Egli lo scorgeva

in tanto favore della duchessa, altera e dispotica e comprendeva

che vanamente avrebbe porte rimostranze. Nè Roberto se ne incaricò

di vantaggio; consapevole dei modi di Sigelgaita. Che anzi, fino ad

un certo segno si piacque aver tirato dalla sua uomo tanto ardito

e tanto prode. Così che, mossero da prima per Montecassino, dove

l'abate Desiderio di ogni bello accoglimento li festeggiò, e subito

dopo per Salerno--allora la padrona dei mari.

Una sera il medico Guarimponto venne introdotto dalla duchessa

Sigelgaita.

Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 5 / 7 段