Dio la cura di dimandarvene conto. Voi avete esposto il messaggio
del vostro padrone, ed io mi sono taciuto, perchè ciò mi conveniva.
Non so perchè però voi sorgiate ad insultarmi quando io prego di
porgere ascolto alle instanze dello sventurato Gregorio. Se non
il riguardo di me, messere, perchè pei vinti non v'han riguardi,
dovevate rattenervi per quella nobile dama, e per questo giovane, che
è nell'età di apprendere azioni civili e generose.
Rolando stava lì per rispondere, ma Roberto gli taglia la parola,
tanto più che ferocemente vedeva accigliare il suo figliuol Boemondo,
e soggiunge:
--Signori, abbiamo udito le proposte di ambo i pontefici, ed in
che modo essi intendano valersi dell'opera nostra. Prima di darvi
risposta e' ci è d'uopo riflettere alle condizioni in cui ci
troviamo, e ciò che a noi convenga di fare. Udremo ancora i nostri
fedeli, e domani sì voi, ser romeo, che voi, messer Rolando, saprete
il partito a cui saremo per appigliarci.
--Voi farete il vostro piacimento, monsignore, risponde Rolando, e
vi atterrete a quel consiglio che stimerete il migliore. Però gli
è bene che abbiate presente, la parte di Clemente esser quella di
tutta Europa, e che i scarsi e mal sofferti proseliti di Gregorio
tornano esosi ad ognuno come il loro capo. Vi rammenterete inoltre
che l'obbedienza cui giurerete a Clemente è garante delle grazie che
troverete presso di Enrico, e delle quali, se mal non mi avviso,
avete pur d'uopo; imperciocchè questi è in Italia ed alla testa
di armata potente, e voi, mentre battagliate in paesi stranieri,
lasciaste sguarniti e poco difesi gli stati di Puglia e di Calabria.
Voi siete prudente ed avveduto, monsignore; le troppe parole tornano
inutili.
--Mercè dunque della pena che vi prendete di dirle, messer legato,
risponde Roberto crollando il capo bruscamente. Le considerazioni
che dovremo fare ben sappiamo. Voi tentate d'intimidirci con codesto
prospetto, ma perciò appunto c'indurreste a correre dal lato
opposto, perocchè noi amiamo andar mai sempre contro l'opinione e
l'aspettativa d'altrui. Nondimeno, a domani, messer legato.
--Ed io, monsignore, soggiunge il romeo, mi rassegno innanzi al
voto che sarete per profferire. Alla perfine, se tutti gli uomini
abbandoneranno lo sventurato sacerdote, lo proteggerà Iddio che suol
farsi compagno degli oppressi. Tra le sue disgrazie avrà sofferta
ancora l'onta del rifiuto, ed il disinganno di aver pensato generoso
il nemico. Temistocle non avrà trovato il suo Serse.
--Ser pellegrino, lo rabbuffa Roberto, Gregorio VII, creatura
orgogliosa che giammai avventurò nè parole nè opere, sapeva meglio di
voi a qual uomo si dirigeva. Andate, ed a domani.
E sì dicendo si alzava, ed i messi, inchinandolo, uscivano.
Dopo un poco di silenzio, Sigelgaita fissa gli sguardi su Roberto e
dimanda:
--Messer duca, non conoscereste voi per avventura quel romeo?
Roberto resta sorpreso della dimanda, ed a sua volta considera la
faccia di sua moglie fatta pallida. Poi, freddo freddo, risponde:
--No.
Sigelgaita piega gli occhi, e senza dir motto, esce.
VI.
Ben ai omais qeu sospir, e qeu plaigna
Qab parc lo cor non part, qan me recort
Del bel solaz, del ioi e del deport.
PERIOL D'ALVERNIA.
