voi ancora le mie benedizioni. Precedete i vostri. A voi poi, messer
castellano, nulla dico, perchè ogni parola malamente vi esprimerebbe
l'ammirazione, e la riconoscenza che vi debbo. Siete uno di quei
pochi uomini che nella mia difficile carriera ho trovati più probi e
di sentimenti più nobili. Con vero dolore mi accommiato da voi. Fate
aprire le porte del castello ed uscite alla testa della guarnigione;
perchè non istà bene che la fame abbia a privare la terra di così
eletto modello di uomini. Io penserò a richiudervi dietro le porte.
Oddo fa un movimento di dispetto, alza le spalle e volge altrove la
testa. Gregorio continua:
--E voi ancora, sacerdoti di Dio, dice volgendosi ai prigionieri,
andate in pace. Se mi chiamaste severo perchè volli ritrarvi, anche
vostro malgrado, dalla via dell'iniquità, e rammentarvi l'augusto
vostro dovere, verrà il dì che mi renderete giustizia; e guai a voi
se fino a quell'ora non vi sarete ravveduti. Andate, andate tutti. In
nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.
E sì parlando, alzava di nuovo quella destra tremenda che avea scossi
i sogli d'Europa, e benediceva quella gente, che, sciolta in lagrime
e caduta in ginocchio, protestava altamente voler morire con lui.
Ma Gregorio non accetta il generoso sacrifizio, e per quei suoi
modi incisivi e quella parola autorevole a cui niuno aveva forza
resistere, reitera l'ordine al castellano di aprire le porte.
Il conte Oddo non replica verbo. Si avanza ad una porta di soccorso
e, fattesi recare le chiavi, comanda si togliessero le spranghe ed
alzassero le cataratte, ed apre. Allora quei soldati, mesti in viso
e nel cuore addolorati, preceduti dalla bandiera e dal capitano,
sgomberano la piazza e si costituiscono prigioni del re. Oddo rimane
immobile presso la porta che avea fatta schiudere. E come ebbe veduti
uscire l'un dopo l'altro tutti queglino della guarnigione di rinforzo
e con essi i prigionieri, onde il nemico non avesse profittato del
caso e si fosse cacciato dentro, richiude subitamente e dà le catene,
ordinando al suo vecchio presidio, che era restato fermo al suo posto:
--Ritornate alle mura, voi. Mi porti il diavolo se dovrete voi
correre sorte diversa da quella del vostro vecchio capitano.
E quei soldati voltano le spalle e partono. Gregorio li guarda fare
senza dir motto. Appena però che si furono trovati soli, fissa gli
occhi fatti lucidi dalla commozione addosso a quell'uomo, e dimanda:
--E voi, ser castellano?
--Io? borbotta Oddo. Beatissimo padre, io non ho risposta parola
agli elogi che vi siete brigato di farmi, perchè andava considerando
che un uomo come voi, un vecchio prete ridotto a questi estremi,
non dovesse avere gran fatto la frega di andar burlando la gente.
Ma a questo novello insulto, per la messa, non so starmi dal dirvi
che siete veramente curioso d'umore. Io? dimandate: avreste dunque
voluto che avessi accettato il vostro bel partito d'andar via così,
come un ladro dal verziere, ed abbandonare il mio posto da codardo?
Per la croce! qui mi ha collocato l'immortale memoria di Enrico
III, col consentimento ed elezione del senato e del popolo romano.
E sapete voi quel che mi disse colui quando del castello m'investì?
«Bada bene, messer conte, che questa rocca, in tempi migliori, era
un sepolcro, e che una volta penetrato qui dentro, niuno ne andò
mai fuori se non cadavere. Tu dunque allora cederai questa piazza
a chiunque si presenterà alle sue porte da nemico, e fossimo noi
medesimi, quando cenere te ne verranno a cavare.» Avete udito? Io lo
giurai. Ed il conte Oddo da Nemoli non ha mancato mai nè alle sue
parole, nè ai suoi giuramenti. Sappiatelo.
Gregorio non risponde, ma facendogli un passo incontro, se lo stringe
nelle braccia come fratello, e con voce commossa, sclama:
--Morremo insieme.
Allora la donna, ch'era restata in dietro durante tutta quella scena,
si tragge avanti e dice:
--Santo padre, non favellate di morte: vi è ancora una speranza.
--Alberada, grida Ildebrando retrocedendo di un passo, e perchè con
gli altri non siete uscita ancor voi?
