XII.

Zaverio aveva anticipata di due giorni la propria partenza. L’ultimo

colloquio colla baronessa l’aveva persuaso dell’urgenza di sottrarsi

a una passione per cui provava una ripugnanza di poco inferiore

all’attrattiva.

Perciò aveva pregato sua madre — la quale figurarsi se accondiscese —

di trovarsi pronta per la sera seguente.

Il battello partiva alle dieci e intanto, per togliersi, nella giornata

che gli restava, ogni possibilità di tornare al villino di Ruoppolo,

aveva scritto quel biglietto al barone.

La giornata gli parve interminabile. Non uscì di casa; ma era sulle

spine, aveva la febbre. La madre se ne accorse ma non gli disse nulla.

Comprese lo sforzo ch’egli faceva, rispettò il suo dolore — solo cercò

di confortarlo raddoppiando le sollecitudini e le tenerezze.

Finalmente la sera s’appressava.

Zaverio s’affacciò alla finestra, volse uno sguardo al piano liscio

del golfo che fra poco egli avrebbe solcato, poi un altro più lungo e

più penoso al villino di Ruoppolo che spiccava bianco fra gli alberi e

mormorò:

— È finito.

E questa parola di rassegnazione suscitò tutta la sua passione, più

formidabile, più irresistibile che mai.

Egli rinnegò, maledisse i suoi propositi!

Lo riscosse dal tormentoso soliloquio il passo di qualcuno che entrava.

L’ordinanza veniva a dirgli che un uomo da basso chiedeva dì lui.

— Sai che non ricevo nessuno, rispose bruscamente.

Il soldato uscì.

Dopo mezz’ora egli lo richiamò e chiese chi fosse quell’uomo.

— Un barcaiolo, mi pare, il quale disse aver cose di premura da

riferirvi.

— L’hai rimandato?

— Sì, capitano, ma egli non vuole andarsene.

— Dov’è?

— Sulla porta di strada.

Zaverio discese.

Diffatti l’uomo era là ancora.

Appena lo vide, si avvicinò e gli disse sottovoce:

— Eccellenza, la principessa vi vuole.

Riconobbe Gabriele il giardiniere. Egli dava sempre alla padrona il

titolo paterno anche dopo il matrimonio.

— Perchè? domandò Zaverio, le accade qualche disgrazia?

— Forse.

— Cos’è stato?

— Non so, ella ha bisogno di voi. Venite?

Il capitano rimase un po’ perplesso.

Quell’uomo aggiunse con una impazienza, singolare per uno della sua

condizione:

— È necessario che io vi conduca da lei.

Parlava come uno che ha un mandato preciso e che è ben fermo di

eseguirlo. Un soldato che osserva la consegna non è più risoluto.

Zaverio non badò a quella stranezza.

— Vengo, disse, aspetta.

Rientrò in casa per avvertir la madre; sulla scala trovò l’ordinanza, e

pensò essere più spiccio, incaricarlo lui dell’ambasciata.

— Di’ alla signora ch’io esco di casa e che fra due ore al più sarò

tornato.

E tornò fuori frettoloso, tremando di essere richiamato.

— Andiamo, andiamo, disse a Gabriele.

Più in là, alla cantonata, vide che invece di scendere verso Chiaia,

prendeva la strada della città. Lo fermò.

— Dove vai?

— Bisogna che andiamo al villino per mare, disse il giardiniere,

voltandosi di malagrazia.

— Sta bene, disse Zaverio.

E, senz’altre obbiezioni, lo seguì per chiassoli e vicoletti e

gradinate in piazza del Plebiscito.

Passarono davanti al caffè d’Europa.

C’era il barone, al solito suo posto accanto alla porta verso Toledo,

dove tutte le sere, prima di recarsi al Club, passava un’ora o due a

leggere i giornali.

Gabriele attraversò la piazza, discese verso la marina.

Allo svolto del Nettuno, Zaverio lo fermò di nuovo.

— È donna Vittoria, gli chiese, che ti manda?