La notte era inoltrata, tutti nel castello dormivano. Solo il romeo
percorreva a lento passo la sua camera, soffermandosi di tratto in
tratto avanti la finestra per contemplare il tacito corso della luna,
ed il luccicare della marina. Egli aveva gittato il capperuccio
dietro le spalle e piegate le braccia sul petto. La luna gli
rischiarava il sembiante che, contornato dal nero abito, appariva
più pallido ancora. Gli occhi scintillavano, avvegnachè in quel
placido meditare della notte languidi e velati dovessero mostrarsi.
Egli attendeva qualcuno perchè ogni più tenue susurro la scuoteva
di un sussulto, perchè non distoglieva gli sguardi dal cielo se non
per guardare all'uscio che si aprisse. In effetti non passò guari
ed udì lieve rumore, e la porta si schiuse. Egli corre verso l'uomo
ravviluppato nella bianca cappa, il quale lento alla sua volta
andava, e tendendogli le braccia al collo sdama:
--Boemondo!
Colui si svolge dal manto, e gittandoselo dietro ai reni in una col
berretto, risponde:
--Non è desso, Alberada.
--Monsignore! grida questa, perchè il romeo era appunto Alberada: e
tirandosi un passo dietro soggiunge: Monsignore, che cercate qui, a
quest'ora? Io aspettava mio figlio.
--Egli verrà pure, Alberada, risponde Roberto lentamente, ma deh! non
ti rincresca che anch'io goda un'altra volta la delizia di parlarti
liberamente, e dimandarti perdono dell'onta che ti feci.
--Voi non avete bisogno di dimandar perdono, sclama Alberada commossa
nella voce, io non vi ho mai odiato, nè mai chiesi vendetta. Iddio mi
aveva destinata a percorrere una via di triboli; la sua volontà si è
compiuta. Cessate dunque dal dimandarmi mercè. La colpa non è vostra.
--Io fui un forsennato, Alberada, prosegue Roberto, la gelosia mi
tolse la ragione. Io ti aveva amata come niuna donna ho saputo di poi
amare di più. Andava sicuro che il tuo cuore non avesse mai palpitato
per altr'uomo che per tuo padre e per me, che il tuo pensiero non
si fosse rivolto che a Dio ed allo sposo. Sapere invece che diverso
affetto ti riscaldava, udirlo d'altrui quasi per celia, così, come
si racconta di Ginevra e di Lancillotto nelle veglie d'inverno, udir
che invita ti recasti al mio talamo, e che era passione per incognito
abbietto che ti stendeva nel sembiante quel velo di mestizia e ti
faceva trascorrere lugubri giorni! Ah! Alberada, se mai non ti
avessi amata, o debolmente, avrei allora posto a scrutinio il fatale
racconto dell'abate di Cluny, meditato sulla tua condotta, e non ti
avrei vituperata di un ripudio. Ma io bruciava del tuo amore; io
faceva eco a tutti i baroni che si dicevano: niuno è lieto di più
bella e virtuosa consorte come il Guiscardo! Mi credetti tradito,
e preso da impeto insano, nel punto stesso mandai per altra sposa,
seguii il messo, aggiustai le nozze, e travagliato da disperazione,
da ansietà infernale, da amore, da gelosia, da tutte le passioni che
possono far misero un uomo, escogitai la vendetta, ti feci preparare
le feste per la novella sposa, e nell'ebrietà del convito ti gittai
sul volto il ripudio.... Dio mi ha punito, Alberada, Dio mi ha
severamente punito. Perdonami e compiangimi tu pure, o se nol puoi,
almeno non disprezzarmi.