--Perchè, santo padre, io, sventurata in tutta la mia vita, non so
separarmi dagli sventurati. Nei giorni della vostra fortuna, forse
beneficata da voi, vi avrei abbandonato. Ma nell'ora delle vostre
miserie, da voi cotanto aspramente trattata, non ho saputo dipartirmi
prima di avervi detto che vi perdonava, onde, andando a render conto
a Dio delle opere vostre, possiate ripararvi di questo scudo.
Gregorio, con la fronte annuvolata e bassi gli occhi, medita lungo
tratto pria di rispondere, poi soggiunge:
--E veramente tu mi perdoni, Alberada?
--Di poca fede! lo rimprovera colei. Cristo non perdonò egli forse
i suoi nemici? In altri tempi mi sarei mostrata inesorabile. Ora
che conosco le triste vicende della sorte e le amaritudini della
vita, ora che sento avvicinarsi il periodo del rendiconto, voglio
inebriarmi del soave diletto del perdonare. E l'Eterno possa usare
misericordia ancora alle mie peccata.
--Pia donna, che Iddio ti esaudisca e ti prepari giorni migliori!
Sento che io non posso per te far altro che ammirarti, ed impetrare
dal cielo le gioie che, per inesorabile destino, ti ho tolte.
--No, santo padre, voi potete ancora qualche altra cosa. Promettetemi
di non arrendervi se prima non mi rivedrete venire in questo castello
a correre una sorte con voi. Io andrò fuori, ed Iddio forse benedirà
i miei passi, come benedisse quelli di Giacobbe e di Giuseppe.
Cercate accordi all'imperatore, procrastinate la resa fino a che io
non ritorni. Ho un presentimento.... Basta, non mi rifiutate questo
grazia.
--Ma che mediteresti tu di fare, Alberada?
--Ciò che io solamente posso, se Iddio vorrà secondare le mie
speranze, come secondò quelle di Giuditta.
Ildebrando la fissa in volto attentamente, poi dimanda:
--Tenteresti forse anche tu, Alberada, l'opera santa della Betuliese?
--Io non sono destinata ad opere di sangue, Ildebrando, quella
risponde, la mia missione è di pace e di carità. Astenetevi, ve ne
supplico, dall'interrogarmi. Le inspirazioni celesti non sottoponete
allo squittinio degli umani giudizi. I vostri dubbii mi potrebbero
sconfortar dall'impresa: ed io avrei un giorno a rimproverarmi del
male che vi potrebbe avvenire. Mi promettete voi di non cedere, se
pria non avrete novella di me?
--Te lo prometto, Alberada. Acconsentirò a tutti i patti del
Filisteo: ma di qui non uscirò se pria o tu non verrai a cavarmi
d'ogni speranza, colui, nell'ebbrezza dei suoi trionfi, come a
Canossa, non si umilia ai piedi miei. Va, l'angelo di Tobia ti sia
per compagno.
E sì dicendo, Alberada s'inginocchia e Gregorio la benedice. Il
castellano, che senza muover ciglio e tutto commosso nel cuore aveva
udito il colloquio, l'abbraccia e la bacia sulla fronte; poi apre la
postierla e fa uscirla. Indi rinchiude ed a passo lento, unitamente
al pontefice, ambedue taciturni, rientrano nel castello.
Dopo un'ora, dall'alto delle torri, un verrettone con una pergamena
tra le penne cadeva in mezzo ai soldati di Enrico che assediavano il
castello.
IV.
Irons-nous de l'histoire arrachant les trophées?
CASIMIR DELAVIGNE.
Ci giova sperare che il lettore non abbia dimenticato un personaggio
di questa cronaca che abbiamo dovuto necessariamente lasciare
indietro. Per colpa nostra avrebbe obliato uno dei più interessanti
uomini dei tempi di mezzo. Parliamo di Roberto Guiscardo. E perchè
questi deve di nuovo così gloriosamente ricomparire sulla scena,
accenneremo volando volando delle sue cose dopo la presa di Salerno.
Ravvicinatosi con Riccardo di Capua, invasero le Marche d'Ancona e vi
fecero gran conquisto di paese. Gregorio irritato dell'affronto, e
volendo arrestare l'audacia dei conquistatori, nel concilio di Roma
pronunziò contro di loro scomunica e li privò degli Stati. Ma perchè
gli anatemi non affettavano uomini di ferro, i quali non conoscevano
altra legge che la spada, altro dominio che la forza, mandò loro
contro le truppe del marchese di Toscana e li strinse ad abbandonare
le terre occupate. Roberto, che aveva invasa la campagna di Roma
solamente per far sentire l'energia del suo potere all'arrogante
pontefice, si ritirò decorosamente, ed il principe di Capua mandò
all'assedio di Napoli. Egli accampò sotto le mura di Benevento.