— E chi potrebbe essere? rispose il siciliano, e il suo cipiglio

espressivo respingeva sdegnosamente come un’ingiuria la supposizione

ch’egli potesse servire altri.

Discesero a Santa Lucia sul molo del piccolo porto: quivi Gabriele

invitò il capitano ad attenderlo e scomparve in mezzo ai banchi dei

_pizzaioli_ e dei venditori d’_asprinia_.

Potevano essere sei ore o poco più, ma già annottava — era il mese di

febbraio, — le ombre di Capri e di Ischia si allungavano, si spingevano

innanzi rapidamente verso la riva: il golfo perdeva ad uno ad uno i

toni del suo iride prodigioso, e sbiadiva nel chiaro-scuro uniforme.

Sul molo la folla diradava.

Gabriele stette assente un quarto d’ora e forse più.

Zaverio già s’impazientiva e combatteva contro la tentazione

d’andarsene. Quella donna che egli desiderava poco prima con tanto

ardore, ora temeva di rivederla.

Ma, finalmente, il servo tornò.

Gli fe’ segno di seguirlo e lo condusse nell’angolo deserto di una

delle cale dove teneva legato un piccolo canotto.

Ve lo fe’ scendere, impugnò i remi e vogò di lena.

Il canotto guizzò rapido sull’onda e prese il largo.

Era notte chiusa oramai; tirava un forte ponente, il cielo pareva di

cristallo e il mare liscio di acciaio forbito.

Zaverio non aveva mantello, rabbrividiva dal freddo. Si sentiva a

disagio; si volgeva inquieto ora alla città che si allontanava, ora

alla costa silenziosa e buia di Mergellina cui erano diretti; e sempre,

incontrava involontariamente lo sguardo di Gabriele; uno sguardo acuto,

vigilante, diffidente, ostile che qualche volta gli spingeva suo

malgrado la mano all’elsa della sciabola.

Approdarono al giardino di Ruoppolo.

Gabriele condusse la barca in una specie di grotta artificiale dove

l’onde rompendosi in parecchi risvolti abilmente disposti penetravano

in un piccolo bacino e venivano a lambire l’orlo in un praticello in

pendìo dove tutto l’anno cresceva un’erbetta fine e fitta fitta.

Saltò a terra, tirò il canotto sulla riva e s’avviò dinanzi a Zaverio

guidandolo attraverso i meandri del giardino.

Questi era tanto preoccupato che non badò dove lo si menasse.

Ma fu molto sorpreso di trovarsi nel salotto dove il barone l’aveva

introdotto quella prima sera male augurata della loro conoscenza.

Volle chiederne la ragione al giardiniere ma questi era già sparito.

Toccò la porta ond’erano entrati; era chiusa di fuori.

Fosse caduto in un agguato? Si guardò intorno e notò allora che le due

finestra erano chiuse anch’esse colle imposte sprangate.

Ciò confermò i suoi sospetti.

Voltandosi verso la camera del barone vide sulla soglia, ritta, donna

Vittoria che l’osservava sinistramente e sorrideva.

La guardò un momento stupito, poi, vergognandosi, le venne incontro, le

porse la mano ch’ella non vide neppure.

Zaverio comprese dalla sicurezza della baronessa che non si trattava di

lei ma di sè.

Si sentì ridicolo: non ardì interrogarla.

Però ella stessa gli spiegò spontaneamente il suo invito, dicendo:

— Dunque, capitano, voi mi fuggite! e vi scordate perfino di salutarmi.

— E voi potete dir questo? Dopo quanto è accaduto il meglio che io

potessi fare era il risparmiarvi la noia di rivedermi... confessatelo,

baronessa.

— Confesso che dopo le vostre imprudenze la vostra condotta può parermi

sconveniente, ma non è punto strana, punto, punto....

Zaverio era ricaduto sotto il fascino prepotente di quella donna che da

tre mesi lo dominava; egli non pensò neppure a difendersi.

— Sempre implacabile, sclamò angosciosamente, siate buona almeno in

questi ultimi momenti.

— Ultimi? ah sì! voi ci lasciate positivamente.