--Disprezzarti, Roberto, prorompe Alberada, e due lagrime lucide
e lente le solcano le gote, ed hai potuto pensarlo mai! Io non ti
ho apposto a colpa che tu m'abbi allontanata da te, perchè vado
convinta, in terra non muoversi stelo che a Dio non piaccia. Compresi
fin da prima che un'allucinazione ti aveva turbata la mente, e
desiderai questo momento di colloquio per giustificarmi teco. Ora tu
mi dici che sei sicuro di mia innocenza; ed io ti ringrazio che mi
abbi così tornati tranquilli i poveri e vedovi dì che mi restano a
vivere. La mia missione quaggiù fu di abnegazione. Mi sono rassegnata
da lungo tempo alla parte che Iddio mi ha destinata. Solo che ti
sappi felice appieno nel tuo domestico focolaio...! Ma a pochi,
o Roberto, è stata concessa la santa facoltà di amare; e questi
predestinati sono infelici.
--Sì, Alberada, a pochi fu concessa la virtù di amare con quella
pienezza che mi hai amato tu. Ma quei giorni sono svaniti coi sogni
della giovinezza. Se sapessi però che cosa ti potrebbe rendere
contenta la vita per l'avvenire....
--Il mio avvenire, Roberto, è scritto da lungo tempo. Quando mi
discacciasti da te a Melfi io mi ricovrai in un monistero di
benedettine a Grotta Minarda, e di là mi sottrasse con violenza
Guiberto, sì che fui costretta a tormelo sposo. Egli mi amò
sinceramente, ed anche io per riconoscenza l'amai; ma di quell'amore
che sfiora il cuore, come fa la brezza della sera passando sugli
aranceti da cui lambisce uno sprazzo di odori; di quella passione
calma e rassegnata che sa di stanchezza, che cerca tranquillità e
riposo. E lo confesso ben essermi violentata a riamarlo meglio per
corrispondere a quella specie di frenesia con che egli mi amava. Ma
nol potei, perchè una volta sola si ama nella vita, ed un uomo--e
fuori di quello ogni nuovo affetto è languido falso. A lui mi tolse
il fratel suo Ildebrando, che mi tenne chiusa tanti anni nel fondo
della mole di Adriano per divellermi da ogni tenerezza di questa
terra, e rivolgermi interamente a Dio.
--Scellerato! sclama Roberto.
--No, allucinato, risponde Alberada. Ho consumata dunque tutta
l'ostica tazza che aveva avuta a sorbire! Ora la mia posizione è
terribile. Quegli che adesso è mio marito si arma contro il fratel
suo che è l'inimico mio, colui che Iddio ci comanda di perdonare e
di amare. Io ho perdonato a Gregorio VII. Io mi sono intenerita alla
sua sorte da tanta altezza precipitato. Ho veduto il fiero vecchio
deciso a morire di stento, ma saldo e altieramente nobile, con
quella grandezza di convinzione che Iddio suol concedere solamente
ai suoi eletti. Gli ho promesso che sarei venuta ad implorare il
tuo aiuto, Roberto. Io non voglio che tu opprima l'uno per l'altro,
che ti dichiari contro uno dei due fratelli; mai no. Sarei ingrata,
sarei vituperevole. Voglio che ti rechi a Roma ad udire le ragioni
di entrambi, e metta pace fra loro. È opera di carità che chieggo
da te più che opera di valore. Mi appello in te più al cristiano ed
al cavaliere che al guerriero. Non negarmi la grazia di questa tua
temuta mediazione. Tu solo puoi stabilire l'equilibrio nelle cose
dell'Impero e della Chiesa, e portare la pace in questa desolata
Italia. Indi cercherò un chiostro dove morire dimenticata, e spero
nella misericordia di Nostradonna dei sette dolori che lungamente non
mi voglia lasciare allo spasimo di questa vita. Mi sento stanca, ho
bisogno di riposo.
--Alberada! e non speri tu dunque giorni migliori?
--No, Roberto, perchè io non potrei più godere senza far misero
altrui; perchè i giorni dell'illusione sono sepolti con quelli della
giovinezza. Sol che sappia avventurosi te e Guiberto; sol che sappia
felice il mio figliuolo Boemondo, la gemma dei miei pensieri! io non
desidero di più. Il mondo mi ha maltrattata; perchè ambire rimanerci
più lungamente? E poi, o Roberto, col lungo soffrire tutto acquista
una tinta squallida, come l'itterico vede giallo ogni oggetto.
