celebre Costantino d'Africa, cancelliere del duca e dotto medico,
avevano potuto convincerla che di assai poco momento quel suo
malessere fosse.
Guarimponto era anch'esso uomo di grande fama e bell'ornamento
della scuola salernitana, allora e poi sì rinomata. Poteva contare
settant'anni. Alto della persona, cui nemmeno l'età e l'abitudine
allo studio avevano incurvata, portava capelli corti e barba assai
lunga, avendo conservato il costume longobardo, longobardo esso
stesso e fiero da non aver voluto mai piegarsi nè agli usi, nè
al dispotismo normanno, nuovi padroni di Salerno. La sua bianca
barba gli scendeva profusa sul petto e con assai maestà spiccava
sulla di lui tunica chermisina. Egli ostentava gravità, o meglio
malinconia. Perocchè si compiaceva assicurare di non aver giammai
riso, dal dì che il suo allievo Gisulfo fu costretto esulare dalla
dimora e dagli Stati del padre suo. Un paio di occhi grigi però,
vivaci ed irrequieti, che scintillavano nelle orbite incavernate,
sopra le quali irte, folte, e nere tuttavia, sporgevano le ciglia,
indicavano, egualmente che il naso volto della punta all'insù, che
assai lungi della tristezza e più vicino alla tristizia egli fosse.
La sciatica--ed e' vantava le più brillanti guarigioni di questa
malattia, ed i più sicuri lattovari--la sciatica gli aveva rattratta
una gamba; così che la strascicava dritta ed inflessibile come
stecco, e, camminando, sembrava ad ogni passo fare una riverenza.
Cosa che assai gli toglieva di serietà, maggiormente perchè, fingendo
il divagato, lasciava strisciar nella polvere il lungo suo manto
scarlatto, sopra del quale i monelli delle piazze, quando ei passava,
sedevano e si compiacevano farsi da lui saporitamente rimorchiare.
Guarimponto si presentò alla duchessa, cui aveva conosciuta fanciulla
ed addestrata alla musica ed alla gramatica. Giunto sotto l'arco
della porta, si ferma per contemplarla. Poi, dopo essere stato alcuni
instanti in quella postura, tira innanzi così angaione, e giunto al
letto dell'inferma gitta un sospiro e sclama:
--_Fugit irreparabile tempus!_ Gli antichi simularono il tempo sotto
la figura di Saturno che divorava i suoi figli, e furono sciocchi.
Conciofossecosachè ciò che si divora si smaltisce; ciò che si
smaltisce muta di forma, ciò che muta di forma non si riconosce più,
ciò che non si riconosce più si obblia, e noi--noi mastro Guarimponto
ricordiamo di voi, vi abbiamo ricordata sempre, leggiadra duchessa
Sigelgaita, degna di migliore ventura!
--Mastro Guarimponto, l'interrompe Sigelgaita, abbiamo bisogno di te
e della tua dottrina, non del tuo compatimento. Noi stiamo male.
--La dottrina è una grazia che Iddio concede ai suoi eletti come
il sole, perchè illumini tutti e tutti se ne possano giovare. Per
la qual cosa, nostra bella duchessa, noi non ci rifiuteremo mai
ai vostri bisogni; ed eccoci qui per iscacciare, con la spada di
Azzaele, l'angelo della malattia che vorrebbe stendere la mano
sulla vostra persona. Dite dunque, dov'è che avete male, duchessa?
Datemi qui il vostro polso, perchè la sfigmica è come la vôlta
cristallina dell'empireo, sopra la quale si chiodano le stelle, ed
in essa il medico, che ha l'occhio della scienza, legge il principio
di malignità che s'insinua nella fibra della macchina umana. Dite
dunque, bella duchessa, dov'è che avete male?
Sigelgaita provava irresistibile tentazione di far gittare dalle
finestre mastro Guarimponto; non pertanto si contenne ancora e
rispose:
--Male al cuore.