Donna Vittoria proseguì:

— Comprendo la vostra impazienza di ritirarvi da un terreno ingrato.

Alla fine dei conti non è giusto che un uomo come voi sciupi le sue

galanterie, quando ha come voi un modo qualunque di metterle a frutto.

È naturale che voi rechiate senza indugio i vostri omaggi e i vostri

voti a chi voglia accettarli ed esaudirli.... Non siete punto obbligato

a scusarvi, e nessuno ha qui l’intenzione di reclamarli per sè.

Soltanto, vedete capriccio femminile, ho voluto rubare qualche ora alla

vostra felicità.

— La mia felicità! quale... fuori di qui?

La baronessa riprese il suo sussiego e disse severamente:

— Basta, signor duca, spero bene non vorrete farmi pagar troppo caro

il mio capriccio colle vostre oltraggiose petulanze. Sarei mortificata

per voi se vi foste minimamente illuso sui moventi del mio invito... e

aveste attribuita alla vostra condiscendenza un’importanza soverchia.

Zaverio proruppe:

— No, baronessa, io non ho illusioni, non ho prosunzioni; voi mi avete

respinto l’altro dì e io me ne andavo per non infastidirvi oltre — voi

mi avete detto stassera, venite — e sono venuto senza pretese, e senza

speranze; perchè voi siete arbitra della mia vita ed io non ho più

altra volontà che la vostra. Se voi mi direte di uscire io me ne andrò

senza profferire un solo lamento. Ma se mi permetteste di rimanere io

benedirei la vostra clemenza e adorerei la vostra generosità se mi

lasciate respirare l’aria che voi respirate.

Donna Vittoria gli fissò in volto i suoi occhi quasi tigrati, poi

sorrise e disse:

— Come parlate bene!

— Ascoltatemi: io ho una madre che ha per me una di quelle devozioni

che non hanno limite e non hanno compensi, che mi vuol bene quanto io

ne voglio a voi. La povera donna mi aspetta in questo momento, chissà

con quale ansietà, e, guardate, io so la sua tortura — e resto, perchè

a voi garba che io resti... per un capriccio, voi dite. Il vostro

fugace capriccio mi è più sacro della sua devozione di trent’anni.

Donna Vittoria aveva stornato il viso, ella disse:

— Voi non mi parlate di un’altra persona....

— Quale?

— La vostra fidanzata, che, in questo momento, anch’essa vi aspetta.

Zaverio crollò vivamente il capo:

— Non ho fidanzata io. Vi dissi un giorno che esitavo ad abusare

dell’ingenuità di una giovinetta, non vorrei ingannarla ora. Voi sapete

che io non potrei amarla, perchè, vogliate o no, io vi appartengo

irreparabilmente benchè io non speri nulla e senta che questa passione

sarà la mia disperazione.

Vittoria l’interruppe questa volta: una cupa riflessione le rabbuiava

il viso. Volse uno sguardo all’uscio ond’era venuta. La portiera

sollevata lasciava scorgere nella penombra il profilo bianco del letto

del marito e il luccichio di una pistola appesa al capezzale.

Zaverio tacque.

La baronessa si levò, fe’ alcuni passi, poi domandò:

— Perchè partite?

— Io non parto più...

— Neppure se vostra madre ve ne pregasse?...

Egli non potè rispondere altrimenti che con un cenno negativo.

Donna Vittoria stette alcun poco a guardarlo ritta in piedi davanti a

lui. Poi battè palma contro palma, corse alla soglia della camera del

barone, sporgendo il capo al buio mormorò alcune parole sottovoce a

qualcuno ch’era accorso al suo richiamo.

A Zaverio disse il cuore che si parlava di lui, che gli si tendeva

un’insidia.

Ma donna Vittoria tornò subito, sedendogli vicino, tranquilla e senza

ironia.

E allora egli dimenticò tutto il mondo, sè stesso, non vide più che

lei! Era tanto felice di trovarla umana!

Per un’istante si lusingò d’averla impietosita.

— Che pensate? gli domandò la baronessa.

— Non me lo chiedete, penso a una cosa tanto assurda che non oso dirla.