Consolami dunque di quest'ultima gioia; fa che ritorni la pace tra i
due fratelli, tra i quali mi ha gittato fatale destino a cui presento
dover soggiacere; e poi che io muoia, perchè sento di restare inutile
ed arida sulla terra.
--Io verrò a Roma, Alberada, ed il tuo volere sarà pago. Tu però non
andrai incontro alla sconfortata solitudine che ti minacci. Vi è
ancora sulla terra qualcuno che ti ama col delirio dei venti anni,
che non trascorre giorno senza consacrarti un pensiero, talvolta una
lagrima, cui Iddio accetterà in iscomputo della sua colpa. Tu hai
ancora un figlio, un generoso e prode giovane cui sovente ho veduto
lagrimare di furto dove occorse favellare di te. Tu hai amici ancora,
hai il novello tuo sposo Clemente III, che perciò solamente mi
sentirei inclinato a favorire. E costui, e noi tutti che non faremmo
per te? Tu devi essere assolutamente una santa, Alberada, che non
covi odio contro Ildebrando, e vuoi a lui tornare angelo di conforto
e di speranza! Iddio non ti lascerà sconsolata. Tu non andrai a
seppellirti in un chiostro a finirvi oscura e solitaria una vita sì
nobilmente spesa!
--La mia sorte è decisa, Roberto. Se io fossi stata destinata alla
gioia, Iddio non me l'avrebbe interrotta nel più bel punto che
la teneva. Le mie condizioni peggiorano ogni giorno; mettiamoci
un ostacolo. Soffrirò un supplizio di cuore, ma i fatti crudeli
di coloro che per vincoli santi di amore a me si attengono non
giungeranno fino alla mia solitudine. Tiriamo quindi un velo sul
passato, e diamoci addio qui.
--Alberada, non distruggermi ogni illusione dell'avvenire, sclama
Roberto con entusiasmo, prendendole le mani. Io gemo sotto terribile
giogo: io non conosco più un'ora di sonno tranquillo: la mia vita
è un martirio di cui tu non puoi avere idea. Iddio creò la donna
perchè fosse all'uomo angelo di conforto e di pace; ed io.... ah!
no, Alberada, non rompermi il fascino incantato che mi fa vivere e
palpitare nel futuro.
E sì favellando Roberto si stringerà sul cuore le mani di Alberada,
allorchè questa, ad un rumore verso l'uscio, vi volge gli occhi, e
sotto l'arco di quello, al debole chiarore della luna, vede come una
fantasima nera, che, alta, ritta, immobile contemplava, e da lungo
tempo forse! quel gruppo che inconsiderato discorreva di altri tempi,
immemore del presente e delle rispettive loro condizioni. Alberada
gitta un grido, e Roberto, drizzato anch'egli lo sguardo a quella
parte e scorta la fredda figura che non faceva atto di muoversi o di
parlare, le va incontro e dimanda:
--Chi sei tu dunque, che osi ribaldamente avvicinarti a queste
stanze, a quest'ora?
La fantasima si svolge lentamente dal manto che la circondava, si
alza la tocca che le calava sulla fronte, e senza dir parola si fa
conoscere. Roberto si ritrae in dietro di un passo, e, non sapendo
che si facesse, porta la mano al fianco per cercarvi il pugnale, e
pieno di stizza grida:
--Alla croce di Cristo, madonna! chi ti ha dunque fatta tanto ardita
di spiare i passi del tuo consorte?
La duchessa Sigelgaita, che ella stessa era il fantasima, non
risponde, e raccogliendosi lentamente il mantello attorno la persona,
e tirandosi di nuovo la tocca sulla fronte, sta un istante a
considerare di occhio freddo ed immobile come quello dell'estatico la
coppia infelice, poi piega a terra lo sguardo, volge loro le spalle e
parte.
