--Non vi è d'uopo di consulte, risponde Gregorio riprendendo

BIBLIOTECA NUOVA

PUBBLICATA DA G. DAELLI

IL RE DEI RE

Stabil. tip. già Bonlotti, diretto da F. Gareffi.

IL

RE DEI RE

CONVOGLIO DIRETTO

NELL'XI SECOLO

PER

F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

VOL. IV.

MILANO

G. Daelli e C. Editori.

1864.

LIBRO SETTIMO

IL MESSAGGIO.

I.

Alla nostra città non fe' paura

Arrigo già con tutta la sua possa

Quando i confini avea presso alle mura.

MACHIAVELLI--_L'asino d'oro_.

Sicuro Enrico di lasciar ben curate le sue cose di Germania a

Federico di Staufen, senza mettere indugi prese le mosse per alla

volta d'Italia. Il considerevole esercito seguivano assai tra

vescovi, principi, duchi e signori di ogni grado, e per dovunque

passava con le voci di plauso raccoglieva attestati di divozione

e di omaggio. Segnatamente gl'Italiani, ahi pur troppo! che dalla

venuta del re speravano messe di gloria e concessioni di libertà. Le

schiere dei combattenti correvano a folla sotto le sue bandiere. Ogni

Comune mandava le sue milizie cittadine. Ogni barone conduceva i suoi

uomini d'armi e cavalcava al campo. Sicchè Enrico, giunto a Verona

ove celebrò la Pasqua, si trovò a capo di esercito poderoso, il

quale niente meglio desiderava che pugna, che vendetta dell'astioso

pontefice. Dall'altro lato la contessa Matilde aveva messe insieme

le sue bande e comandato ai suoi vassalli che, chiunque possedesse

una spada ed un cavallo fosse atto a servirsene, la seguissero

nella spedizione contra il re. Ed ella stessa, lasciate da banda le

mollezze femminili, che veramente non conobbe mai troppo, lasciate

da banda le discettazioni teologiche e le pratiche beate della

divozione, vestì lorica e celata ed al campo di Mantova trasse.

Le sue genti sovra i giachi di maglia e le corazze portavano corta

tonica bianca divisata di croce nera, ed a foggia di croce l'elsa

degli stocchi. Nei loro accampamenti non gironzavano cantoniere,

giullari, istrioni, buffoni d'ogni maniera, e merciaiuoli. Invece,

frati d'ogni colore a tutti i crocicchi alzavano panche, e fatto un

po' di crocchio predicavano irate parole contro Enrico il Madianita,

che veniva a contristare Israele, e seminare le discordie nelle terre

di Canaan. E quei soldati severi nelle fisonomie e nella condotta,

lungi dal rompersi a crapole su per bische e lupanari, e ad orgie

ubbriache nelle osterie, nelle parole parchi, negli atti misurati,

raccolti, a capo giuso, rassegnati, si ragunavano la mattina nel

grande spianato del campo, dove il vescovo Anselmo di Lucca, uomo

sulla taglia di Gregorio, celebrava la messa e trinciava loro

benedizioni a iosa. Ed al tramonto cantavano in uno l'angelus prima

di dispensarsi alle guardie dei valli e delle trincee. Matilde si

teneva sempre in mezzo di loro, ne parlava il linguaggio, la più

assidua nei lavori del campo, la più sagace nelle deliberazioni

dei capitani, dei disagi improvvida, delle fatiche non schiva. Al

conspetto di altrui, nelle assemblee, percorrendo a cavallo le tende,

il suo volto era sereno perchè aveva posto confidenza in Dio. Ma la

notte, ma nel silenzio ella non sapeva siffattamente imporre al suo

cuore di posare tranquillo sul pensiero, che le sue truppe erano

pochissime e mal proprie contro l'esercito di Enrico, precaria la sua

posizione, pericolosa quella del papa, terribile quella del paese a

lei soggetto, e che era odiatissima. E quell'odio, cosa strana, ha

sopravvissuto al tempo. Anche oggidì, il contado la crede tristissima

donna; inesorabile coi vassalli; imbertonnata dal papa con cui ebbe

tresche lubriche nel tempo del suo marito Goffredo il gobbo; in

commercio con i diavoli che le fabbricarono in una notte quaranta

castelli; che facesse costruire torri e campanili per ordine del

confessore, onde purgarsi di sue peccata; e che, infine, scoppiasse

a Bianello, sull'altare, nel momento proprio in cui celebrava la

messa, di cui papa Gregorio le aveva impartita facoltà. Le leggende

su _Donna Matilde_ brulicano nell'Emilia, gremita dai ruderi dei suoi

castelli--e non una carezzevole, per questa donna sì carezzata dai

papi, per questa donna che segnava, _Mathilda gratia Dei, si quid

est!_ Alle conseguenze di quest'odio vivissimo allora, si arrogeva

che l'imperatore non le avrebbe punto perdonato la resistenza, ed

il ritardo alla sua corsa vittoriosa sopra Roma. Nondimanco niuna

debolezza tradì mai nè la condotta nè il carattere di lei. E forse

non la si vide giammai più tranquilla che quando seppe Enrico in

Italia, ed acquartierato a poche miglia dal suo Campo. Ella doveva

resistere al primo urto del nemico.

Matilde non era più nel fior della sua giovinezza. Ma l'età non aveva

avuto che leggera presa sulla sua persona, perchè in lei, se i sensi

favellarono talvolta, il cuore aveva sempre assolutamente taciuto.

Ora ogni ruga sulla fronte, ogni lampo ottenebrato nello splendore

degli occhi, ogni pallor sull'incarnato delle labbra, non sono che

una fotografia degli spasimi del cuore. L'amore è una demolizione in

permanenza. Laonde, al vederla, Matilde sembrava ancor una vergine a

venti anni, come quelle madonne della scuola di Giotto che non hanno

età perchè non hanno anima. Una serenità sovrumana splendeva sul suo

sembiante, ma fissa, ma monotona come l'azzurro del cielo di oriente,

ove un'aura non mormora, ove la vita sembra cristallizzata. Solamente

quella serenità non era la purezza, non era l'innocenza, non era

l'incoscienza del dramma della esistenza, era la fatalità rassegnata.

La sua grande persona portava lo stigmata dell'inflessibilità dello

spirito. Era rigida, era quasi petrificata.