--In fatti, bella duchessa, deve esser così! E se la luce di
quella finestra non fosse stata attenuata tanto, e le tenebre non
cominciassero ad involvere la terra ed il mare, io ve lo avrei
detto dal bel principio, perchè si legge già dal _palloris vultus,
anxietatis, membrorum tremoris, difficilis respirationis, oculorum
languoris_, ed altro che Avicenna soggiunge, trattarsi _de cordis
affectione_. Ed Aetio, nel secondo de' Tetrabibli, ha giudicato che
_celerrima pernicie instat corde affecto_.
Sigelgaita sentiva scoppiarsi. Si solleva dunque sul letto ed ordina
alle sue damigelle:
--Uscite.
Poi voltasi a Rolando, che dall'altro lato del letto, con le braccia
conserte, guardava il famoso Guarimponto, gli ordina:
--Chiudete l'uscio. Quindi rizzatasi affatto sulla metà della
persona, grida:
--Che la peste ti soffochi, pezzo di birbo, tocco d'asino. Dove vedi
tu dunque tutte codeste corbellerie che ci hai spacciate, e codesta
pernicie nel nostro male, se noi stiamo meglio di te, meglio di una
sposa che va a nozze, meglio del diavolo che ti porti?
--_Euge serve bone et fidelis!_ sclama Guarimponto senza scomporsi,
dopo aver udita fino alla fine la collerica diatriba della
duchessa. Sempre la stessa, sempre quel brio, sempre quella vita e
quell'ardimento! Noi credevamo che vi foste mutata, e perciò appunto
abbiamo voluto stuzzicare la vostra pazienza, come l'alcali stuzzica
lo starnuto--che, se nol sapete, è _diaphragmatis contractio_ come lo
ha definito Egineta. Ma no, bella duchessa, _summa cum animi lætitia_
noi vi troviamo sempre la stessa, sempre la Semiramide del nostro
secolo.
--Per le sante ossa di Caino quest'uomo ci farà perdere la pazienza,
mormora Sigelgaita rivolta a Rolando.
Rolando non le risponde. Ma girando dall'altro lato del letto, si
appressa al medico, e mettendogli una mano sulla spalla, con una
grazia che il povero medico si senti quasi slogar la clavicola e si
piegò, gli dice:
--Senti, compare. Che abbi voluto celiare fin qui, chè anche noi
abbiamo fatto da burla, te lo perdono. Ma adesso, poni mente a ciò
che madonna sarà per dirti, e ponci mente veh! perchè se niente
niente mi avveggo che ti torna la frega delle parole latine e di
dir cose che noi non comprendiamo, netto e sollecito ti gitto dalla
finestra. Mi hai capito?
--Voi vi spiegate con una facondia che incanta, messere! balbetta
Guarimponto, grattandosi la spalla intormentita. Andiamo dunque in
nome di Dio! Giacchè nulla vi bisogna dalla nostra scienza, e badate
bene che la medicina è scienza, avvegnachè quel guastamestieri
d'Ippocrate la dica _ars longa_... perdono! avete detto che non
volete latino. Dunque cosa ci avete a richiedere, se nulla dalla
nostra sapienza vi occorre?
--Ecco qui, mastro Guarimponto. Noi sappiamo da lungo tempo come tu
sii famoso nel cavar dall'altro mondo i morti e mandarci i vivi di
questo...
--Voi dite la verità, bella duchessa.
--Non c'interrompere. Sappiamo pure che niuno meglio di te conosce le
virtù secrete delle piante e delle pietre, non che degli animali...
--Che vivono nei quattro elementi; dappoichè noi siamo di avviso che
anche nel fuoco vi debbano essere bestie...
--Ma pel vero Iddio, Guarimponto, abbiam detto che non vogliamo
essere interrotta, comprendi?