Lungo silenzio successe alla sparizione della duchessa. Alberada
tremava tutta di spavento, Roberto di rabbia. Infine Alberada
balbetta:
--Guai, Roberto, ella ha udito tutto! Quale terribile donna abbiamo
offesa.
E sì dicendo mezzo svenuta si lascia cadere sur una sedia. Roberto
non risponde, ed affidatala a Boemondo, che entrava in quel punto,
esce dalla stanza.
Lungo, tenero, straziante fu il colloquio della madre e del figlio.
Si dissero cento cose, si fecero cento promesse; e d'allora forse il
carattere di Boemondo acquistò quell'aria di fredda durezza e quella
sterilità di cuore che dimostrò di poi, come condottiero nella prima
crociata e come principe di Antiochia. L'alba li divise.... per
sempre; che due strade opposte dovevano percorrere gli sventurati.
Al domani, i due legati si presentarono a Roberto nel salone dove
soleva tener corte, e quivi fu loro fatto sapere che ei si sarebbe
recato a Roma per decidere la questione dei due pontefici. Rolando
comprese subito, dall'aria contegnosa del duca, che questi pendeva
per Gregorio e che verso Roma muoveva a danno di Clemente. Onde,
assumendo modi e parole che al suo carattere di soldato, di legato e
di uomo franco ed ardimentoso addicevansi, intíma la guerra a Roberto
e parte. Nell'uscire, la duchessa Sigelgaita, che la sua ardita
intimazione aveva udita, gli si fa incontro e gli susurra:
--Messer legato, raccomandatemi alle benedizioni di papa Clemente.
Rolando la stette a guardare attento per comprender netto il
significato di quelle parole, poi si accosta alla duchessa e le
mormora all'orecchio alcune frasi. La duchessa l'ode, poi risponde:
--A Roma dunque, messer Rolando.
Alberada, imbarcata sopra una galea del Guiscardo, partì anch'essa,
confortata di speranze per Gregorio, per Roberto trepidante. Vedremo.
VII.
Ya sabeis, vasallos mios
que habrá dos meses y medio
que el Turco puso à Viena
con sus tropas el asedio,
y que para resistirle
unimos nuestros denuedos.
Ben conozco que la falta
del necesario alimento
ha sido tal que rendido
de la hambre à los esfuerzos,
hemos comido ratones,
sapos, y sucios insectos.
MORATIN--_El cafè_.
L'arcivescovo di Ravenna, perchè noi seguiremo a chiamarlo così
malgrado la sua sacra pontificia, l'arcivescovo ebbe a darsi a tutti
i diavoli quando udì che Roberto Guiscardo, lungi dal giurargli
divozione, mandava pel suo legato Rolando ad intimargli la guerra.
L'imperatore Enrico era in Lombardia, ma il nerbo dell'esercito
stanziava a Roma e nel paese circonstante. Con tutta fretta dunque
Guiberto fortifica la città, ripara il guasto delle mura e delle
torri, e di blocco più fitto stringe castel Sant'Angelo. Egli
imbizzarriva, come ridotta allo stremo di tutto, non per anco
quella rocca si fosse resa. Ed in vero il senato ed il console,
per aderirgli, avevano fatto intimare al loro castellano Oddo
che sgombrasse la fortezza e si constituisse prigione. Però, in
segreto, ei lo sollecitavano a mantenersi fedele, a tenersi fermo di
dentro, perchè le cose non ancora essendosi ben consolidate, Castel
Sant'Angelo e' consideravano quale estremo rifugio pel patriziato e
per coloro che rappresentavano il reggimento civile di Roma--vale a
dire console, tribuni e capitani della milizia cittadina. Oddo li
ubbidì.
