per patto alla mia dedizione che voi veniate rispettati e provveduti
di viveri, finchè il pieno volere del popolo e del senato romano
non vi ordini davvero di sbrattare il castello. Son sicuro che non
vorranno fare difficoltà, perchè una volta che mi abbiano avuto nelle
mani tutto cangia. Sa Iddio se non mi sarei volentieri lasciato
morire di fame qui... Ma trascinarvi alla perdizione con me!... Qual
colpa avete voi, uomini generosi, che dobbiate soffrir tanto? Eppure
se avessimo potuto reggere ancora una settimana o due, chi sa? Io
spero ancora in Alberada. Forse avrò torto, ma...
--Uhm! santo padre, voi non conoscete mica l'umor delle femmine.
Sono come quel famoso corvo dell'arca di monsignor Noè. Figuratevi
mo che ella voglia pensar più a due poveri vecchi papari, dei quali
alla fin dei conti non ha poi tanto a lodarsi, e pensarvi quando,
dopo non so quanti anni di prigionia, si trova libera, vicino ad un
figlio e ad una mezza dozzina di mariti, con la volontà e la potenza
di vendicarsi, senza forse saper che fare o poter nulla fare per
giovarci... Bah! Il mondo dovrebbe esser cambiato d'assai, ed il
diavolo dovrebbe fare ogni mattina la comunione, perchè colei si
curasse ancora di noi. Ed io che le aveva posto amore come a figlia!
Ma alla fin fine, ella ha altri doveri che la stringono più da
presso, e non può tradir l'antipapa, che l'è marito, per noi che le
siamo prossimo, e cattivo prossimo.
--È vero, mormora Gregorio dopo avere alquanto riflettuto. Perciò
appunto domani mi arrenderò. D'altronde, io non so poi da chi possa
aspettar sussidii. D'oltremonti no; perchè i Lombardi e gl'imperiali
guardano le chiuse: d'oltremare potrebbe soccorrermi Guglielmo il
_Conquistatore_ dall'Inghilterra; ma colui si è spiegato chiaro
che non vuol saperne delle cose della Chiesa, perchè ama meglio
consolidare il fatto suo. Vi sarebbe il Guiscardo da Grecia; ma
anch'egli ha colà i suoi guai--e poi col Guiscardo siamo a tali
termini che, a quest'ora, già contro di noi avrà patteggiato con
Enrico, e forse verrà sopra Roma a danno nostro. Sicchè non saprei
come Alberada possa fare per porgerci aiuti--a meno che non volesse
ricordare l'esempio di Stefania, la moglie di quello sventurato
Crescenzio che ha lasciato il suo immortale nome a questa fortezza.
Convinciamoci dunque, messer conte, che noi siamo ben folli a
sperare, come tutti coloro che sperano altrove fuori di Dio; e
rassegniamoci al nostro destino. Domani alzeremo bandiera bianca.
--Siete un famoso uomo se in questo stato di cose, beato padre,
conservate ancora la voglia di scherzare, dice Oddo incrociando le
mani sul petto e componendo la ciera ad alcun che di ironico.. Resa!
resa? Se voi favellate da senno, bisogna dire che la fame vi abbia
indebolito il giudizio. Voi lo avete detto che io non posso rendermi,
perchè tengo il forte pel popolo e pel senato romano, ed ancora da
costoro non mi è venuto ordine di dedizione. Voi poi, quanto a voi
non dovreste neppure sognarlo per ombra, perchè, mi porti il diavolo!
se quei bravi figliuoli di laggiù non vi taglieranno a ghiado appena
vi terranno nelle mani. Così che parmi che valga meglio morire
nobilmente qui, e morire martiri, anzi che andarsi a ficcare in mano
a quei demonii come un becco che s'incammina al macello.
--Ho resistito quanto ho potuto, Oddo, risponde Gregorio gittando
un sospiro: sono giustificato innanzi al mondo. Ora debbo pensare a
Dio, e Dio proibisce l'omicidio--cosa che io farei se, restando più
lungamente qui, rimorchiassi anche voi altri nella mia ruina. Dio
proibisce il suicidio. Mi uccidano essi.