Questa città, dopo la morte di Landolfo VI, era ricaduta alla
Chiesa. Roberto voleva impadronirsene. Ma papa Gregorio, con le
solite scomuniche, mandò tali rinforzi di scorte e di truppe che
Roberto, fastidito dalle lungherie dell'assedio, lascia un manipolo
di soldati al blocco e si reca in Calabria. Morto Riccardo, suo
figlio Giordano libera dall'assedio Benevento. Roberto riviene in
Puglia, prende Ascoli, Montevico, Ariano, e sul fiume Sarno va a
presentare battaglia a Giordano. Desiderio, abate di Montecassino,
si interpone, li rappacia. Roberto sottomette ancora Monticulo,
Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genzano e Spinazzola, e nulla
curando più Benevento, lascia che restasse in potere del pontefice e
si contenta di signoreggiare quanto oggi forma il reame di Napoli,
meno il piccolo ducato di Napoli, il principato di Capua ed il ducato
di Gaeta, dominati da Giordano. E' sarebbe stato lieto, e fortunati
i suoi popoli, perchè gran mente aveva nel reggimento civile, ma
domestiche sciagure lo chiamarono altrove.
Egli aveva sposata la sua figliuola Elena a Costantino figlio
dell'imperatore di Costantinopoli Michele Ducas. Niceforo Botoniate,
avendo discacciato Michele dall'impero d'Oriente, lo aveva fatto
tosare, confinare in un monistero e castrare Costantino. La miseria
della sua figliuola e l'oltraggio penetrano il cuore di Roberto che
giura pigliarne terribile vendetta.
Provvede al governo dei suoi Stati d'Italia, poi con la duchessa
Sigelgaita, Boemondo, e bell'esercito s'imbarca ad Otranto. Giunti
nel 1081 a Corfù, l'invade. Alessio Comneno, succeduto a Botoniate,
gli manda tosto incontro formidabile armata; ma in più battaglie
rotta, non giunge ad ostacolare il duca, sì che non espugnasse
Durazzo, padroneggiasse l'isola, e spingesse le truppe vittoriose
fino in Bulgaria. Ridottosi infine a svernare a Durazzo, nel novembre
del 1083, ed instruito che Alessio con molti ricchi donativi e larghe
promesse andava proponendo all'imperatore Enrico perchè invadesse
Puglia e Calabria, mandò a costui in Roma il vescovo di Bovino e
l'astuto Boemondo. E questi, facondo dicitore, abbindola Enrico e lo
fa chiaro, che dopo lui non eravi chi più travagliasse il cuore di
Gregorio fuor di Roberto, e Roberto niun peggio tollerar di Gregorio.
Enrico gli pone fede, e si pattuiscono onorevoli convenzioni il dì 30
marzo 1084, il giorno avanti della Pasqua in che Enrico fu coronato.
Ed una sera Roberto, che nulla ancora degli accordi sapeva e di
saperli smaniava, dai veroni del castello di Durazzo vede spuntare in
alto mare una galea, cui forte vento gonfiava le vele latine ed alla
città dirigeva; e dopo non molto ne scorge una seconda che studiava
tenerle dietro. Egli manda subitamente al porto per ricever novelle
de' suoi Stati, se pur di colà quei vascelli fosser partiti.
V.
Perzho non dei amor ocaisonar
Tam cum los oilliz et cor ama parvenza,
Car li oill sin dragoman del cor,
E ill oill van vezer
Zo col cor plaz retener.
EMBLANCHACET.
Roberto non s'ingannava. La sua bandiera sventolava su la galea
che a vele gonfie entrava nel porto di Durazzo, ed era su quella
il suo flgliuol Boemondo. Nell'altra un legato dell'arcivescovo di
Ravenna con seguito brillante di cavalieri e di ecclesiastici, e
misto a staffieri, paggi e chierici un romeo, che a forza di prieghi
aveva ottenuto esser quivi traghettato per poscia condursi in Terra
Santa. Quella gente tirò dritto all'albergo del duca, il quale,
udito del messo, nobilmente lo accolse. Questi era Rolando da Siena,
quell'ardito chierico che in mezzo al concilio di Roma aveva osato
intimare a papa Gregorio gli ordini dell'imperatore Enrico. Roberto
lo festeggiò di ogni onorevole e lieto accoglimento, imperciocchè,
oltre della divisa di oratore, altamente aveva Rolando lasciato dire
di sè e nelle guerre di Germania ed in quelle d'Italia, e da sezzo
nello assedio di Roma, ove tra i più distinti e valorosi cavalieri si
era allogato.