Non appena uscita Alberada dal castello, Oddo aveva fatto cadere
un verrettone con pergamena tra le penne in mezzo ai soldati
dell'imperatore. In quella pergamena e' scriveva, che un mese ancora
il pontefice dimandava fosse rispettato il castello, e fornito
ciascun giorno di scorte; il qual termine elasso, prometteva uscirne,
rinunziare alla sede di Pietro, Enrico assolvere dalle censure,
Clemente III riconoscere, perdonar tutti, ed andare a rinserrarsi nel
suo prediletto soggiorno del monistero di Cluny. Veramente non gli
si prestò ampia fiducia. Però vedendo l'impossibilità di togliere
così presto d'assedio la piazza, e volendo sempre più giustificare la
nobiltà di sua condotta innanzi al popolo romano, cui ambiva tornarsi
divoto affatto, firmò i patti posti dal pontefice e partì.
Il suo luogotenente Guiberto non seguì a puntino gli articoli del
trattato. Scarsamente ogni tre dì faceva, col ministero di una corda,
arrivar provigioni agli assediati, e, quasi per burla, due volte fece
simulacro di scalar la fortezza. Ma quei di dentro, sempre all'erta,
precipitarono dalle scale gli assalitori. Infrattanto lo spirare del
mese approssimava e di Alberada nulla si sapeva.
Terminò infine, e novella alcuna non se ne ebbe. Allora Guiberto
mandò parlamentario alla rocca perchè mantenessero il trattato.
Erano stretti dalla parola e dalle circostanze; ma Oddo sperava
ancora. Rispose perciò: il pontefice infermare gravemente; nulla
ei per sè poter decidere; quegli non trovarsi in istato di essere
consultato; dimandare ancora dieci giorni di tempo, compiuti i quali
immancabilmente avrebbero sgombrato il castello. L'arcivescovo
strabiliò. Concesse però gli altri dieci giorni, e significò loro
che, non avendo gl'infermi d'uopo di cibo, si sarebbe astenuto
fornirne. Bloccò intanto più strettamente il forte; nè restò dal
tentar mezzi per sorprenderlo.
I governatori di Roma, e meglio ch'essi Gisulfo, il quale,
riconciliato col papa, dentro Roma incognito e povero aveva vissuto
un resto di anni vituperati, subornarono le sentinelle, e provvidero
il castello per alquanti dì. Ma in fine una notte Gisulfo fu
sorpreso da Rolando, e trascinato nel fondo di cieca muda disfatto
miseramente. Per alcune sere si vide ancora un lume di segnale sui
baluardi; poi una mattina bianco vessillo vi sventolò.
Si rendevano.
Ildebrando, Oddo, il presidio erano restati due giorni digiuni
compiutamente, ma nè l'uno nè l'altro aveva proferito verbo; i
soldati non avean mosso lamento. Il conte nel suo cuore impietosiva
del vecchio pontefice, questi del fedel castellano. Nullameno niuno
dei due parlava di arrendersi. Gregorio, perchè sapeva di qual tempra
fosse Oddo, il quale cento volte si sarebbe prima lasciato morir di
fame anzi che cedere la piazza; Oddo, perchè immaginava qual crudele
sorte avrebbe incontrato il pontefice se si rendesse. Con terrore
però ciascuno mirava sul volto dell'altro i segni spaventevoli
della fame. Non erano uomini da lagrimare, ma visibile si leggevano
scambievolmente sul sembiante la commozione, pensando a qual fine di
gran passo tutti procedessero. Nessuno dei due si sovveniva neppure
del presidio! Eran vassalli: dunque, carne a dolore, carne a morte.