--Ed avete dunque deciso?
--Domani di darmi a discrezione.
Oddo si siede con un moto di disgusto e mirando in volto Gregorio, e
tentennando il capo, brontola:
--Udite me, pontefice, perchè la ragione non mi vacilla ancora. Il
partito a cui volete appigliarvi è estremo, e comprendo anch'io che
un giorno l'altro io stesso debba fare questa pazzia; non già per me,
vedete, perchè per me non curo la vita meglio di un'asta spezzata. Ma
vedervi languire così... A buoni conti forse dovremo venire al punto
di tentare la fortuna della resa. Ma fino allora ci vuole ancora
alcun che.
--E di che si vive? l'interrompe Gregorio.
--Di che? sclama Oddo. Abbiamo qui alcune cuoia da rosicchiare, ed
io so per esperienza che con questi negozii, se non si fa stravizzo,
si campa la vita. Atteniamoci dunque a questo pasto per quanti
altri dì potremo, e vediamo come si mettono le cose. Abbiamo sempre
tempo di arrenderci, e non giungerà mai tardi. Ma ora... per tutti
i diavoli! non fosse che per decoro! Dovranno dire quei poltroni di
laggiù: trista canaglia, ghiotti marrani, avevano ancora i sandali da
ingoiarsi e non so quanti vecchi giacchi di bufalo; ed hanno alzata
bandiera bianca? Vigliacchi del diavolo! precipitiamoli giù nelle
fosse. E questo e' direbbero quei furfanti d'imperiali, mio bel papa,
se noi cedessimo adesso. E qual frutto ne caveremmo poi? Saremmo
svillaneggiati per avere alquanti dì più presto un capestro alla
gola, e penzolare ai merli delle torri. Mai no.
--Credete voi dunque ch'essi oserebbero?... dimanda Gregorio.
--D'impiccarvi e d'impiccarci? Magari! l'interrompe Oddo. Due volte
piuttosto che una. Or bene; udite me: mangiate questi correggiuoli, e
figuratevi proprio ch'e' fossero asparagi. Già tutto è immaginazione.
Son sicuro che quel benedetto abate di Cluny si astrarrebbe nelle
nuvole di Aristotile e mangerebbe un pezzo di calcinaccio per
formaggio. Fate dunque altrettanto voi. Poi si penserà alla resa.
Comprendo che voi lo vorreste solo per me. Ma mi porti il diavolo! se
io non lo farò per nuda considerazione di voi, quando il tempo a ciò
sarà giunto. Che preme al vecchio Oddo se muore anzi di fame, come
un lupo caduto in una fossa, che per un ferro di lancia nel petto, o
appeso a queste nere mura come un nibbio alla porta di un castello!
L'è tutt'uno: si muore sempre. Andiamo dunque, vediamo se codesti
bianchi denti sanno fare ancora il loro ufficio.
--Ma a che pro? dimando io; in chi speri tu dunque, messere?
--In chi? mai nel diavolo, in Dio, nella forza degli eventi, nella
gocciola d'acqua che fa straboccare il vaso, nel caso; insomma io
spero in tutto, in tutti, e non spero più in alcuno. Solo per onor
del mestiere non credo giunta ancora l'ora della resa. Ecco tutto. E
poi davvero dunque gli uomini sono affatto birbi! E chi sa, quella
povera figliuola di Alberada!... Mi dice il pensiero che poco fa
noi la calunniavamo. Era così buona, così rassegnata.. no: non si
dimenticherà così senza rincrescimento del suo vecchio Oddo, non
fosse altro! Partì piena di una fiducia che sembrava inspirata da
Dio. Mi si stringe proprio il cuore quando vi penso. Se non mi
danzassero sessant'anni sul capo, direi che ne sono innamorato
fradicio. Oh! sentite a me; mangiate: ella tornerà.
--Il mio partito è preso, Oddo. Domani mi vado a dare in braccio
all'arcivescovo di Ravenna. Non sai tu che colui mi è fratello,
messer conte?