— Ed è?

— Voi andrete in collera quando ve l’abbia detto; mi dareste sulla voce

e l’incanto sarebbe distrutto.

E spiava inutilmente il volto di lei che rimase impenetrabile.

— Guardate, soggiunse, quand’ero ragazzo, e già i miei desideri mi

scappavano fuori della mia povera casa, avevo trovato un mezzo per

imbrigliarli: richiamarli dall’immensamente grande all’infinitamente

piccolo; spezzar loro sino all’infinito una piccola gioia, magari

una piccola illusione; sostituire alla quantità che mi difettava,

l’intensità di ciò che potevo avere: molte volte mi sono creato un

mondo d’una zolla d’erba... Ebbene io penso che v’amo, che sono qui

vicino a voi... e voi, per un minuto solo lasciatemi credere che non

respingete l’amor mio.

— No, vi dico che non so che farne, che non lo voglio.

La passione spezzava oramai tutti i ritegni della rassegnazione ch’egli

s’era imposta.

— Che volete dunque da me? domandò tutto tremante.

— Daccapo! non ve lo dissi già? vedervi...

— Ma non capite ch’io non posso contenermi? che io soffro?

La baronessa s’era alzata ancora; egli le prese la mano, la trattenne,

le si buttò ai piedi, le abbracciò le ginocchia, dicendo:

— Vedete, io ne impazzirò, non importa; sento che questo è l’istante

decisivo della mia vita. Voi volete la mia disperazione, lo vedo;

lasciatemi qui almeno un minuto, così...

Donna Vittoria si divincolò e disse imperiosa:

— Silenzio, nessuno deve udirvi pronunziare parole sconvenienti.

Rammentatevi dove siete.

Zaverio ricuperò ad un tratto il senso della realtà, si rialzò, si

guardò attorno.

— Perchè mi avete ricevuto qui? chiese.

Ella non rispose.

— Se vostro marito sopraggiungesse?

— Se lo aspettassimo? disse la baronessa levando la testa in atto di

sfida, poi ripigliando il suo accento beffardo: — avete paura?

— Sapete bene che no: non mi inquieto che per voi.

— Ah grazie...

— Si tratta della vostra riputazione.

Donna Vittoria disse:

— Appunto.

In un modo che colpì Zaverio, il quale ripetè:

— Appunto?

In quel mentre egli vide nella camera del barone una mano, una grossa

mano di contadino insinuarsi fra le cortine del letto e riporre al

capezzale la pistola che doveva averne prima spiccato. Poi intese sul

tappeto il rumore sordo di passi che s’allontanavano.

— Chi è? domandò.

— Gabriele.

— E che cosa è venuto a fare?

La baronessa strinse le spalle.

Seguì una lunga pausa.

L’orologio battè le dieci ore: il battello partiva certo in quel punto,

Zaverio pensò che avrebbe dovuto trovarsi a bordo con sua madre. E

provò un doloroso rammarico.

Ad un tratto s’intese il rumore di una porta che batteva forte.

Allora donna Vittoria ostentando una tranquillità in cui era evidente

lo sforzo:

— Siete ammutolito? gli disse.

— Vorrei sapere lo scopo della lugubre rappresentazione cui mi fate

assistere.

— Non è punto una rappresentazione.

— Mi direte dunque il vostro tenebroso disegno.

— Il mio disegno, rispose la baronessa, è semplicemente di procurarvi

col barone una spiegazione, di cui voi due non mostravate, è vero, una

soverchia premura, ma che è necessaria a me....

— A voi?

— Egli verrà qui, proseguì donna Vittoria, ve ne spiace? Potrete

inventare una scusa, una menzogna; ma non è probabile che egli vi creda.

Zaverio era balzato in piedi.

— Voi fate, disse, una cosa mostruosa.

— Mostruosa sì, come la mia disgrazia; come l’oltraggio che quell’uomo

e voi mi avete fatto. Credevate forse che io me lo dimenticassi? che

io volessi tollerarlo? — Ah, signor duca, i vostri avi non vi hanno

lasciato più dignità che sostanze.