Nulla parlava in lei. Quella bocca, supremamente bella, che avrebbe

attirati i baci degli angioli se fosse stata soave, viva, se il

sangue vi avesse palpitato, non sembrava propria ad altro che a

biascicare un _ave maris stella_ o una condanna di morte, con eguale

indifferenza. Quegli occhi che avrebbero avuto la profondità infinita

dei cobalti del cielo d'Italia se la fiamma divina dell'amore li

avesse fatti corruscare, erano ora stupidamente inespressivi, quasi

fossero stati di cristallo. Quella fronte che sarebbe sembrata

l'olimpo del pensiero e degli affetti, se Matilde fosse stata una

donna, era levigata e pura come una lamina di ghiaccio, era muta come

una sfinge. L'insieme di quella donna, che sarebbe stata la demenza

della voluttà per l'armonia delle forme, era una maschera, era una

larva, era un prodigio d'insensibilità, era un miracolo d'amore

mancato. Iddio aveva obliato di mettervi una scintilla. Nulla in lei

rivelava l'innocenza, quella che unicamente rende sì seducenti le

madonne di Raffaello. La sua purezza significava ad ogni analisi che

la era una negazione di sensibilità e di sentimento. L'aria beata che

la circondava della sua aureola non era luminosa, non era come quelle

brezze della sera delle coste della baia napoletana, che vi seducono,

vi commuovono, vi elevano a Dio di cui sembrano il respiro. Tutto

in Matilde tradiva la divota, l'ascetismo spinto al fanatismo. Però

non il disprezzo della terra per elevarsi alla compenetrazione con

Dio--con l'infinito--ma l'oblio della creatura--cioè l'oblio di tutto

quanto soffre, pensa, ama, piange.

Matilde teneva alla terra per la punta d'una spada, di cui aveva

messa l'elsa in mano al pontefice--cioè per l'ambizione, per il

dominio, per servirsi della creatura come il villano si serve

dell'ingrasso per far germogliare le spighe nei campi, i fiori nel

colto.

Lenta a pensare, a muoversi; flemmatica nelle risoluzioni, quasi le

scolpisse in un blocco di bronzo e perciò irremovibili; fisa con

uno sguardo catalettico nello scopo, non comprendendo lo spasimo

della carne e dell'anima; contando le miserie dell'esistenza come

una elevazione verso Dio, e perciò, quando anco le comprendeva,

rinculava dall'addolcirle; dando a tutti i sintomi del rigoglio della

vita un significato di colpa e di degradazione--un eco del peccato

o un peccato--considerando l'autorità come un'emanazione da Dio, e

perciò incarnata nel papa, e perciò imperdonabile ribellione contro

Dio quella contro il papa; Matilde fu nel suo secolo, fu pel suo

popolo, era per i suoi vassalli in quell'ora come una lama di Toledo,

che non brilla, non si spezza, non si riscalda onde percuotere, non

resta mai curva, che è sottile, fina, fredda, elegante, graziosa,

aristocratica, inesorabile, anche un vezzo od un ornamento se

occorre, che non ha che la punta, e che dovunque tocca lascia uno

stigmata, spicca il sangue, porta la morte--strumento sempre di

castigo e di dolore.

Matilde si era gittata innanzi ai passi di Enrico. Questi non si fece

attendere e le mosse contro. Ella copriva Mantova e si preparava a

resistere. I cittadini di Mantova le fecero dire dal loro vescovo

ch'e' non volevano sottoporsi agli stenti dell'assedio, ma meglio

sussidiarla di un corpo di truppa; altrimenti avrebbero mandate

le chiavi della città al re, ed aperte le porte. Matilde si sentì

costretta, sotto i baluardi della piazza, attaccare la battaglia.

Allo spuntare dell'alba dunque ella uscì dalle mura alla testa del

suo esercito. I Mantovani sorpresero il presidio, chiusero le porte,

ed alzarono i ponti. Per lo che, la gente della contessa si vide nel

partito di riscattare la vita con la vittoria o morire.

Sull'ora di nona, con un tempo bellissimo, apparvero gli sfolgoranti

stendardi del re, e la sua cavalleria coperta di ricche vesti.

I soldati di Matilde rassegnati come un drappello di vittime,

immobile, taciturno, col pensiero raccolto in Dio, stretti fra loro,

li aspettarono. I cittadini di Mantova dall'alto delle torri e dai

merli delle mura, assistevano all'affronto come da un anfiteatro ad

una giostra. Il nemico arriva. Ma Enrico, sia che avesse pietà di

quella mano di prodi con tanta tranquillità devoluti alla morte,

sia che avesse paventato la loro disperazione, manda Baccelardo a

parlamentare. Matilde, udito il messaggio del re che l'invitava alla

piena dedizione, facendo lor salva la persona, la vita e la libertà,

risponde:

--Dite al nostro bel cugino che noi ringraziamo la sua cortesia

di proporci la pace a queste condizioni. Noi non abbiamo di modo

alcuno forfatto all'impero, prendendo la spada contro chi viene ad

opprimere il pontefice nostro signore, e la nostra libera religione.

Se poi davvero gli prende pietà di noi e vuole esserci amico, che

sgomberi tosto dai nostri Stati, che deponga gli sdegni ingiusti

contro del papa, che ci offra una pace onorevole ed una guarentigia

di mantenerla, e sa Iddio se noi desideriamo meglio, e se in segno di

sudditanza non gli verremo perfino a far da mozzo al cavallo.

--Madonna, soggiunge Baccelardo, vostra bellezza mi perdoni se oso

rammentarvi che non istà a voi proporre patti al vostro sovrano.

--E voi perdonatemi, ser cavaliere, se vi ricordo che non istà a

chicchesia proporre condizioni da vinti, prima di aver guadagnata la

vittoria.

--Ella è dunque la pugna che voi desiderate, madonna?

--Sa la regina degli angioli, ser cavaliere, se noi daremmo tutto per

evitarla, meno che l'onore.

--Il ciel vi aiuti dunque, bella contessa, perchè dagli uomini poco

vi resta a sperare.

--Amen, ser cavaliere.

E si dicendo Baccelardo le baciava la mano e partiva.

La pugna si attaccò. Non fu lunga. Fu sanguinosa, fu disperata, fu

feroce come guerra di religione; la vita fu disputata accanitamente.

Ma il numero prevalse. Enrico vinse. I pochissimi che avanzarono

delle truppe di Matilde, fuggirono con lei.

Allora i cittadini di Mantova mandano il loro vescovo ad Enrico onde

proporgli la scelta, o di togliere la città per assedio, ovvero

entrarvi con consentimento loro dopo aver giurato rispettare gli

edifici e le fortificazioni alla città, gli averi, la libertà, la

vita ai cittadini. Enrico accetta questi patti, e trionfante entra

dentro Mantova in un nembo di fiori. Due giorni dopo, il re si recava

a Padova ed a Cremona, città che non si volevano arrendere che a

lui, ed a lui solo aprir le porte. Ed entrato Enrico da trionfatore,

accolto con lo medesimo entusiasmo, concedeva loro privilegi e

franchigie ed il favore del carroccio, che, in onor dell'imperatrice,

i Padovani chiamarono _Berta_, i Cremonesi _Bertacciola_. Indi mosse

per Firenze, distaccando dalle sue truppe dei manipoli onde andare

ad occupare or questo or quello dei castelli e delle terre della

contessa. Ma questa gli disputava l'invasione del suo territorio

palmo per palmo, e ad ogni mutar di passo gli presentava contro

ora una borgata cinta di mura, ora una rocca, ora un villaggio,

costringendo il re a combattere ad ogni fermata. L'animosa donna

vendeva poscia tutti i suoi gioielli, prendeva gran parte delle sue

rendite e le mandava a Roma a papa Gregorio onde munir la città,

assoldar gente, comprare i faziosi.