--Lo so: me lo ha detto più di una volta Alberada.
--Ebbene, Guiberto è generoso--almeno lo era. Mi getterò in braccio
a lui, ed onta sia a questo infame popolo romano che abbandona il
suo padrone, onta a tutti i codardi re della terra, che sopportano
l'umiliazione di colui che rappresenta il re dei re; e che è loro
signor suzzerrino.
--Ma davvero dunque voi volete commettere questa minchioneria?
--Chiamala come vuoi, Oddo, sono in dovere di farla. Dovrei dar conto
a Dio se altrimenti mi conducessi. Hai capito? dovrei darne conto a
Dio che ha detto: _Conserva te stesso--e cadrà sul vostro capo tutto
il sangue del giusto che sarà versato sulla terra_.
--Giacchè dunque in questo affare vi è entrato di mezzo Iddio,
bisogna pensare come cavarcene. Per tutti i diavoli! Chi avrebbe
pensato che Dio potesse venire a ficcare il naso in una scodella di
cuoio bollito, ed in una rocca assediata! Ma giacchè la cosa sta
così, si farà come voi dite. Però dovete lasciarvi regolare da me
che m'intendo meglio di queste cose, e mi prometto di non farvi fare
bestialità e codardie. La faccenda si condurrà con decoro e prudenza.
Restiamo dunque fermi su ciò, e ci penseremo domani.
Ed in effetti, avendo Oddo il domani trovato risoluto Gregorio nel
proposito di uscir dal castello, alza pennone bianco, e salito sulle
mura dei baluardi dimanda a parlamentare. Ben presto si presenta
un araldo dell'arcivescovo. Al quale fatto intendere che e' voleva
andare ad abboccarsi con lui onde rendere la fortezza, l'araldo si
reca al palazzo di Laterano, e torna subito con la risposta, che papa
Clemente III dava sicurtà sulla sua parola per la vita e la libertà
del parlamentario, ed al palazzo lo aspettava.
Oddo dimanda che queste promesse Guiberto mettesse in iscritto, e
che per lui guarantissero, con la propria firma, anche Ulrico da
Cosheim, Baccelardo e Goffredo di Buglione. Al che avendo assentito
tutti, l'araldo riviene con la pergamena così foggiata, cui Oddo, da
star dalle torri; tira su per una cordicella, e porge a leggere a
Gregorio. E perchè ogni cosa andava in regola, il castellano esce,
facendogli chiudere alle spalle la postierla, ed al palazzo di
Laterano si conduce.
Una folla immensa di popolo e di soldati si strinse a far ressa
intorno al castellano, curiosi di vedere da vicino un sì famoso
uomo, che solo, con una mano di vecchi balestrieri, aveva saputo
tener fronte a tanta truppa, e solo non cedere, mentre tutta Roma
soggiaceva all'oste tedesca. E davvero che ognuno maravigliava,
segnatamente la marmaglia, perocchè corto, smilzo e laido era il
castellano. Così che gliene dicevano attorno delle belle e delle
curiose. Ma Oddo non curava nè punto nè assai il cincischiare che
gli facevano addosso, perchè in quel momento tutt'altro gli girava
pel capo. La folla però cresceva anche peggio presso la dimora
dell'arcivescovo. E non vale il dire se i soldati usassero i poderosi
argomenti dei calci delle lance per tenerla addietro. Ma la serra
aumentava, volendo ognuno guardarlo in viso e dir la sua; chè tra
le plebaglie curiose per sè, le più curiose e facete son quelle di
Napoli e di Roma. E più di tutti nella calca si addentrava un romeo,
il quale, malgrado le punzonate ed i gomiti ne' fianchi che più
di una volta gli mandarono manco il respiro, giunse fin presso al
castellano, sì che potè zufolargli all'orecchio: Resistete!
E gli cacciò in mano una cartuccia ripiegata.