Una mattina infine Oddo tolse dal suo scudo le guigge di cuoio, e
dopo averle fatte bollire lungamente, sopra un tagliere di legno andò
a presentarle con una divina semplicità a Gregorio. Egli non proferì
parola: Gregorio gli fissò sul volto gli occhi lucidi per una lagrima
che vi si stese, e dopo averlo un tratto contemplato, si alza da
sedere e gli stringe la mano tremante. Tutti e due stettero un pezzo
avvinti così, poi Oddo, ritirando la sua ed asciugandosi una lagrima
che placida gli solcava lo smunto volto:
--Mi porti il diavolo! proruppe, se aveva mai pianto in vita mia dal
dì che andarono a seppellire quella povera vecchia di mia madre, che
il cielo abbia in gloria!
Gregorio si torna a sedere lentamente, poi mormora:
--Ella non torna più!
--Che il diavolo si porti ancor lei, scoppia il ruvido castellano.
Già è una femmina; e noi fummo ben due pazzi che le prestammo tanta
fiducia. E quel gramo di Gisulfo?
--Ma! l'avranno scoperto nell'ufficio pietoso di soccorrerci, e
l'avran fatto freddo. Iddio abbia pietà dell'anima sua!
--Amen, risponde il castellano. Sarebbe però meglio se avesse pietà
di noi, perchè già.... ma mangiatevi almeno codesti correggiuoli.
Non è un lauto desinare, lo comprendo ancor io; però il diavolo mi
soffochi...! perdono, santo padre, sa! è la cattiva abitudine. Sicchè
io vi diceva che con queste liste di cuoio potrete almeno sostenervi
qualche altro dì: poi si vedrà.
--Mangiateli voi, Oddo, se codesta roba è ancora buona a qualche
cosa, insiste Gregorio; fateli mangiare a questi poveri disgraziati
di soldati. Io mi sento tuttavia in forze. Ed infine, gli è meglio
che vi sosteniate voi per difender la rocca, perchè già per me non
giova più.
--Noi, noi...! che dobbiamo fare della vita noi? Abbiam pure da
pensare ad un mondo noi? Abbiam pure una cristianità sulle spalle
noi, una cristianità a cui bisogna conservarsi, e mostrarsi saldo
onde non farvi penetrar l'eresia, l'ateismo, l'arianismo e che so io?
Andiamo, mangiate in nome del diavolo! chè per noi siamo avvezzi a
codeste carezze del nemico. E poi, se la fame ci tira pei capelli,
daremo di mano ai sandali, ci tranguggeremo un pezzo del giacco di
bufalo; rosicchieremo un pezzo di teniere di balestra o un pezzo di
mattone.... pensate a voi. Credete che domani vi riuscirà poi facile
mandar giù questa diavoleria! Lo stomaco si chiude, e buon viaggio a
chi parte. Io so come vanno queste faccende.
--Ma no, vi dico, mangiateli voi. Io medito sopra un passo del
Vangelo: _l'uomo non vive solamente di pane, ma di ogni parola che
procede dalla bocca di Dio_.
Oddo si gratta il capo, e dopo un momento di silenzio, soggiunge:
--Sentite a me, pontefice, farete poi il commento a codesto bel
passo; ma per ora contentatevi di mangiare queste guigge di cuoio
comunque esse siano. Vi ripeto che domani nol potreste più. Se vi
vedeste nel volto!... Io non voglio con ciò farvi paura, nè voi siete
quel tale che ne avrete mai. Ma udite un mio consiglio. Voi avete
bisogno di sostentamento perchè siete più vecchio di noi, e meno uso
a questi regali delle guerre. Mi ricordo che al blocco di Pavia quei
cani di Milanesi ci fecero stare... non so più quanti giorni digiuni.
Figuratevi! Io aveva allora venti anni, ed era ridotto che il peso
del pugnale mi gravava. Sa Dio poi cosa ebbero a fare per ristorare
quei che sopravanzarono alla resa, chè già parecchi se l'erano colta
per l'altro mondo. Dunque...
--Ma infine, Oddo, l'affare non può durare così, sclama Gregorio
crollando la testa. Io son deciso: domani mi arrenderò.
--Avete detto, beato padre?...