Ella era restata povera--ella, l'erede di quel marchese Bonifazio

che, avendo Enrico III lamentato di non trovare buon aceto a

Piacenza, gliene aveva mandato in venti barili e su carretto di

argento. Le sue possessioni devastate, rase le fortezze, smantellate

le mura delle sue città, bruciati o presi i castelli, i suoi vassalli

deserti. Del suo florido dominio insomma, così bello, così vasto,

non restava che cadente scheltro. La fame minacciava il suo popolo;

la moria lo decimava. E con tante sciagure, con un nemico ostinato

di faccia, con tanto maligno volger di cose, la sua costanza non

crollava, non mutava nei propositi, non tradiva neppure con un

fastidio o una velleità la generosa causa che aveva sposata--avvilire

l'imperatore, esaltare il pontefice! Chi le negherebbe il distintivo

d'eroina dei tempi di mezzo?

Quando seppe però che Firenze, dopo un mese di assedio, affamata e

rovinata si rendeva; quando Lucca discacciava il suo vescovo, ne

creava un novello ed invitava nella città Enrico; quando Montebello,

Carpinete, Bibianello--Bibianello sì forte, sì popolato allora, oggi

spelonca abitata solo da pulci--quando queste formidabili castella

cedevano al vigore dell'oste avversa, essa raccolse i residui delle

sue truppe e delle sue ricchezze, e trasse a Roma, risoluta difendere

fino all'estremo la città eterna o morirvi.

E la vigilia di Pentecoste Enrico, con l'arcivescovo di Ravenna,

compariva sotto le mura di Roma ed accampava nei prati di Nerone,

dirimpetto a Castel San Pietro.

II.

Il senato vi chiama. Un tremendo esercito, condotto da Gaio

Marzio, alleato con Aufidio, manomette il nostro territorio.

Tutto è ormai consumato: schiava è fatta omai una metà della

popolazione.

SHAKESPEARE--_Coriolano_.

Come Ildebrando udì del concilio di Brixen, che lui aveva deposto

ed esaltato Guiberto, e della morte di Rodolfo, e del disegno di

Enrico di volgere in Italia, si spaventò. Sono quei movimenti

involontarii che sfuggono alla natura umana a dispetto della

violenza che si adopera con essa. Ma quando lo seppe già in Italia,

e che gl'Italiani, del suo giogo intolleranti, accorrevano a torme

alle bandiere di lui; quando sentì i rovesci della sua fazione,

e le miserie in che i sopravvissuti esulanti languivano; quando,

trionfatore di tante vittorie, dall'alto delle rocche lo vide sotto

i baluardi di Roma, e' dominò ogni debolezza, bandì ogni paura, e

tranquillo provvide ai mezzi di resistere. Perchè, se come cristiano

aveva piegato la testa innanzi agli arcani voleri di Dio, come

principe avea debito proteggere i suoi vassalli, tutelare la sua

città. Però il suo carattere era cangiato.

Non che e' si fosse rammollito su ciò ch'egli chiamava suoi

principii; non che avesse perdonati Enrico e Guiberto, no! Ma egli

aveva spogliata ogni alterigia di maniere, ogni intolleranza. Non era

più aspro coi caduti, non più severo coi colpevoli, non inesorabile

con chi si arrendeva, non iracondo e corrivo, non petulante nel

pretendere e violento nel togliere per forza. I suoi modi si erano

addolciti. Aveva cominciato a sentire la fralezza della carne e

compatire, la sventura gli andava insinuando nel cuore quel gran

motore del cristianesimo, la carità! E più blando, più docile, più

famigliare, quegli che nel 1077 era un vecchio terribile, oggi poteva

addimandarsi un rispettabile vecchio. L'istesso suo volto, per lo

innanzi sempre accigliato ed aggrinzito dalle rughe cui un'interna

irritazione solcava indefessamente, ora sembrava calmo e sereno.

Compreso che l'ora della sua gloria e del suo potere era scorsa, che

doveva discendere dagli alti pinacoli toccati, che l'Europa, da lui

contristata di guerre e di dissenzioni, l'odiava, dalla coscienza

infine avvisato del male per lui seminato sulla terra, avea tolta

questa sventura come un richiamo di Dio, e non ne avea mormorato.

Fino allora insomma egli era stato più principe che pontefice, più

uomo che cristiano; oggi che le cose si erano mutate, si era mutato

ancor esso. Però non avea cambiato d'indole, nè appresa ancora,

come abbiam detto, la virtù del perdonare. Ei provocava in Lamagna

l'elezione del conte Ermanno di Lussemburgo ad imperatore.

Enrico, dall'altra parte, trincerava il suo campo di profondo vallo,

lo ricingeva di torri di legno, metteva all'opera soldati ed artefici

a construire arieti, gatti, battifredi e torri per dar la scalata.

Indi tentava l'assalto. I Romani da su le mura gli opponevano

gagliarda resistenza con mangani e baliste.

Egli però aveva fermo di espugnare la città e punire il pontefice.

Prese i forti vicini, donde le sue guarnigioni molestavano i Romani,

si fece ascrivere all'ordine del loro convento dai monaci della

badia di Farfa, secondo antica consuetudine. Poi venute le caldure

dell'estate, e cominciata a viziarsi l'aria per le maligne esalazioni

delle paludi pontine, ritornò coi Tedeschi in Lombardia. Le truppe di

cerna italiana restarono su pei poggi, circonstanti a Roma, dove le

acque correnti rompevano l'aria e la tornavano men greve. Guiberto

capitan generale dei regi rimase a Tivoli. Egli bloccava sempre Roma,

catturando carriaggi di viveri che fornivano la città, predava e

guastava il paese.

Intanto venne il gennaio del 1083. Enrico di armati e di macchine

meglio fornito tornò all'assedio. Prima però di dar l'assalto volle

fare tentativo di pace e mandò Baccelardo e Goffredo di Buglione

parlamentari ai Romani.