À quella voce il castellano si volge incontanente, facendo un salto:
ma perchè stava per metter piede nella corte, una mano di soldati
respinge il popolo a furia di percosse, ed ei si trova divelto dalla
persona cui voleva riconoscere. La voce però era la sua; la carta
chiudeva già in grembo; ed il consiglio di mantenersi fermo giungeva
opportuno e gradito. Oddo cangia di un tratto il suo _ultimatum_.
Non è a dirsi se l'arcivescovo di Ravenna ed i caporioni
dell'esercito di Enrico lo stessero ad attendere. Fu ricevuto per
ogni attestato d'onore e di riverenza, come a tant'uomo convenivasi,
e come coloro, prodi e generosi anch'essi, solevano verso chi la loro
stima meritava. Oddo non si perdette in molte parole. Li ringraziò
delle accoglienze cortesi e disse come egli non venisse già per
cedere il castello, che avea avuto in consegna pel senato e pel
popolo romano e che a costoro soli dovea rendere quando a lui, conte
Oddo da Nemoli, sarebbe sembrata ora convenevole; ma per patteggiare
la dedizione di papa Gregorio. Un lampo di gioia sfolgora nel volto
a Guiberto. Di ogni passata ingiuria e di ogni durezza di Ildebrando
e' si sentiva di già soddisfare. Risponde quindi che cedeva a tutte
le condizioni onorevoli, col suo grado e con le rispettive posizioni
conciliabili, e che ne rimetteva la proposta a lui stesso, conte Oddo
da Nemoli, come colui che meglio d'ogni altro sapeva quali fossero
i debiti di cavaliere e di soldato. Questo tratto di cortesia e di
confidenza imbarazza Oddo. Uomo d'onore, egli conosceva fin dove le
sue pretensioni potevansi estendere senza aver taccia di impudente o
di sciocco. Dimanda perciò, prima di tutto, che, quanto si sarebbe
convenuto rimetteva all'approvazione di Gregorio stesso--anche per
aver modo di far leggere quel benedetto scritto datogli da Alberada.
Poi chiese: 1.º al papa risparmiata vita e libertà egualmente
che a tutti i suoi proseliti; 2.º la causa dei due pontefici è
dell'imperatore discussa da venti vescovi e da venti baroni, scelti
quindici dall'imperatore Enrico, quindici da lui, Gregorio, e dieci
da Guglielmo il _conquistatore_ d'Inghilterra, come re neutrale; 3.º
infine, la città di Roma, fino alla decisione finale del giudizio dei
commissari, stabilito a Torino pel dì dell'assunzione della Vergine
di quell'anno, sgombrata da ambo i partiti e lasciata al governo
libero del senato e dei patrizii romani.
I due primi patti furono accettati incontanente; l'ultimo, siccome
riguardava ancora l'imperatore che avea occupato la città, e
l'imperatore non vi era, ributtato. Del che, essendosi contentato
Oddo, che già bruciava leggere la scritta di Alberada, e che sentiva
ancora risonarsi l'orecchio di quel _resistete_, si stese protocollo,
firmato dall'arcivescovo e dai capitani di Enrico, ed Oddo al
castello ritorna per ottenere l'assenso di Gregorio.
VIII.
Tal fean de' Persi strage: e via maggiore
La fea dei Franchi il re di Sarmacante,
Ch'ove il ferro volgeva o il corridore
Uccidea, abbattea cavallo o fante.
_Gerus. Liber._
«Beatissimo padre, diversi pericoli del viaggio mi hanno ostato
giungere molti giorni prima, e confortare il vostro coraggio. Roberto
Guiscardo assedia Aversa con esercito, di trentamila fantaccini e
settemila cavalli, perchè il principe di Capua, Giordano, gli ha
messi ostacoli al passaggio. E' sarebbe capitato qui otto giorni più
presto, se non avesse dovuto ridurre a soggezione Oria, e distruggere
Canne, ribellate. Arriverà sicuro domani o diman l'altro, perchè
lascerà manipolo di truppa per l'assedio di Aversa, se innanzi non
si renda. Tenetevi saldo. Molte altre cose vi dirò a voce, dove che
al conte Oddo riesca questa notte aprirmi la postierla del castello,
e la vigilanza delle scolte non me lo impacci. Mi presenterò alla
porta sulla mezzanotte varcata, e farò segnale di tre colpi: indi
darò voce. Dio mi faciliti il modo di farvi pervenire questi avvisi.