— L’incauto! il vanesio! sclamò cedendo mano mano alla collera, egli

ha creduto che quell’abbietta vigliaccheria gli desse il diritto di

compiere la mia vergogna; io gli ho chiesto una riparazione, egli mi

ha gettato un po’ di galanteria ed ha creduto indennizzarmi col suo

amore — obbrobriosa, vituperosa derisione! Ed io devo perdonarvi? Vi

pare che io avrei sopportato tutto questo, che io vi avrei permesso

una sola parola, un solo sguardo se ciò non fosse stato necessario

al mio intento? E il mio intento non può essere altro che quello di

castigarvi. Io frenavo lo sdegno che voi m’inspiravate, pensando che

la punizione sarebbe stata inevitabile e mi avrebbe compensata ad un

tratto di tutte le vostre impudenze.

— E il vostro paladino è il barone? disse alteramente Zaverio.

— Egli non vai meglio di voi, lo so; ma bisogna pure che io mi serva di

lui. Ho sperato un momento di farne senza. Sappiatelo, io ho esitato

fra voi e lui. Ricordatevi del nostro primo colloquio nella serra;

non vi ho detto allora che dei due uomini che mi avevano offesa,

uno era di troppo? Bisognava che l’uno mi liberasse dall’altro....

e ho posta a voi la scelta. E v’ho lasciato tempo a riflettere....

e questa donna, cui faceste l’onore dei vostri desideri, vi avrebbe

appartenuto. Ma voi non mi avete capito. I vostri desideri non erano

che galanterie volgari, non poterono ispirarvi il coraggio d’un uomo.

Voi non voleste essere il mio giustiziere, ed io vi ho condannato. E

la sentenza si eseguirà qui adesso. Avrei voluto che la pena seguisse

là dove il delitto fu compiuto; ma non ho voluto che si macchiasse la

mia riputazione. Mio marito era capace di calunniarmi, d’accusarmi

d’adulterio. Vedete ch’io ho pensato a tutto.

Zaverio la guardava impietrito: l’animo di quella donna gli si

spalancava davanti come un abisso spaventoso. Il baleno del suo odio

gittava una luce sinistra sopra le loro relazioni di quei tre mesi e ne

rischiarava i più minuti particolari; mostrava il laccio ch’ella con

una pazienza, una perfidia satanica aveva dì per dì annodato e che ora

lo stringeva.

Egli tuttavia tentò di rivoltarsi.

— E se io non volessi aspettar questo incontro?

La baronessa crollò il capo.

— Ragazzo, pensate un po’ se io vi avrei scoverto il mio gioco se

vi restasse la menoma probabilità di fuggirmi! Guardate: di qua,

donde siete venuto, due solidi usci chiusi e sprangati, sprangate le

finestre: e di là, nell’anticamera — il barone, il quale, avvertito

della vostra presenza da Concetta, che finge tradirmi, vi aspetta e

verrà a cercarvi. Nella casa nessun altro che noi e i miei due servi,

che vi odiano solo perchè io vi odio e che v’ammazzerebbero se io

lo volessi: il barone ha stassera, per suggerimento di Concetta,

allontanati i suoi. Ora se preferite essere ucciso come un ladro

all’aspettare qui come un uomo aspetta un altr’uomo, uscite. Provate di

intenerire il barone, di chiedergli perdono.... ma dubito vi riesca;

è tanto vile colui! Concetta gli ha detto che voi eravate venuto per

rapirmi, per condurmi con voi.... egli non vi perdonerà; vi avrebbe

perdonato il disonore — non il tentativo di rubarmi alla sua vanità.

Zaverio trovò nel proprio orgoglio tanta fermezza da soggiogare gli

affetti che lo agitavano, si fe’ calmo come non era mai stato con lei,

tornò lentamente a sedere ed incrociando le braccia disse:

— Venga dunque, io l’aspetto.

La sua fermezza scosse donna Vittoria.

Zaverio soggiunse:

— Vostro marito non è di quei che si battono; si sbrighi dunque ad

assassinarmi.