Questi raccolsero il popolo nel Foro e, dirigendosi al prefetto della

città ed al vescovo di Porto, mandato da Gregorio, dissero esser

mente del re perdonare la fellonia ad un popolo che aveva chiuse le

porte in faccia al suo signore, risparmiare la città, la vita, gli

averi dei cittadini, dove si arrendessero a discrezione. Il vescovo

di Porto interrompendo gli oratori rispose brutalmente:

--Ringraziate la vostra qualità di parlamentari se non vi facciamo

tagliare a pezzi e vi gittiamo nella fossa della città. Ritornate

all'eretico Enrico di Germania e ditegli, che egli non metterà

giammai il piede in questa Roma santa, dove non ci venisse col volto

strisciando nel fango, come a Canossa.

Ma il prefetto, che meglio conosceva lo stato a cui i cittadini eran

ridotti, e la disposizione dell'animo loro, diede sulla voce al fiero

prelato, e parlò:

--Tacetevi, uomo di sangue! I padroni della città siamo noi, ed a

noi è diretta la nobile ambasceria. Sicchè, signori, noi rispondiamo

all'imperatore Enrico, che noi non siamo mica rei di fellonia, perchè

egli non è stato ancora unto imperadore dei Romani; che egli non

si è presentato alle porte come patrizio di Roma, ma alla testa di

un esercito come nemico; che egli, prima d'ora, non aveva palesata

alcuna disposizione di pace. Per lo che manderemo adesso l'abate di

Cluny ad intercedere Gregorio di togliere al re l'interdetto, e noi

consulteremo come si debba riceverlo.

Inviarono infatti l'abate al pontefice. Gregorio però, udito come i

Romani lo scongiurassero, rispose con modo freddo e secco, sì che

impedì all'abate di replicare le instanze.

--Che Enrico si sottometta e l'assolverò.

Udita la risposta, i Romani si levarono a tumulto e molti sclamarono:

--Bruciamo dunque vivo questo brutale pontefice, e facciamo entrare

il re.

Ma i nobili romani, che volevano innanzi patteggiare con Enrico,

gli rimandarono i parlamentari, dichiarando, voler guarentigia che

avrebbe salvo il pontefice, i privilegi della città, la vita e le

possidenze ai nobili, le chiese dal sacco, e non sarebbe penetrato

dentro ch'egli solo.

Alle quali parole, irritato Enrico, allora stesso fa dar nelle

chiarine e dirige l'assalto. La città è investita da tutto il lato

che guarda Toscana, chiamato _città leonina_. Le truppe della

contessa Matilde, che l'occupavano, sono cacciate dalle mura, scalate

malgrado la loro resistenza, volte in fuga ed uccise. Impadronitosi

così dell'intiero sobborgo, Enrico vi rizza doppia trincea,

construisce su monte Palazzo un torrione dal quale danneggiava

grandemente i Romani, e si appresta a rinnovare l'attacco.

Spaventato allora Gregorio dal vedere che il nemico aveva già un

piede dentro Roma, e che i cittadini tumultuavano, maledicendo il suo

nome, attribuendogli la penuria, il guasto de' campi e della città,

si ritira nel Castel Sant'Angelo, ed abbandona il popolo alle sue

difese.

III.

Piegarono al primo assalto. Entra egli tra l'armi, para chi

fugge: sgrida gli alfieri che i soldati romani voltino le spalle

a canaglia. Pien di ferite, perduto un occhio, a viso innanzi si

avventa tra le punte.

TACITO--_Ann._, 9.

Una mattina il capitano di castel Sant'Angelo si presenta a papa

Gregorio, che dall'alto d'una torre guardava Roma. Il conte Oddo da

Nemoli era stato allogato a quel posto dall'imperatore Enrico III,

allorchè nel 1046 era sceso in Italia per cavar di scisma Roma e

da Clemente II fu coronato. Oddo era un uomo sulla gloriosa taglia

di Catone; semplice e libero nei modi e nella favella, severo ed

incolpato nei costumi, di probità senza pari. Caldo della libera

causa di Roma, avvegnachè qualche pontefice, Gregorio non escluso,

lo avessero avuto in uggia, il municipal reggimento della città lo

sostenne sempre alla custodia del castello. Gregorio mal lo soffriva

perchè lo aveva scorto recarsi di pessima voglia ai suoi partiti.

Non l'odiava però, nè lo disprezzava; perocchè infine Gregorio

comprendeva assai bene ì nobili e generosi sentimenti. Anzi, ne'

parecchi mesi che a Castel Sant'Angelo dimorò, gli pose affetto,

considerando quanto quel povero conte si facesse violenza onde

dimostrargli veneranza, in barba del suo carattere soldatesco, che

pure soventi volte in lui riappariva. Oddo venne dunque a trovarlo

in cima alla torre, ed avvicinandosi a lui, prima si fregò le mani

alquanto, indi soffiando un cotal poco nella palma sinistra, se la

fece strisciare lungo la faccia per d'innanzi il naso e la bocca, e

levandola in aria, sclamò:

--Signor papa, _consummatum est!_ Questa mattina ci batteremo il

ventre come un tamburo di Saraceni.

--Vale a dire, ser castellano?

--Ah! parmi che io non parli latino! Ebbene, signor papa, in tutto il

castello non ci è manco una chicca da dare a mangiare ad un bambino.

Avete capito adesso?

--Questo è tutto, messere? E sia pure: staremo digiuni.

--Neh! fa il castellano facendo vivo sforzo per contenersi. Sappiate

dunque, signor pontefice, che se voi ieri vi avete beccato quel

residuo di ben di Dio che si trovava dentro, la guarnigione, i

prigionieri ed io ci abbiamo rosicchiate le unghie al sole.

--Avete fatto malissimo, ser castellano, di mettere eccezione per me,

lo riprende di voce seria Gregorio corrugando la fronte, rilevando

altero lo sguardo e la testa. Avete fatto malissimo. L'ultimo pane

che si rinveniva nella rocca dovevano mangiarlo i suoi difensori.

--E così pensava pur io, messer pontefice; ma poi... ma poi...

Via! noi siamo più usi a queste carezze del nemico; ma voi, bravo

vecchio...

--E quando mai mi avete saputo permaloso, ser castellano?

--Gli è vero, per la messa! ma che volete? ci è un bel tratto al

postutto tra un pontefice ed un mariuolo di soldato, che quando fa

orgia mangia per quattro dì, e sa ancora per quattro dì stare a

stecchetto negli assedii. Non se ne parli più dunque. Consultiamo

invece il _quid agendum_ adesso.

--Non vi è d'uopo di consulte, risponde Gregorio riprendendo la sua

grande calma. Quanti uomini di guarnigione sono nel castello?

--Cento cinquanta, oltre i cinquanta del presidio consueto. E posso

accertarvi che valgono dugento demonii. Sono avanzo dei soldati di

Leone IX.

--Quanti prigionieri?