Benedite Alberada».
Non appena Oddo ebbe udita leggere questa scritta che cominciò a
saltare come ragazzo per la gioia. Gregorio restò mutolo, nè segno
alcuno di commozione dal suo volto trasparì.
--Lo diceva io, gridava il castellano fregandosi le mani gaudioso,
lo diceva io che quella brava figliuola non poteva mancare? Mi porti
il diavolo se non è dessa la più santa delle figlie d'Eva! Recarsi
fino in Grecia! Andare a supplicare quel birbone che la ripudiò come
la donna di un bovaro! Rinunziare a tutto! Affrontare Dio sa quanti
guai per due... vale a dire, il tristo siete stato voi, padre beato,
che le ne avete date a sorbir delle belle. Io ho fatto quanto ho
potuto per addolcirne il destino. Ebbene, mi affoghi l'inferno, se da
ora innanzi non la tratterò come una regina. Povera creatura! povera
creatura! Ecco, maestro mio, se non è vero che il mondo è storpio per
due terzi, e che le cose camminano a sproposito.
--Non lo avrei mai creduto! sclama infine Gregorio già fuori di sè da
un pezzo. Due che ebbero più ingiustamente mali da me? Non lo avrei
mai creduto.
--Mi porti il diavolo, se non penso anch'io così. Ma la cosa è
proprio come ella la dice... però se non avete dimenticato di
leggere. Per me già non mi è potuto mai entrar nella memoria
quell'affare di sillabe e di lettere. Che affare, dannato! Ho domati
cavalli, ho addestrati falconi, ho difese piazze e castella, ho
affrontati nemici, Dio sa quanti! e quattro birbe di lettere ebbero
a farmi perdere il cervello e la pazienza. Mai più, mai più. Andiamo
adesso: che dobbiamo rispondere a quei bell'imbusti di laggiù?
Perchè qualche cosa di sicuro dobbiamo rispondere--non fosse che per
mostrarci venerati cavalieri.
--Ecco, riprese Gregorio, con tuon fermo, rilevando la testa,
componendo il sembiante ad aria severa ed altera: farete loro sapere
che sbrattino la città; che l'infame antipapa si constituisca nostro
prigioniero nel palazzo di Vaticano; che ci diano ostaggi di sicurtà;
e che gl'invasori di Roma si obblighino di aspettare il nostro _lodo_
sulla penitenza che vorremo dare loro per aver osato avvicinarsi a
mano armata alla sede di Pietro. A questi, e non altri patti, noi
usciremo di qui. Andate, e fate saper loro i nostri voleri.
Oddo lo guarda in volto di una maniera significativa e curiosa, poi,
crollando il capo e mettendosi le mani alla cintura, soggiunge:
--Sentite, messer papa, siamo stati alcuni mesi insieme e mi dispiace
che non mi abbiate ancora conosciuto. Codesta è risposta di un
poltrone e di un traditore... non corrugate il ciglio, perchè con
me già non caverete nulla, e bisogna che la cosa io ve la spippoli
come la mi frulla pel capo. Quella risposta dunque io non posso dare,
perchè io sono onorato cavaliere, e non mi piace pescarmi giusto alla
vecchiaia il caro epiteto di vituperato e di folle. Uditemi bene
dunque: o cangiate proposito, ed io recherò a quei valenti baroni la
ragionevole vostra intenzione, ovvero, e farete meglio, salite voi
lassù dei merli e dite loro scomuniche, perchè io me ne lavo le mani
come il conte Pilato.
Gregorio fulmina di terribile occhiata l'ardito castellano, e senza
aggiunger altro sale sulla torre, strappa il bianco vessillo, ed
avvicinatosi al merlato lo precipita giù nella fossa lacerandolo, a
vista degli araldi dell'oste che aspettavano risposta dal conte Oddo.