--_Parce mihi_... scusate, dimentichiamo sempre che quel galantuomo
abborre dal latino, come _natura haborret a vacuo_... scusate,
scusate. Questo maledetto latino ci piove in bocca come la manna nel
deserto. Sicchè non v'interromperemo più. Favellate, bella duchessa.
--Ebbene, maestro Guarimponto, saresti tu al caso di distillarci un
qualche succo, o darci qualche polvere che sapesse insinuare nelle
vene di un uomo morte lenta ed inevitabile?
--Non altro che questo?
--Saresti tu dunque capace?
--Ih!! Ma volete voi avvelenare mezzo il genere umano? Maestro
Guarimponto vi darà tal filtro da non farlo vivere due ore.
S. Pier Damiano chiamava quest'uomo _vir videlicet honestissimus_.
Ah! come i santi s'ingannano sovente!
--Noi non chiediamo più di quel che ti abbiam detto, Guarimponto,
riprende la duchessa. In questa borsa son cento monete d'oro per
comprare il tuo veleno ed il tuo silenzio. Quell'uomo ha un pugnale
per guarirti della malattia di rivelare i segreti.
--Lasciamo stare i pugnali, bella duchessa. Noi non conosciamo
ancora, benchè tutto noi conoscessimo, un contraveleno per la pianta
pugnale. Non vogliamo perciò assoggettarci a quell'esperimento,
perchè la nostra grande opera il _Passionarius_ non è compiuta
ancora. E voi vedete qual grave danno verrebbe alla scienza ed al
mondo se questo lavoro restasse non finito! Sicchè dunque, bella
duchessa, accettiamo invece gli _schifati_, che graziosamente
ci offrite, onde potessimo continuare le nostre sperienze, e
dimonstrare, come per un dente cavato ad un filosofo dell'_isola_
di Delfo e' fosse morto, essendo che _la midolla del dente, avendo
nel cerebro principato, al crepare del dente discese nel pulmone e
l'uccise_ (_lib. 1, c. 17, p. 44._).
--Un momento. Quanto tempo per operare vorreste dare a codesto vostro
specifico?
--Quanto ve ne piace, bella duchessa, risponde il dottore.
L'ordinaria sua incubazione è di un anno... Se vorreste che gliene
accordassimo meno...
--Sì: qualche mese ancora di meno.
--Ebbene il vostro piacimento sarà fatto.
--Bada però ch'e' non possa essere neutralizzato da altro antidoto.
--Questo è difficile, madonna, sclama Guarimponto sospirando. Perchè
vi ha un uomo, un demonio dovremmo dire, Costantino d'Africa,
il quale, al pari di noi, conosce i segreti della natura. Egli
potrebbe... ma all'uopo, se ciò accadesse, noi vi provvederemo di
altro lattovaro che accelerarebbe la catastrofe e che neppure il
prezioso sangue della fenice avrebbe virtù di annullare--e sì che
tutte le potenze malefiche il sangue della fenice annulla! come ha
detto Averroe.
--Va dunque, Guarimponto, e ricordati che hai promesso al mondo ed
alla scienza di terminare la tua famosa opera del _Passionarius_.
Alcuni giorni dopo, Roberto Guiscardo era sorpreso da indefinibile
malessere, sì che il suo cancelliero, Costantino d'Africa, vanamente
ogni sapienza adoperò. Perocchè al bravo uomo non andava mai la testa
ai lavori del suo degno collega Guarimponto, e si ostinava a credere
quell'infermità prodotto dell'aria infetta di Roma. Roberto ritornò
in Grecia, dove aveva lasciato il figliuolo Boemondo a proseguire
i suoi conquisti. E questo valoroso principe, nel tempo stesso che
il padre sbaragliava a Roma l'esercito dell'imperatore d'Occidente,
fugava in Bulgaria l'imperatore d'Oriente. Roberto pose in armi
grosse flottiglie, ed incontrato il navile greco unito al veneziano,
fra l'isola di Corfù e di Cefalonia, lo ruppe, mandò a fondo molte
galee, fece 2500 prigionieri, ed i rimanenti fugò. L'eroe di questa
vittoria fu Boemondo. Guiscardo disegnava lasciargli il ducato di
Puglia e di Calabria, in luogo di Ruggiero.