La sera si trascorse a novellare di guerre e di prodi fatti di
parecchi cavalieri, che Rolando aveva conosciuti, e di cui Roberto
onorevolmente aveva udito favellare. Alla dimane però, come questi si
recava nella gran sala per dargli udienza, ed ascoltare del messaggio
di papa Clemente, l'araldo d'armi gli annunzia ancora un legato di
papa Gregorio che dimandava medesimamente essere a lui presentato.
Roberto maravigliato e nel tempo stesso lusingato del doppio
messaggio, comanda che, esaminati i brevi di credenza dell'oratore di
Gregorio, lo si facesse entrare.
In effetti, perchè tutto a punto si trovò, nel mentre di un uscio
spuntava Rolando con seguito numeroso, di un altro, solo e modesto
appariva il romeo. Rolando si ferma a due passi dal soglio,
coperto da baldacchino, sul quale sedea Roberto involuto nel ducal
paludamento, in testa la corona. Ma il romeo procede fino ai gradini
di quel soglio, e presa la mano di Roberto per baciargliela, solleva
di alcun poco il capperuccio, e con voce sommessa e commossa sclama:
--Messer duca, in nome di Dio! arrendetevi alle parole che sto per
dirvi.
A quell'aspetto, a quell'accento, Roberto trasalisce. Mutato di
colore, per isfuggire lo sguardo penetrante di Sigelgaita che attenta
lo fissava, stringe la mano del romeo, e quasi del troppo ossequio di
lui peritasse, risponde:
--Mercè, santo pellegrino! tocca a noi poveri peccatori tributarvi
questi segni di veneranza.
Il romeo si alza e trattosi indietro attende che giungesse il suo
momento di favellare. Rolando intanto per uno sguardo che aveva
qualcosa di schernevole e di curioso lo sta a considerare un tratto,
poi voltosi al duca favella:
--Monsignore, il santo padre Clemente v'invia salute ed apostolica
benedizione. Penetrato della divozione che avete dimostrato alla
Chiesa, malgrado gli oltraggi dell'antipapa Gregorio, non ha
voluto soffrire che più lungamente sì nobile guerriero giacesse
nell'interdetto. Mastro Ildebrando vi fece gravi torti. Papa
Clemente, che da lunga stagione vi conosce ed ammira, mi manda a voi
per togliervi la scomunica indebitamente fulminata.
--Gran mercè, ser. Rolando, al papa ed a voi che ci gratificate di
questi attestati di amore. Gli è ben vero che Gregorio agì con noi
ostilmente. Ei credette poter aggravare la mano, postaci sul collo
da Niccolò II, e si allucinò. Doveva rammentare che i tempi non eran
più quelli, e che noi non eravamo davvero vassalli della Chiesa,
conciossiacchè tali ci fossimo profferiti un dì che la fede dei
popoli, da noi conquistati, ci parve vacillare. Spero in Dio però che
a quest'ora e' si sia ricreduto; dappoichè, ad onta delle reiterate
scomuniche, ci ha sempre secondato sorte avventurosa. Pace dunque
allo sventurato; ed abbiate la cortesia, messer Rolando, di esporci
cosa mai la santità di Clemente III righiegga, in compenso della
benedizione che ci manda.
--Nulla di più, monsignore, di quello che per gli altri pontefici
avete fatto. Egli vi accorda investitura degli Stati finora da voi
conquistati in Italia, e di quelli che in Grecia saprete conquistare:
egli vi richiama nel grembo della Chiesa, e, come figliuolo della
Chiesa, vi benedice. Non richiede perciò da voi, monsignore, se non
che, come cristiano e come vassallo della sede di Roma, gli giuriate
fedeltà e prestiate omaggio.
--Se il mio nobile padre volesse degnarsi di concedermi la parola,
sorse a dire Boemondo, io risponderei....
--Cosa risponderesti? domanda Roberto un po' accigliato.