--Due vescovi, tre diaconi ed una donna. Ildebrando gitta un sospiro.

Poi dimanda:

--E niun'altro fuor di noi due?

--Niuno, compreso il carceriere.

--Sta bene. In sul meriggio dunque, mi farete trovar sotto le armi,

giù nella corte, codesto manipolo di soldati con il loro capitano e

voi con essi, messer conte, a capo del presidio.

--Ma che! intendereste forse di fare una sortita, beato padre?

--Saprete le mie intenzioni laggiù: contentatevi adesso d'obbedirmi.

--Uhm! d'obbedirvi? vedremo.

--Inoltre, mi farete trovare ancora colà i prigionieri, ed il custode.

--Per costoro la bisogna è più facile, perchè non dipendono che da

noi. Pei soldati però v'è quello stizzoso di capitano....

--Il quale non oserà disobbedirmi, l'interruppe Gregorio componendo

il volto a piglio severo, intendete, messer conte?

--Va bene, risponde Oddo, questo non è affar mio. Ma non vorrebbe

la vostra beatitudine dirmi alcuna cosa intorno alla faccenda delle

provigioni?

--Vi dirò tutto laggiù, messer conte. Per ora lasciatemi solo. Ho

d'uopo raccogliermi in Dio. Andate: vi benedico.

Oddo si stringe nelle spalle e parte. Nella sala trovò il capitano

della guarnigione, che consultava tra gli altri capi, e gli comunicò

gli ordini di Gregorio. E quegli, che ad instanza di lui era stato

quivi messo dal senato e dal console romano per rinforzo, e che

egualmente teneva il castello pel popolo, fastidito risponde:

--Ma pel santo battesimo, state dunque a vedere un po' che questo

birbo di prete si avrà ficcato anche in mente che noi fossimo ai suoi

comandi! Ci siamo ingabbiati qui come barbagianni, e per guardargli

salda la pelle abbiam danzato un bel tratto alla musica delle

baliste: adesso, per Dio! parmi che fosse ora di metter fine allo

scherzo.

--Non prendete il galoppo, ser Ugoccione. Stiamo a vedere cosa

intenda fare da sezzo; poi vi consiglierete dalle circostanze.

--Staremo a vedere sì, messer conte: ma il mio partito è già preso.

Invece di morirci qui di fame, come lebbrosi all'ospedale, intendo

meglio che andiamo a menare le mani là fuori con l'aiuto di Dio, e

morire, come a soldati si addice, dove ora soldati sono e soldati si

battono. Gli abbiamo finalmente cavato il ruzzo di fare il bravo a

codesto garbato messere. Ma quando siamo giunti all'articolo penuria,

io non trovo scritto in nessuna cronaca, dall'assedio di Troia in

poi, che alcun capitano abbia fatto lo schifiltoso a non dimandare

accordi e cedere alla fortuna della guerra.

--Io non sono del vostro avviso, messer Ugoccione. Del resto ciascuno

ha un cervello per regolare il fatto suo: io me ne spicco di mezzo.

Vi pregherei solo a non esser corrivo ai partiti estremi ed attendere

anche un giorno. Chi sa, per me bisogna proprio dire che questo

caparbio vecchio mi abbia stregato.

E sì dicendo, lasciava il capitano e si dirigeva alle prigioni.

Cercò da prima il carceriere, il quale, come ebbe udito l'ordine suo,

gli presentò il mazzo delle chiavi. Oddo col pugnale ruppe il cordone

che le univa, e sceltane una, dette le altre a Gano, conchiudendo:

--Sicchè hai capito? Mi stai così minchione minchione a guardare

quasi io fossi piovuto dal terzo cielo come s. Paolo. Farai uscire i

cattivi allo scoccare della campana di mezzodì, e li condurrai nella

corte.

Gano si gratta il naso con un fare stufo e balordo, poi risponde:

--Ho capito sì, messer castellano: ma vi tengo per avvertito, che

se si tratta di mangiarli, io mi protesto che non intendo aver la

mia parte di quel tisicuzzo del vescovo di Biella, perchè certamente

mi farebbe venir la lebbra. Se l'udiste a bestemmiare, messer

castellano....

--Il diavolo ti porti! ma chi ti ha detto che ce li dovessimo

mangiare perchè fai di codeste proteste?

--Mille perdoni allora, messer conte. Si tratta dunque di appenderli

ai merli onde riparare le torri dalle tratte dei mangani; ed in

questo caso io protesto che andrò a tagliare le corde del vescovo di

Potenza--dovessi pure andarlo a sostituire io medesimo. Se lo vedeste

a far miracoli, ser castellano....

--Ma che ti afferri il gavocciolo, bestione! chi ti ha detto dunque

che quei poveri disgraziati si dovessero appendere alle mura?

--Allora, mille perdoni un'altra volta, messer Oddo. Si tratterà di

farne una comoda appiccagione per risicare alimenti. Ed in questo

caso, mi protesto che voglio essere io proprio colui che ha da

rendere tanto pietoso officio al diacono Sizzo; perchè l'altro ieri

mi applicò alle mascelle un tal sorgozzone, per un vezzo innocente

che volli fargli, da mandarmi al diavolo l'ultimo dente che mi

restava.

--Mai che domine vai tu dunque almanaccando, baciocio! Tu non devi

che menarli nella corte e lì finisce il tuo debito. Hai capito?

--Mille perdoni un'altra volta, ser castellano. Allora sarà... ma

protesto...

Oddo non l'udiva più, perchè scompariva sotto un androne, nel cui

fondo oscuro metteva capo una scala. Gano resta fiso e ritto ad

ascoltare il debole rumore delle pedate, e guardare nel punto dove

si era dileguato il conte, poi scuote la testa corrucciato e fra sè

stesso brontola:

--Cane di un vecchio! vah! ed eccolo che se la guizza da lei. Gano

solo non può, nè deve neppure protestare per cosa che gli dia

fastidio. Ma avrà un bel dire, anche quell'altro arabico vecchio di

pontefice: il diacono Corrado se l'ha da filar netto--non dovessi

che farlo scappare pel buco della toppa. E' mi ha promesso sposare

quella mia figlioccia di Guaidalmira... se già quel tristo impiccato

di Laidulfo non l'ha messa in bocca al diavolo. E la sposerà veh!

perchè mi protesto contro queste nuove diavolerie che va mettendo su

mastro Gregorio. Sissignore! un povero figliuolo che serve a tutto

il mondo; che dei sette benedetti giorni della settimana ne passa

cinque digiuno; che riceve batoste da questi perchè gli è padrone,

da quegli perchè è più forte, da quell'altro perchè è milite, da

quell'altro ancora perchè coi suoi soldi può cavarsi la voglia di

bastonare ed uccidere chi meglio gli garba... sissignore! un povero

figliuolo non deve condur moglie, perchè mastro Ildebrando ha detto

_diaconorum sposarum non prendebuntur_. La vedremo oh! la vedremo,

mastro Ildebrando! Tu pensi a cinque, io miro ad asso. Mastro Corrado

sposerà Guaidalmira, e mi protesto veh! messer castellano, che vi

andate così bel bello a rifocillare da quella sguaiata madonna.