Sigelgaita comprese il pensiero di lui. Ella amava a dismisura questo
suo figliuolo. Eppure non disse motto. Solamente alcuni dì dopo,
Boemondo infermava gravemente, a tal che fu obbligato passare in
Italia, dove, ch'il crederebbe? per forte somma di oro Guarimponto lo
guarì, ed assai facilmente, ed in molto poco tempo.
Roberto intanto di sua infermità non riavevasi--e bene tutte le
mattine sorbiva disgustosa cervogia che a quest'uopo gli preparava la
dotta ed amorosa duchessa! Infine, mentre intendeva tutto a ridurre
Cefalonia ribellata, e ne conduceva l'assedio col suo figliuolo
Ruggiero, una mattina fu sorpreso da più grave malore. Per curarsene,
si fece trasportare a Casopoli, piccolo castello sul promontorio di
Corfù, e la duchessa andò con lui per assisterlo. Il male non cedè
punto. Ed il dì 6 di luglio il suo medico lo aveva abbandonato,
il suo confessore gli aveva resi gli ultimi uffici di cristiano.
Vestito dell'abito di frate, i capelli e la barba coperti di cenere,
Guiscardo agonizzava. Vicino al suo letto non erano che due persone.
Uscì in fine da lungo accesso di letargia, e dimandò da bere. Una di
quelle persone gliene porge.
--È fuoco che mi avete apprestato! egli sclama.
Uno scroscio di riso è la risposta che gli si dà. Allora Roberto apre
gli occhi, e vede Sigelgaita innanzi al suo letto. Questa lo sta a
considerare un instante cogli occhi divaricati, poi si accosta più da
presso e gli mormora:
--Monsignore, adesso che andate gloriosamente all'inferno, ricordate
di salutarci la vostra bella e virtuosa Alberada.
Roberto le fissa addosso gli occhi incristalliti, poi gitta un
sospiro e si volge dall'altro lato. Dall'altro lato gli si presenta
Rolando da Siena che ghignava diabolicamente. Allora terribile
pensiero gli corre alla mente, e forse tutto il nefando ed il laido
di quella storia comprende. Fa uno sforzo onde sollevarsi sui
guanciali un momento; le pupille acquistano un baleno di fulgore
vitale, e la mano alza, quasi avesse voluto fulminarli di una
maledizione. Poi cambia d'aspetto incontanente. Le guance tornano
pallide, le braccia accoglie a croce sul petto, gli sguardi dirige
al cielo, dice con voce chiara: Dio vi perdoni! Chiude gli occhi e
ricade supino sul letto.
Quei due gli si accostano per contemplarlo ancora. Era morto! Si
dettero un bacio ed uscirono.
Questo fu il compianto che l'ultimo sospiro di Roberto Guiscardo,
duca di Puglia e di Calabria, accompagnava. Questa la fine di un uomo
che aveva vissuti settant'anni di gloria, fondato un regno ed una
dinastia, non mai conosciuta la sconfitta, e che il più grande, il
più prode, il più generoso dei tempi suoi fu pure, malgrado le sue
colpe, malgrado i suoi difetti.
Le ossa attendono il finale giudizio del Signore nella cattedrale di
Venosa; abbiano requie, se vistosa tomba non hanno.
* * * * *
Gregorio VII lo aveva anteceduto di qualche mese.
III.
Vi lascia, e mesto e solo,
Senza più speme e con la morte in faccia
Va in altra parte di un sepolcro in traccia
CRONECK.
