XI.

Zaverio fu di parola: chiese un congedo di due mesi e, mentre aspettava

la decisione dei superiori, si astenne dal tornare in casa di Ruoppolo.

Ma, ottenuto il congedo e fissato colla madre il giorno della partenza,

parendogli d’essersi irrevocabilmente impegnato e premunito contro ogni

possibile pentimento, corse da donna Vittoria.

La trovò in giardino.

Era pallidissima e parve turbata dal rivederlo.

— Che vi è accaduto? gli domandò quasi con premura.

— Sono stato malato.

Era vero: egli aveva avuto la febbre tutti quei giorni.

— Voi partite?

— Chi ve lo disse?

— Lo so.

— Vi rincresce? domandò Zaverio con ansietà grandissima.

Ella non rispose; stornò il viso.

A Zaverio il cuore batteva con tanta violenza che gli toglieva il

respiro. Egli dimenticò d’un tratto tutti i suoi propositi, spezzò

tutti i ritegni; una speranza gli accendeva il sangue.

— Ditemi di rimanere — io rimango.

La baronessa stette immobile e, con un filo di voce, però con fermezza

disse:

— Rimanete.

— Ah! sclamò con impeto Zaverio, voi mi amate!

Donna Vittoria si voltò e rispose ferma:

— No.

Il giovane piegò come gli avessero data una mazzata sulla testa.

Poi l’orgoglio stimolò il suo amore alla ribellione.

Egli afferrò la mano della baronessa e stringendola forte, disse:

— Dunque?

Era la prima volta che manifestava un volere innanzi a lei.

Ma bastò uno sguardo di donna Vittoria per fiaccare il suo coraggio.

— No?... perchè, egli aggiunse supplichevole, perchè mi tormentate?

— Ah perchè? sclamò la baronessa inarcando le labbra a un sinistro

sorriso, voi non avete punta memoria. Perchè vi siete voi intromesso

nella mia vita? È mia colpa se quando vi vedo, il sangue mi si

rimescola dallo sdegno?

— Perchè mi trattenete dunque? Io non mi sarei mai appressato a voi se

voi non l’aveste voluto.

Donna Vittoria tacque ma il suo volto prese una fiera espressione di

minaccia.

— Sentite, disse poi Zaverio, la mia colpa è grande, ammetto. Ma per

quanto grande ella sia voi mi avete duramente punito. Oh, credetelo, le

mie sofferenze valgono oramai le vostre. Ebbene mi sono lagnato mai?

Potevo essere più sincero, più sommesso? non vi ho consacrata tutta la

devozione di cui uomo sia capace?

La collera di lei si riaccese.

— La vostra devozione! ma che volete che io ne faccia? La vostra

devozione! può forse liberarmi dal purgatorio in cui vivo, dalla

vergogna del nome che porto?

Questa volta fu lei che prese la mano di Zaverio e scotendola vivamente

aggiunse a denti stretti:

— Se potesse far questo miracolo io la ricambierei con tutta la mia

riconoscenza.

E lo fissava cupidamente e aspettava ansiosa la sua risposta.

— Ah! sclamò Zaverio, se voi mi voleste il bene che io vi voglio!...

— Ebbene?

— Noi andremmo tanto lontano dove la vostra vita presente non potrebbe

raggiungervi.

— Oh, disse la baronessa, respingendo con sprezzo la sua mano, caro

duca, bisognerebbe volervi bene davvero... e molto!

Poi si alzò e si ritrasse in casa.

L’indomani il barone venne dalla moglie e le porse un biglietto di

Zaverio, che gli annunziava la sua partenza per Reggio, senza dir

l’ora. Il biglietto recava la data della sera prima.

Lo sapevate? le domandò.

— Sì, disse la baronessa conservando una gran calma.

— Ed è partito?

— Credo.

— E perchè se n’è andato? aggiunse per una delle solite sciocche

curiosità dei gelosi.

— Il povero duca si è stancato di aspettare le vostre vendette.

Lo sforzo che in quell’ora fece donna Vittoria per contenersi fu

veramente straordinario. Appena rimase sola diè in ismanie da non

dirsi. Poi chiamò l’un dopo l’altro, Concetta e Gabriele, i ministri

passivi della sua volontà e diè loro alcuni ordini.

Candaule · 第 18 / 41 题