L'affogherei per quella sua rassegnata verecondia che mi puzza di

santo le cento miglia!

Però, malgrado le proteste di Gano, il castellano era sceso nella

prigione.

Un raggio di fievole luce, che filtrava da alto abbaino graticciato

di ferro, illuminava quella topaia. La quale, mantenuta netta ed

accomodata da un po' di ordinato mobile, sembrava più orrida ancora,

come grinza e laida vecchia che si affusola dei panni da sposa. Ad

uno sgabellaccio presso al letto sedeva una donna sui quarant'anni,

pallidissima in viso ed abbandonata, come l'infermo che si leva da

lunga e mortal malattia. Un avanzo di antica bellezza si scorgeva

ancora in lei, ed era il testimonio innanzi a Dio che non la mano

del tempo ma quella dell'uomo l'aveva cancellata a metà. Lo sguardo

però scintillava ancora di una forza vitale potente, quasi che quivi

tutta l'energia dell'anima si fosse accumulata. Il destino dell'uomo

sta nello sguardo: esso compendia le pulsazioni dell'anima, le rivela

altrui, inspira interesse, impone. E la prigioniera aveva di quegli

occhi indiani profondi e vellutati che appena si muovono ed esprimono

ciò che si agita nel fondo del cuore. La spigliata persona avvolgeva

in tunica nera, sulla quale vestiva un gamurrino con cappuccio ed

ampie maniche, anch'esso di drappo oscuro. Al dito portava preziosa

gemma. Come sentì dischiuder la porta, ella si volge, e conoscendo

Oddo, sclama:

--Dio vi prosperi, messer castellano; credeva vi fosse venuto male,

perchè da otto giorni non vi vedeva più, e Gano sapete se è prodigo a

dare schiarimenti ai prigionieri.

--Che? madonna, vi avrebbe egli forse usate scortesie?

--Mai no, messer castellano. Povero Gano, fa quel che può a dominare

la sua antipatia per me; e non fosse che a vostro riguardo, mi

profonde amorevolezze. Ma se per avventura gli muovo parola di questi

o di quegli, Gano mi anguilla, e non mi cava mai di smania.

--Quel disutilaccio è un fantastico uomo: però ha buono il cuore,

bisogna convenirne.

--Propriamente. E poi con voi, messer Oddo, si potrebbe egli esser

cattivo?

--Ah! voi mi lusingate, madonna. Ma l'uomo non può esser nè più buono

nè più tristo di ciò che Iddio lo ha fatto; ecco tutto.

--Ditemi dunque, se il ciel vi aiuta, messere, ond'è che per otto

giorni non vi ho veduto? Ho patita una smania ed uno stringer di

cuore!... Già sapete che voi siete l'ultimo angelo della mia vita.

--Gli è, madonna, perchè ne sono accadute delle grosse, ma delle

grosse assai, veh!

--Non m'ingannava io dunque! Perciò quella specie d'indistinto rumore

che penetrava fino quaggiù, e che per su la corrente del Tevere mi

giungeva! Han dovuto fare dei ben grandi gridori questi pazienti

Romani.

--Gridori? peste! dite diavolerie, madonna, dite baldorie matte. Chè

dalli e poi dalli, è sgrillato alfine questo disgraziato popolo, e si

è scorrucciato il buono ed il meglio.

--Han fatto dunque sommosse?

--Sommosse no, ma presso a poco. Perchè quel galuppo del re Enrico,

domenica mo, il dì delle palme, perdette la pazienza, e senza

brigarsi che fosse o no quel giorno solenne, schiera i suoi soldati

sotto le mura... A vederlo pareva s. Giorgio! Ebbene si lancia a

percorrere le file e dice: neh, figliuoli, a che giuoco giuochiamo

dunque? Credete, pel santo sepolcro! che non avessimo altro a fare

che starci qui, fuori le porte, come mendicanti a dimandar la

limosina e morirci di peste come villani che han mangiato il loglio?

Andiamo su, sacramento! mano alle scale ed alle piccozze; e se oggi

non entriamo ancora noi in Roma, come Cristo entrò in Gerusalemme,

impiccherò alle porte il primo che dà indietro. Venite appresso a

me. Voi, messer Baccelardo, fate giuocare gli arieti: voi, sire di

Cosheim, tempestate coi mangani: voi, monsignor di Ravenna, accostate

i battifredi e spazzate le mura dai difensori: e voi, sire di

Buglione, venite con me alla porta Toscana. Perchè fo voto di quattro

candelabri d'oro a Nostradonna di Goslar, e di due calici preziosi

a Nostradonna di Edessa, se oggi penetreremo in questa matta città,

che vuol fare con noi la curiosa. Andiamo, suonate le trombe ed

all'assalto.

--Anche Guiberto da Ravenna v'era dunque?

--Se v'era! ve lo avrei voluto fare un po' vedere da su le torri come

quel fistolo menava le mani! Dava busse da scantonare il Coliseo.

--E sì?

--E sì, detto fatto, quei demonii, incoraggiati dalle parole del re

e meglio dall'esempio, perchè al primo piuolo delle scale vedevano

sempre lui o quel di Buglione, si rovesciano sulle mura con tanta

rabbia che ne rintronò tutta la città.

--E quei di dentro?

--Peggio che peggio. Accolto il popolo, ed il senato, ed i vescovi,

ed il console, e tutto il mondo, là nel Foro, strepitavano a

sganghera gole, e chi proponeva un matto di partito, chi un altro:

ma partiti da far venir la pelle d'oca! Si trattava quanto meno di

bruciare il papa, cacciare i signori, metter fuoco ai castelli,

aprire le mura... Cane di popolo! anche con me l'avevano, che

custodiva Gregorio qui dentro, sicuro come in un guscio di ferro.

--Povero messer Oddo! sclama la cattiva stendendogli la mano, cui il

castellano baciava. E continuava:

--Sissignora, anche contro di me grugnavano quei cialtroni. Ma il

senato ed i signori consultavano; ed i capitani della contessa

Matilde a gridare: state sodi per Dio! fate animo; la benedizione di

Gregorio ci difende; Gesù Cristo combatte per noi! E que' scomunicati

a fischiare, a strepitare: che benedizioni e benedizioni, un

bischero! siamo digiuni, siamo affamati, le pietre ci rovinano le

case; che Gesù Cristo, e Gesù Cristo! se codesto combatte per noi, si

dia dunque il fastidio di mutar quei macigni in berlingozzi; aprite

le porte; bruciate il papa. Ed ecco che in mezzo a questo parapiglia

si sente gridare di verso porta Toscana che gl'imperiali sono dentro,

e che la bandiera di Enrico sventola sui baluardi.