Appena Gregorio toccò la terra dell'esilio sembrò avesse perduta
tutta quella sua potente energia. Mandò suo legato in Lamagna Ottone
vescovo di Ostia, in cui trasfuse i suoi principii ed i suoi poteri,
e stette. Stette come torre sublime che sfida i secoli, e sfida
gli uragani. Era stanco. Aveva fatto troppo sciupo delle sue forze
morali; voleva riposarsi. Nè il desiderio gli mancò di riposarsi in
Dio! Non già che intieramente non guardasse il presente. Novelle
spiacevoli gli giungevano sempre da ogni verso, ed ei rifuggiva
ormai da dolori, a cui non sapeva prestar rimedio--nemmeno quello
della pazienza e della rassegnazione. Le cose attuali andavano male.
I suoi grandi sforzi erano stati inutili; i suoi principii non
prevalsi, e le sue parole non aveano fruttificato. Si compiaceva
perciò contemplar meglio il passato; il passato che sì forte e sì
glorioso era stato per lui! I due suoi più odiati nemici trionfavano.
Enrico trionfava in Lamagna, Guiberto in Roma; nè alcuno rammentava
più di lui, se non come un oggetto di spavento e di abbominio, che,
dopo aver prodotti tanti mali, codardamente si era ritirato senza
aver compiuta l'opera, senza aver combattuto sino alla fine. Ciò lo
contristava; ciò aumentava quella cascaggine di membra che i dolori
dello spirito avevano destata in lui e l'infievolivano ogni dì
peggio. Ma egli comprendeva, per quella vasta mente che avea sì vasto
disegno concepito, egli comprendeva che i tempi non lo propiziavano
più, e che bastava aver ardito di seminare le sue dottrine, perchè
altri secoli ed altri uomini le avrebbero maturate, avrebbero mietuti
i frutti.
Inoltre chi non sa che il vigore dell'anima si accompagna sempre col
vigore del corpo? E la fibra d'Ildebrando era usata con le pratiche
di penitenza, a cui fin da fanciullo nei rigori del chiostro aveva
dovuto piegarsi; usata dal lungo viaggiare per tutte le contrade di
Europa; usata da quella malvagia passione che chiamasi studio--e
lunghe e penose veglie egli aveva sopportate per addottrinarsi nella
difficile scienza dei padri--e lenta una tisi o corporale o mentale
con le notturne lucubrazioni nella macchina si insinua! Usata infine
per le protratte tensioni dello spirito, per i dissapori che senza
conto aveva sorbiti, per le gioie inaspettate, per gigantescamente
concepire e vegliare che il disegno s'incarni, per le passioni
indomite, selvaggie, ferrigne che si disputavano il suo cuore, per
l'amara necessità di reprimere gl'impeti di un temperamento di
bronzo, sì che Pietro Damiano lo chiamava il _clavigero apostolo_,
per il tarlo inesorabile della coscienza che alcune sue azioni non
sante gli riproduceva incessante, per il martirio infine dell'esilio
che è il più crudele dei martirii. Ond'è che in sul finire di
aprile del 1085 la lassezza era giunta a tale che non gli permise
più levarsi da letto. Ebbe bene Costantino Africano, mandatogli da
Roberto, a mettere in uso tutta la sua perizia. Il languore camminava
a gran passi, e col languore la morte. Il suo principio vitale era
consunto: la sua lampada brillava di luce vacillante.
Intorno a lui, senza mai darsi tregua nè mai per giorno o per notte
pigliar riposo, si affaccendava un giovane paggio lasciatogli da
Sigelgaita, che cure di figlio gli profondeva. Questo paggio, innanzi
al mondo si chiamava Corrado ed era quegli appunto di Baccelardo, ma
innanzi ad Ildebrando quel paggio era Guaidalmira--e tutta la misera
storia di lei egli già conosceva! Ma che può fare l'amore quando il
dito di Dio ha l'ora fatale designata, che può fare se non addolcirla
e spargerla di fiori e di speranze!