--Io risponderei a costoro, che noi non abbiam conquistato le terre
d'Italia per servire ad alcuno: che quelle terre noi affrancammo
dal dispotico giogo dei Greci, o sottraemmo all'insolente dominio
degl'imperadori di Occidente: che questi soli dovrebbero domandar
segno di ossequio da noi, ove noi volessimo accordarne a gente che
ben sapremmo ridurre a ragione con la spada. Ma al vescovo di Roma
che briga poteri per niuna maniera dovutigli, e ricorre alle armi
spirituali da Dio non concesse per profanarle in usi sacrileghi,
risponderei....
--Figliuolo, Roberto lo rampogna, il vostro senno si farà maturo
cogli anni, ed allora vi chiameremo a darci consigli. Per ora
piacciavi di ascoltarci e di apprendere con quale temperanza si
governino i popoli.
Sigelgaita, che odiava Boemondo perchè figlio di Alberada, approva
della testa. Roberto continua:
--Voi dunque, messer Rolando, risponderete all'arcivescovo di
Ravenna, o, se meglio vi piace, a Clemente III, che noi non siamo
per verun modo alieni dal profferirgli quei segni di veneranza che
ci piacque profferire ai suoi antecessori. Però papa Gregorio vive
ancora, nè ancora è decaduto dalla sedia di Pietro. Che perciò noi,
fedeli alla Chiesa ed addolorati del suo scisma, ci asterremo dal dar
prove di rispetto al novello pontefice per tema che il nostro esempio
non seduca altrui. Ma faccia che il consentimento di tutti i prelati
d'Europa lo proclami vero pontefice, ed allora noi gli giureremo
obbedienza, e torremo qualunque fede ad Ildebrando.
--No, monsignore, lo interrompe il romeo, questo voi non farete,
perchè vi condurreste da disleal cavaliere. Lasciate da banda il
debito di fedeltà che vi stringe a Gregorio. Rammentatevi solo
che, innanzi di esser vassallo della Chiesa, foste cavaliere; e
come cavaliere vi urge il dovere di proteggere l'innocente e di
soccorrere il caduto. Gregorio VII è assediato nella mole di Adriano.
A quest'uomo, monsignore, che, giorni sono, camminava sulle teste
dei re, manca il pane per alimento. E voi che siete il più grande di
questo secolo, vi stareste come una femminuccia dal soccorrerlo, sol
perchè alcuni anni indietro corse briga fra di voi? No, monsignore,
voi imiterete il suo esempio e lo gioverete, perchè egli si è volto a
voi come al più generoso de' suoi nemici.
--Ah! ah! si ricorda di noi adesso, perchè l'incendio che ha
destato in tutta la cristianità è per divorarlo? sclama Roberto. Ma
quando favellava di noi in tutti i concilii come di un corsaro, ci
scomunicava, con suggestione ci ribellava i vassalli, e ci osteggiava
con le armi della contessa Matilde, allora noi non eravamo generosi,
nè si parlava di quei fratelli Maccabei tanto predicati. Allora
noi eravamo Madianiti, scellerati, schiuma d'inferno; allora non
sognava neppure che questo giorno avrebbe potuto venire, che la spada
tentata spezzare avrebbe potuto armargli il braccio. Non lo avrebbe
pensato allora? Ebbene, che sorba adesso fino all'imo la tazza della
sventura, perchè non saremo già noi che gliela verremo ad addolcire.
--Con la vostra licenza, monsignore, il vostro consiglio non è nè
cristiano nè nobile, riprende il romeo. Se Gregorio VII vi avesse
ricolmo di favori, e voi lo aveste soccorso nelle disgrazie, non
avreste che compiuto un dovere. Or vi dimando io, monsignore, che
diranno i popoli di voi, se vilipeso, perseguitato indebitamente e
messo a bersaglio di ogni maniera di danni da Gregorio, vi levate
contro i suoi nemici e dite: ritraetevi, per Dio, quest'uomo difendo
io!
--Dicano ciò che lor piace, risponde Roberto alzando le spalle. Noi
non corriamo più dietro alla nominanza. E se pure questo solletico ci
stimolasse ancora, crediamo aver fatto qualcosa per esserne paghi.
--Certamente, monsignore, continua il romeo, certamente l'avvenire
vi ammirerà perchè, disceso in Italia solo e povero, la schiavina di
pellegrino addosso, il bordone nelle mani, vi siete levato a tanto
alto potere e fatto padrone di sì vasto e bel paese, resistendo in
cento battaglie a due imperatori, molti pontefici, e tutti vincendo.