--Ed era vero?

--Altro! credete che Enrico avesse fatto da burla quando votò

alle sue Madonne non so quante libbre d'oro, purchè avesse potuto

penetrare penetrare là dentro? Il principe Baccelardo da un lato

apre la breccia; dall'altro quel demonio dell'arcivescovo di Ravenna

sfonda i barbacani, spinge il battifredo alle mura, e saltato su con

i suoi bravi Lombardi... ira di Dio! spazzava gente come si spazza la

polvere con la granata, e la rotolava a colmare i fossi. Infine si

fissa sulle mura, e corre verso il punto dove il re dava la scalata:

e che vede?

--Che vede dunque?

--Per la messa! prima di lui, prima di tutti, Goffredo di Buglione

aveva afferrati i merli ed aveva piantato lo stendardo di Lamagna

sui baluardi della porta Toscana. Ma il vescovo Giovanni di Porto,

che ha in corpo più legioni di diavoli lui solo che non ne ebbero

tutti gli ossessi del leggendario, coglie il duca in quell'atto e

lo ferisce con la spada alla testa. Goffredo non rotola giù, perchè

immediatamente dopo di lui saliva il re. Questi afferra il vescovo

alla gola, e strozzatolo, lo precipita nella città sulla testa dei

soldati fuggitivi. Allora giunge anche l'arcivescovo di Ravenna...

--Non era stato ferito Guiberto, non è vero?

--No, che io mi sappia! Ma chi imbecille gli si voleva accostare con

la tempesta con cui faceva correre le percosse? Da sulle mura, il re

da un lato comandava ai suoi di avanzar dentro per la breccia aperta

da Baccelardo, e dall'altro, coperto di ampio pavese, ingiungeva ai

Romani di arrendersi. Questi però fuggivano a collo rotto verso il

Foro onde recare la spaventevole notizia ai primati che consultavano.

Il popolo, il quale non si augurava di meglio, alza un prolungato

grido di giubilo, dicendo: Viva il re! muoia Gregorio! E corre per

essere primo a profferire obbedienza ad Enrico. Ma il console Cencio,

che mutolo aveva lasciato fino allora accapigliarsi il senato, i

patrizi ed i prelati, scoppia e dice: Vi affoghi la peste, poltroni,

giacchè non valete altro che a dir minchionerie, lasciate fare a

chi sa fare. Il nemico è dentro. Si è fatto quanto si è potuto per

difendere, con tanti guai e tanto danno, questo testardo papa, se lo

porti il diavolo! Volete che siamo sgozzati per lui tutti, la città

sia data al sacco ed al fuoco dai Tedeschi? Restate pure ad eruttar

sciocchezze costì, che io so bene quel che debbasi fare in questo

momento. Voi monsignor di Arezzo, e voi monsignor di Modena, venite

meco.

--E che fecero? Io comincio a tremare.

--Eccolo. Fecer da sezzo ciò che avrebber dovuto fare da principio.

Si presentarono al re, il quale aveva fatta sfondare porta Toscana,

e si avanzava nella città alla testa delle truppe schierate in

ordinanza. Sopra un bacino di argento egli, Cencio, portava le

chiavi d'oro di Roma. Lo precedevano due araldi ed un bandieraio

con bianco pennone. Come Enrico li vide, fermò il cavallo; ed essi,

piegando a terra il ginocchio, mormorarono: Piacciavi, o sire, di

accettare le chiavi di Roma, e come i nostri forti antenati entrarvi

da signore e da trionfatore. Il re sorride e risponde: Bel sere,

voi ci offrite cosa che non è più in vostro potere; non pertanto,

mercè. Sire di Cosheim, risparmiate la città. E sì dicendo dava di

sprone al cavallo, ed avendo alla destra l'arcivescovo di Ravenna,

ed alla sinistra Baccelardo, per la via sacra, come Cesare, si reca

al Vaticano. Le sue truppe intanto, giusta l'ordine del re al sire

di Cosheim, senza rompersi a niuna maniera di libidine, come fra i

soldati si suole con le città vinte, condotte dai capitani occupano

in bello ordine dal Laterano al Vaticano, e tutti gli altri castelli

più forti, e vi si mettono a presidio...

--Il duca di Buglione era dunque morto?

--Mai no. Gravemente ferito alla testa dall'azza del vescovo,

riscuotendosi fe' voto di andar a combattere in Terrasanta. E non

passò guari che per miracolo si sentì quasi sano.

--Sicchè dunque il padrone di Roma è adesso l'imperatore?

--Proprio lui. Perocchè, il giorno di poi, l'arcivescovo di Ravenna

fu esaltato alla sede romana dai cardinali. E se aveste veduto che

funzioni, madonna! Egli si presentò ad essere adorato a San Giovanni

a Laterano sopra un cavallo morello che pareva volesse inghiottire

il Campidoglio, con il suo bravo giaco di maglia addosso, cosciali e

schinieri e bracciali e manopole, quasi si presentasse alla pugna, ed

in testa l'elmo d'oro massiccio con l'aquila al cimiero, dono del re,

coprendo la spada ed il pugnale che cingeva del manto ponteficio, il

quale era proprio uno spanto a guardare. Che sì, che egli lo aveva

conquistato il ponteficato! Il dì 24 marzo infine fu consacrato nella

chiesa di San Pietro dagli arcivescovi di Arezzo e di Modena.

--Guiberto è dunque vero papa, sclama la cattiva, arroventando nel

volto che levava verso il cielo.

--Papa, arci-papa, continua il castellano, ma noi fummo qui bloccati

a non lasciarci passare neppure l'aria pel respiro. E bisogna dire

che questi birboni di Romani non intendano mica affatto saperne di

noi; perchè se li aveste veduti a far baldoria il dì di Pasqua,

quando il re Enrico con Berta sua sposa entrò solennemente in San

Pietro, vi avreste fatta la croce. Io credo che nemmanco i cani ne

vogliano più di questo povero vecchio pontefice, che in altri tempi

adoravano della faccia nella polvere.

--La sventura è la stessa per tutti, dice la donna sospirando.