Un grido di furore scoppia fra tutta la gente, che, guardando al
castello, intorno adunavasi, ansiosa vedere una volta terminata una
lite che di sì aspro governo travagliava la città. Gli araldi corrono
al palazzo Laterano onde tenerne conto papa Clemente ed il consiglio
dei baroni. Ma quivi e' trovano le cose già mutate. Imperciocchè
un corriere del principe di Capua, giunto in quel punto, veniva a
prevenire dell'imminente arrivo del Guiscardo. Quindi nulla più si
badava alle spavalderie del cattivo Ildebrando.
Roberto era aspettato, e dal dì che giunse Rolando già considerevoli
apparecchi per debitamente riceverlo approntavansi. Non si pensava
però ch'e' sarebbe venuto così tosto, nè che il principe Giordano
gli avesse opposta così corta resistenza. Roberto calcolò meglio le
sue mosse, e marciò sopra Roma anche più presto di quel che Alberada
aveva promesso al pontefice.
I baroni, partigiani dell'imperatore e dell'arcivescovo di Ravenna,
tennero consiglio. Si riassunse la somma delle cose, si fe' censo
delle truppe, e si stabilì un piano di difesa, giusta i consigli del
Buglione, non per anco in istato di vestire le armi. La città si pose
in punto d'armi, chiuse le porte, guarnite le mura ed i forti, e si
attese l'oste del Guiscardo.
Il senato ed il popolo romano dall'altro lato, imbestialiti contro
Gregorio che chiamava loro addosso novello guaio, dopo averli
involuti in quattordici anni di sventure e di mine, risolsero ad
ogni modo non volerne più di lui, e difendersi contro il duca di
Puglia. Così aggiustate le cose, con minor tumulto di quel si sarebbe
paventato in simile caso, si distribuirono pei rioni e sui baluardi.
In tutta la giornata non comparve alcuno, nè alcuna cosa si seppe
dell'inimico. Sul far della sera però capitarono spie a spron battuto
ed annunziarono, il Guiscardo avere alzati i padiglioni verso
Velletri, sicchè non prima del meriggio del domani avrebbe potuto
presentarsi sotto Roma. Malgrado la notizia, Guiberto ordinò alle
truppe veglia d'armi sulle mura, dove accesero moltiplici fuochi,
sia per iscorgere se novità accadesse laggiù nel piano, sia per
dissipare la virulenta mofeta che con le tenebre si stendeva qual
fitto nebbione sulla città. Sano consiglio ed accorto. Imperciocchè
Roberto aveva solamente simulato di passare la notte a Velletri, ma,
come le tenebre occuparono intiero il paese, egli aveva comandato
togliersi il campo e cavalcar sopra Roma. Ed in effetti vi voleva
ancora un tantino per l'alba, quando quei che vigilavano sugli spaldi
s'avvidero di lui, e chiamarono alle armi.
Allo spuntare del sole già il Guiscardo spiegava la sua truppa verso
porta Latina.
Noi non descriveremo per minuto i fatti di questo vigoroso assalto ed
ostinata resistenza, per tema di fastidir quelli dei nostri lettori
che non troppo bene se la dicono con la storia, e perchè ne abbiamo
abbozzate veramente a sufficienza di battaglie e di opere di guerra.
Basti dire, che Roberto Guiscardo, Sigelgaita coi Saraceni di Lucera
cui aveva tolti a condurre, e Ruggiero, e Ben Hamed da un lato; e
dall'altro Rolando, Ulrico di Cosheim, Guiberto, Baccelardo, e quanti
abbiam veduti caldeggiare per Enrico, fecero miracoli di valore. Anzi
Baccelardo e Guiberto, non paghi del travaglio che davano al nemico
da star sulle mura, apersero porta Asinaria, oggi Lateranense, ed
uscirono, per forte caricare i Saraceni ed i cavalli condotti da
Ruggiero, altro figliuolo di Guiscardo. Quel fatto pose la gioia nel
cuore di Roberto, che ormai vedeva i suoi vacillare; il Buglione
sgomentò.