Sul cominciare di maggio, Gregorio si sentiva ancora più male. Si
convocò intorno quei pochi vescovi che ancora gli rimanevano fedeli,
e che con lui dividevano il pane dell'esilio. E come costernati ed
afflitti li vedeva a fargli corona, dal suo paggio e dal cardinale
Ugo Candido, il quale aveva cercato riconciliarsi con lui sapendolo
non lontano dal morire, si fe' sollevare alquanto sui guanciali, e
per voce indebolita e lenta, col volto estenuato e cadaverico, con
gli occhi incavernati, ma sempre lucidi e fieri, parlò:
--Diletti fratelli! L'ora mia è arrivata. Poco bene ho fatto quaggiù;
ma in questo momento di morte mi consola il testimonio della
coscienza, giammai avere agito contro il dettame di essa, ed il poter
dire: Ho amata la giustizia, ho odiata l'iniquità.
--Ah! santo padre, in quali tempi difficili ed in quali triboli ci
lasciate, dando in un dirotto pianto l'arcivescovo di Salerno sclamò.
--Confortatevi, fratelli, risponde Gregorio, fra breve sarò d'innanzi
all'Eterno, e raccomanderò a lui i miei figli e la mia Chiesa.
Confortatevi come i discepoli di Gesù si confortarono della sua
morte. Avete detto che i tempi son difficili, e ben diceste. Perciò
appunto rivestitevi della costanza degli apostoli, e brandendo la
spada di Paolo, con la carità e con la forza spargete sulla terra
le mie parole: perocchè, in vero vi dico, che le saranno messe di
grandezza per la Chiesa e per i suoi sacerdoti, e di gloria sì per
loro che pel Dio d'Israello.
--Oh! santo padre, chi ci reggerà dei suoi consigli, chi ci
illuminerà con la sua sapienza dopo che voi sarete ritornato nelle
gioie del Signore?
--Figliuoli miei, il mio testamento è di coraggio e di pazienza,
continua Gregorio. Io ho dato cominciamento ad un'opera che richiede
costanza, santità di costume, fiducia in Dio, vigore di mente e di
braccio, e l'inflessibilità di non ismarrirsi per rovescio, non
istancarsi per lavoro. Chi si sente forte e santo abbastanza pel
cimento, concorra alla terribile dignità dell'apostolato. Io credo
idonei già e maturi a tanto ministero, Ugo vescovo di Lione, Ottone
vescovo di Ostia, e Desiderio abate di Montecassino.
--E noi no? l'interruppe Ugo Candido.
Gregorio finge non udirlo e prosegue:
--Iddio illuminerà coloro che tal capo dovranno eleggersi. Ora,
figliuoli miei, andate. Io vi ho chiamati per darvi la mia estrema
benedizione, e per chiedervi perdono se mai opera o parola mia vi
avesse offesi e scandalizzati. Non occorre che voi perdiate maggior
tempo intorno ad un vecchio, che nulla più può fare alla vigna del
Signore e che picchia dei piedi la fossa. Andate, spargetevi per
la terra, e soccorrete il debole, rialzate il caduto, ristorate il
vacillante, edificate l'incredulo, e punite gli ostinati. Ma sopra
tutto, i figli d'Italia persuadete che si leghino fra loro, e giogo
di despoti e vituperio straniero non sopportino. Voi non avete più
che farmi. Vi ringrazio delle cure che mi prodigaste; ma più che me,
ora la Chiesa ha bisogno di voi. Andate, figliuoli, ed in nome del
Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.
Tutti quei circostanti, caduti in ginocchio, gli baciano la mano, e
bagnati da molte lagrime, ed oppressi da sincero dolore partono.
Non partì già Ugo Candido, non Guaidalmira.
Era il dì 25 maggio. Il languore di Gregorio toccava gli estremi, ed
uno stravaso di linfa al petto ne rendeva difficile la respirazione,
gli impossibilitava restare nel letto. Lo avevano perciò adagiato
sovra gran seggiolone e collocato presso ad una finestra, perchè
desiderava vedere l'ultima volta il sole che tramontava nella placida
ed azzurra marina. La finestra gli gittava un'onda di luce dal
petto alle gambe, ed imporporava la bianca tunica che lo covriva.