Vi ammirerà perchè con tanta sapienza governate e prosperate i
vostri popoli, vi rendete loro caro, e temuto ai nemici. Ma i tempi
antichi vantano altresì uomini che vi somigliano. Però se violentate
il vostro cuore, soffocate la vendetta, e prestate aita al vostro
nemico, una voce si leverà allora per li due imperi che vi proclamerà
unico e generoso.
--Queste le son vampe da mandare in succhio un guerrier nuovo, ser
romeo; me non solleticano.
--Sibbene, monsignore: ma riflettete che l'Italia, la Germania, la
Francia, Europa tutta, ha fornito il suo contingente di truppa contro
questo ardito pontefice per abbassarlo, e che se voi solo sorgete
contro tanta massa di popoli e li sconfiggerete, la vostra gloria non
avrà limiti. Il vostro nome suonerà prodigioso dovunque è venerato il
nome di prode. In guisa che, se anche per disavventura la vittoria
vi fallisse, oltre le benedizioni del cielo e del pontefice ed il
soddisfacimento della propria coscienza, ognuno sarebbe sforzato a
confessare avervi oppresso il numero, non il valore.
--E questo è quello che noi non vogliamo, ser romeo. Ci darebbero
dello stolto, dell'improvvido; ed un fatto solo distruggerebbe
l'opera di tanti anni. Noi non siam tali, quel sere, da mettere sui
dadi la nostra fortuna. Gregorio suscitò il vespaio: il malanno se
l'abbia lui.
--Con la vostra permissione, mio nobile padre, sclama Boemendo,
vorrei manifestare il mio avviso.
Roberto lo riguarda fittamente quasi volesse scandagliarlo
nell'anima, poi dice:
--Favella pure.
Boemondo riprende:
--Vi dimando perdono, signore, se la mia poca sperienza mi allontana
dal vostro consiglio. Il guerriero non numera i nemici che deve
combattere, come l'ebreo i pezzi d'oro che presta. L'opera del
calcolo non è più l'opera del valore. Il valore sta dove il periglio
è maggiore, dove si frappongono gli ostacoli; e fatto di cavaliere
non è sicuro coi cento rompere i dieci. Ma se noi soli, noi, figli di
una nazione che ha soggiogata l'Europa, andremo in piccolo e risoluto
drappello ad urtare l'enorme massa di combattenti accalcata su papa
Gregorio, allora il nostro nome sarà distinto nei volumi delle
cronache, ed i trecento delle Termopili non saranno più soli.
--Nobile giovane! sclama il romeo di voce commossa e diversa affatto
da quella con cui aveva favellato sino allora.
E faceva già un passo verso di lui per abbracciarlo, allorchè vede
Sigelgaita, la quale fino a quel momento lo aveva considerato
con un'attenzione come se avesse voluto divorarlo, la vide quasi
all'insaputa sua sollevarsi dal seggio. E' si arresta. E Sigelgaita,
dopo alquanto di silenzio, osserva ghignando:
--Chi direbbe che tanto entusiasmo si annicchiasse in un romeo che mi
ha l'aspetto e la voce di una femmina?
--Perdono, madonna, la voce e l'aspetto lo dà Iddio: che può fare
l'uomo se ha la disgrazia di altrui dispiacere?
--Proprio così, bel santo! E non è già Iddio che s'incolpa se l'uomo,
per ostentare venustà femminile, si taglia i peli del volto, e la
donna, per correr libere venture, assume abito virile.
Il romeo resta colpito dalle parole di Sigelgaita, e fisando il
suo occhio sereno sovra di lei, che torva ed irata lo contemplava,
soggiunge:
--Mi avveggo, madonna, che ho avuta la sfortuna di esserle
malgradito. Mi lusinga però la persuasione che ciò non sia per
effetto del mio messaggio; perchè chi non sa quanto la duchessa
Sigelgaita agogni perigli di guerra ed azioni generose, in cui
raccoglie sempre la corona dei forti? Ardisco perciò supplicare ancor
lei, che voglia persuadere il suo nobile sposo recarsi a soccorso del
pontefice.
--Che ti affoghi la peste, mariuolo di pellegrino! scoppia Rolando
che or rosso, or verde nel sembiante si era a mala pena contenuto
fino a quel punto. Che domine affastelli tu, con codesti guaiti da
sgualdrina, di pontefice e di Gregorio? Per la santa luce di Dio! il
pontefice è Clemente, e mi sento prurito di strozzare chiunque voglia
venirmi a cantare altra solfa. M'intendi? Ed a dire che ho raccolto
con me nella galea quel bel mobile di un tisico!