Roberto ordinò ai baroni calabresi ed ai cavalieri normanni serrarsi
ad ordini spessi, perchè allora la cavalleria non formava mai più di
una fila sola e rarissimamente due, non volendo, come signori, alcun
combattere dietro l'altro; e si avanzò per pigliare la pugna. Il
Buglione mandò più volte a scongiurare Baccelardo e l'arcivescovo che
con lenta e combattuta ritirata rientrassero nella città. Ma questi,
impegnati in caldo attacco, non potettero secondarlo. Goffredo
cangiò piano di combattimento. E' spiccò Rolando coi cavalieri
romani a rinforzarli; ma previde già che il nemico sarebbe penetrato
nella piazza. Questo squadrone testeggiò i cavalieri di Roberto,
ed impedì per allora che si girassero negli ordini dei soldati di
Guiberto e di Baccelardo e sussidiassero i mezzo rotti Saraceni.
Ulrico di Cosheim intanto coi mangani e con le frecce spazzava i
Pugliesi che, accalcati a porta San Lorenzo, tentavano sfondarla; e
sì maledettamente li trattò, che sbrancati corsero a cercare asilo
dove più calda ferveva la mischia. All'arrivo di costoro, la cosa
non bilicò più. Roberto caricò di più vigore. I soldati di Rolando
piegarono, e rinculando sempre, cercarono ricovero nella città. Il
duca vi si cacciò con essi.
Dall'altra banda, Ruggiero fu tratto da cavallo mezzo morto per mano
dell'arcivescovo. Questi, fatto segno di Ben Hamed e di Sigelgaita,
indietreggiò, opponendo sempre la fronte e tempestando colpi, sino
a che dai suoi non fu trascinato dentro. Baccelardo, costretto a
retrocedere, perchè gli avevan spaccato l'elmo sulla testa, spezzata
la spada, morto il cavallo, e portato via lo scudo, rottesene le
guigge dando col punteruolo di mezzo sul capo ad un Saraceno che lo
travagliava col pugnale. Per lo che, entrati dentro Roma, confusi
assalitori ed assaliti, più feroci badalucchi principiarono. Non
crocicchio, non strada, non piazza mancava di zuffa. Nelle corti
stesse, nei chiostri, nelle chiese, e duelli a corpo a corpo e
mischie in molti inferocivano. E nè i Romani cedevano, nè quei del
duca stancavansi, avvegnachè considerevolmente menomati; tal che
forse in Roma avrebbero trovata la tomba se più a lungo fosse durato
il giorno.
Ben Hamed però, vedendo che non si sarebbe venuto mai a capo di
domare gli ostinati Romani, immaginò distoglierli dalla difesa, e
comandò ai Saraceni d'incendiar la città. Non appena l'emiro aveva
profferito l'ordine, che questi distribuironsi a piccoli gruppi,
inondarono i quartieri, e coadiuvati dai Calabresi e dai Pugliesi,
già rotti al saccheggio, appiccarono fuoco a più punti di Roma, e
segnatamente a San Giovanni a Laterano. Il vento, mosso da poco,
aumentò le fiamme e le propagò. Sicchè, in brev'ora, quanto ergevasi
dal Laterano al Coliseo è tutto ridotto in cenere. I Romani allora,
per salvarsi dal fuoco e spegnerlo, lasciano di osteggiare la truppa
del Guiscardo, e quei soldati, non avendo più a difendersi, si
sciolgono ad ogni maniera di rapine e di sacrilegii, non rispettando
tempii, non chiostri, non l'onore delle donne, non l'innocenza dei
fanciulli, non la canizie dei vecchi. Roma mutasi in sentina di ogni
delitto e di ogni oltraggio al pudore ed alla religione.
Gregorio intanto, come Nerone, dall'alto delle torri di Castel
Sant'Angelo contemplava l'esizio e la mina della sua città.