La baronessa lo guardò in silenzio con grande attenzione.

— Ebbene, soggiunse, vi permetto di difendervi.

Prese sopra una scansia una pistola, la depose sulla tavola davanti a

lui, dicendo:

— È carica.

Egli la respinse.

— No, ho già ucciso un uomo per voi, per difendervi — ma allora non vi

conoscevo, potevo credere lo meritaste.

— Ah, sclamò Vittoria, quella donna ero io?

Zaverio non rispose.

La baronessa stese le mani verso di lui e pallida pallida gli gridò:

— Difendetevi dunque!

La parola fioca le usciva a stento dalle fauci.

Zaverio la guardò stupefatto: quell’erinni era ammaliante. L’ansietà la

rendeva più bella che mai: alla calma suprema era subentrata la vampa

di una passione immensa.

Tremava, ripeteva:

— Difendetevi, difendetevi, in nome di Dio.

Si faceva supplice, giungeva le mani convulse.

Zaverio rispose:

— Preferisco vendicarmi.

E s’avanzò verso di lei. Donna Vittoria, stupefatta, non si schermì:

egli la prese per le braccia, se la tirò contro il petto:

— Voi non avete pensato a questo; vi siete creduta troppo forte: ma

anch’io avrò la mia vendetta: fate di me quel che volete: non potrete

togliermela; tu hai voluto la mia vita, io avrò te — che almeno il

mio peccato valga il castigo che tu mi infliggi. Voi sarete mia,

principessa, e, — vedete, io vi disprezzo.

Aveva il viso infocato, gli occhi fuori dell’orbita come quelli d’un

forsennato: un parossismo di furore lo possedeva.

Invano la baronessa si dibatteva; egli la trascinava, la buttava sul

divano, le premeva il viso contro il viso ripetendo con voce soffocata:

— Mia!... mia!

— Ah, urlò disperata Vittoria, non verrà dunque mai quell’imbecille!...

L’uscio della camera si spalancò.

Comparve sulla soglia il barone, tutto stravolto, smorto come un

cadavere, con una pistola in mano.

Zaverio si volse e rallentò la stretta: Vittoria cadde rotoloni sul

pavimento.

I due uomini si guardarono: un minuto solo; il marito chinò gli occhi,

poi li rialzò e appuntò l’arma contro l’avversario.

Zaverio afferrò istintivamente la pistola sulla tavola.

Il barone sparò.

Ed anche Zaverio.

Il barone cadde, senza fiatare.

Zaverio intese il rumore cupo del grosso corpo sul pavimento. Non vide

nulla. Sentì due braccia che gli stringevano furiosamente la testa e

due labbra che cercavano le sue, e la voce di donna Vittoria che gli

gridava:

— Son tua e ti amo.

Zaverio con un urlo terribile la ributtò a terra.

Una mezz’ora dopo, Concetta arrivava di corsa, tutta trafelata dinanzi

al brigadiere della stazione di Chiaia a denunziare che il barone di

Ruoppolo s’era ucciso.

La visita fatta subito dopo al villino confermò perfettamente questa

denunzia.

Il cadavere non recava traccia di violenza; solo, avvertì il medico,

era singolare la località della ferita sotto l’occhio sinistro al

confine della narice.

Ma il delegato, più arguto, disse che ciò doveva essere effetto del

tremito della mano; e che d’altronde, non v’era dubbio fosse prodotta

dall’arma che il barone teneva ancora stretta nella destra, e rivelava

uno sparo recente. Supponendo che il barone avesse fatto fuoco per

difendersi contro un’aggressione, si sarebbe trovato la sua palla in

qualche luogo e i segni della colluttazione. Invece tutte le aperture

erano chiuse e non si vedeva nulla.

Egli aveva avuto il tempo di far tutte queste osservazioni che

provavano la sua provetta scaltrezza e la salda sua esperienza.

Concetta stava inginocchiata in un angolo e pregava.

— La baronessa? chiese il delegato.

— È in camera sua; la chiamo?

— No, povera signora, lo saprà sempre troppo presto.

Candaule · 第 19 / 41 题