--Deve essere infatti così, continua Oddo, poichè tutti insieme, col

senato e col console Cencio, accompagnarono il re, che da San Pietro

si recò trionfante al Vaticano onde aver cinta la corona imperiale

da Clemente III--tal nome si è imposto a Guiberto--ed allora tutti

a gridare: Evviva l'imperatore! evviva l'imperatore! _alleluia!

alleluia!_ Poi si recarono al Campidoglio, donde i fanti tedeschi

sbrattarono un residuo di gente papale, e quivi il senato ed il

console confirmarono Enrico patrizio di Roma, tra l'entusiasmo del

popolo che non aveva freno. Plebe sgualdrina! Non avrebbe ribrezzo

domani di lapidare quest'altro suo idolo!

--Sicchè dunque a papa Gregorio non resta più alcuno di tanti fedeli?

--Eh! madonna, quando la fedeltà non viene dal cuore e non si

accompagna con l'amore, non dura mai troppo. L'ultimo baluardo di

questo povero vecchio era la contessa Matilde, che si cacciò tra i

guai di lui fino al collo. Ma dalli e dalli, poteva essa sola far

fronte a tutta Europa, con cui mastro Ildebrando aveva attaccate

brighe, e che gli gridava il _crucifige_? È stata rotta in parecchie

avvisaglie la fedele castellana dai trecento castelli; le han portati

via tutti i forti dei suoi Stati; ha sprecate le sue ricchezze in

queste sterili lutte; ed ora anch'essa, la sventurata! va profuga e

raminga pei suoi deserti dominii onde non cadere in mano dei nemici,

invisa agl'Italiani, abborrita dai Tedeschi, proclamata santa ed

eroina solamente da un branco di fanatici faziosi. Sia come si vuole

però, bisogna dire che come Matilde, con la vostra sopportazione,

madonna, nascano ben poche donne.

--Ed i miei Normanni di Puglia, messer Oddo?

--Ma! Il principe di Capua, Giordano, fa lo gnorri: il conte Ruggiero

pettina i Saraceni di Sicilia: Roberto Guiscardo bada ai suoi malanni

domestici in Grecia: e perchè i Tedeschi non gli avessero a far

trovare occupato il proprio focolaio, come nell'anno passato, ha

novellamente mandato qui a patteggiare alleanza col re quel capestro

del vescovo di Bovino, e quel bravo figliuolo di Boemondo.

--Boemondo è dunque in Roma, messere? grida la donna in un tremito di

gioia.

--Almeno vi era, madonna, il dì della coronazione--salvo poi non sia

tornato di bel nuovo da suo padre.

--Ah! messer Oddo, sclama Alberada cadendogli ai piedi, che Iddio vi

consoli di tutte le gioie, che la pace degli angioli vi renda serena

la morte, ed il compenso del paradiso...! Messer Oddo, ve ne supplico

con la faccia per terra, fate che io veda questo giovane, fate che

abbracci mio figlio.

Il castellano si stringe nelle spalle e gratta il capo, poi dice:

--Uhm! uhm! Ciò è più facile a domandare ed a promettere che a

tenere. Ad ogni modo, vi prometto, madonna, che se Boemondo si trova

ancora in Roma voi lo vedrete, e dovessi precipitarmi dall'alto

delle torri per uscire dal castello. Ora venite meco. Dovete aver

fame, povera figliuola! perchè ieri ancor voi siete stata digiuna.

Già non avrò che darvi neppure lassù. Ma una determinazione bisogna

bene che papa Gregorio la prenda, non fosse che a cavarsela con una

burla o con un miracolo. Vedremo: questo stato di cose non può durar

lungamente.

--Non badate a me, messer Oddo. Che mi giovano alcuni giorni di

vita di più? Curate la vostra persona, curate gli anni vostri, che

spendete a bene degl'infelici.

--Andiamo, andiamo, madonna. Ve l'ho già detto le mille volte che io

non voglio di codesti vezzi che mi farebbero saltare in boria, se io

avessi conosciuta mai questa bestial passione. Gran chè che io faccia

un tantino di bene a creature buone come voi, quando lo possa. Ma

come si fa a strapazzarle, io dimando? Che cosa è? Sento un suono

quasi di campane; sarà mezzo dì. Andiamo, figliuola mia, non facciamo

noi aspettare mastro Gregorio che per nulla salta in bestia come una

cavalla viziata.

E sì dicendo dava il braccio ad Alberada che lo seguiva a passo mal

fermo, e si trovavano nella corte, al punto stesso che il capitano

della guarnigione si metteva alla testa dei suoi. Gano spuntava da

una parte con gli altri cinque prigionieri, e Gregorio da un'altra,

con le braccia conserte sul petto, sereno nel viso, sodo nell'andare.

Egli si trasse avanti le linee dei soldati, e dopo alquanto di

silenzio, durante il quale quella gente rozza e niente affatto doppia

pendeva dal tranquillo suo volto, come da quello di un santo da cui

si aspetta miracolo, parlò:

--Figliuoli, voi vi siete condotti da uomini valorosi e fedeli. Io

rendo testimonianza dell'opere vostre innanzi al mondo ed innanzi a

Dio, e ve ne ringrazio; e vi ricolmo di tutti i tesori celesti che

con la santità del mio ministero posso prodigare. Il cielo vi avrebbe

destinati per le sante corone dei martiri; ma io non sarò quel

temerario che affretterà i decreti della provvidenza. Avete fatto

il vostro dovere; avete combattuto da bravi; tenuta la rocca salda

a fronte di migliaia di nemici. Gloria a voi, gloria all'Eterno che

per mezzo vostro volle confondere i Madianiti! Ora però siamo giunti

ad un punto in faccia a cui gli è mestieri recedere. Il nemico ci ha

affamati. Si è servito dell'arma dei codardi perchè l'arma dei forti

gli fu spezzata in pugno da Dio. Io resterò qui.

--Voi? sclamano ad una voce Oddo ed Uguccione.

--Io resto qui, continua Gregorio. Quando il Signore mi elesse a

custode dei suoi figliuoli mi diede a divisa: _Persevera, e sii

saldo come le fondamenta del Libano_. Debbo compiere il mandato sino

alla morte. Voi uscirete ed andrete nella pace del Signore; perchè

mi piace lusingarmi che i Filistei non vorranno essere vigliacchi

al segno di farvi vitupero. Voi rivedrete le vostre spose, i vostri

figliuoli, e recherete loro le mie benedizioni. Io avrò memoria

dei travagli che patiste per me. E se deserto da tutti, e ridotto

a morirmi di stento, nulla posso concedervi ora, fidate in quel

Dio che provvede di penne gli augelli, il prato di fiori. Andate:

spiegate bianco pennone in segno di resa. Ma prima, se qualcuno ha

nulla da dolersi di me, che mi perdoni come vorrà esser perdonato

nell'ultim'ora sua: la carne è inferma.

--Benediteci, santo padre, benediteci, sclamano tutti ad una voce,

cadendo in ginocchio. E Gregorio alza la sua terribile mano e

continua:

Il re dei re, vol. 4 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 1 / 7 段