Ma un rosone a vetri colorati, praticato sulla finestra stessa,
dando passaggio ai raggi del sole, gli circondava la testa e la
bianca barba di luce così viva e così varia, che, al contemplarlo
da lontano, sembrava nuotasse in una conca d'iride, e scintillasse
del fulgore celeste dei cherubini. Ai suoi piedi era genuflessa
Guaidalmira, che, la fronte piegata nelle mani ed appoggiata allo
sgabello dei piedi di lui, pregava, straziata da dolor muto. Da un
lato del seggiolone, delle braccia conserte sul petto, in piedi
ed immobile si vedeva il cardinale Ugo. Dall'altro lato un frate
benedettino, cui, come e' disse, gli aveva mandato l'abate Desiderio
per confessarlo. Questi teneva il cappuccio abbassato, sicchè la
fronte e metà del volto covrivagli e stava del pari in piedi.
Gregorio con una mano cercava la testa di Guaidalmira, con l'altra
stringeva quella del frate. Già più non ci vedeva.
--Santo padre, voi dunque togliete la scomunica al re di Francia?
dimandava il frate per voce soffocata forse dal dolore.
--Gliela tolgo, rispondeva Gregorio.
--Santo padre, togliete la scomunica al re di Dalmazia? proseguiva il
frate.
--Gliela tolgo, diceva Gregorio.
--Ed al re di Polonia, santo padre?
--È morto, ma gliela tolgo.
--Ed al re d'Ungheria.
--Gliela tolgo pure.
--Ed ai vescovi e baroni che vi deposero nei concilii di Worms e di
Pavia?
--L'avevo tolta ad alcuni; la tolgo a tutti.
--Ed a Cencio, che tentò assassinarvi nella notte di Natale?
--Gli sia pur tolta.
Qui la voce del frate si arresta di un istante, poi, più cupa,
dimanda:
--Ed a vostro fratello Guiberto?
A questa parola il moribondo gli sottrae la mano, e, facendo atto di
volersi sollevare, sclama, di lieve rossore animando le gote:
--No, no, lo maledico. Escluso lui che usurpa la mia sede di Roma,
escluso Enrico che dicono re, esclusi i maligni che per consigli e
per opere favoriscono l'empietà d'ambedue, io stendo il perdono e
la benedizione di Dio su tutti gli uomini che credono fermamente e
confessano che io sono vero erede e vicario degli apostoli s. Pietro
e s. Paolo.
Il frate serba il silenzio alcun poco e cerca riprendere la mano
del moribondo vecchio, il quale tremava tutto come una foglia, poi
mormora:
--Ma, santo padre, egli vi è fratello! egli ha tentato tante volte di
riconciliarsi con voi, dimandarvi perdono...
--Ed io lo maledico, risponde Ildebrando convulso sempre.
--Egli è pentito delle offese che vi ha fatte; egli vi dimanda
perdono dei dolori che vi ha dati...
--Ed io lo maledico.
--Ma, santo padre, Gesù Cristo ha perdonato, morendo, i suoi nemici;
Gesù Cristo vi comanda di assolverlo, perchè Guiberto nell'errore
vi fece onta, ma poi ha pianto la sua colpa, e non vuol vivere, non
vuole morire prima di essersi riconciliato con voi, ed essere stato
da voi perdonato.
--Ed io lo maledico, lo maledico, lo condanno al fuoco eterno
nell'altra vita, ed al supplizio ed alla miseria in questa--e meno
lui e l'imperatore Enrico che scomunico, benedico tutto il genere
umano.
A tali austere parole, il frate ritira la mano con che aveva presa
quella del pontefice, si gitta alle spalle il capperuccio e furibondo
grida: