Zaverio fu di parola: chiese un congedo di due mesi e, mentre aspettava
la decisione dei superiori, si astenne dal tornare in casa di Ruoppolo.
Ma, ottenuto il congedo e fissato colla madre il giorno della partenza,
parendogli d’essersi irrevocabilmente impegnato e premunito contro ogni
possibile pentimento, corse da donna Vittoria.
La trovò in giardino.
Era pallidissima e parve turbata dal rivederlo.
— Che vi è accaduto? gli domandò quasi con premura.
— Sono stato malato.
Era vero: egli aveva avuto la febbre tutti quei giorni.
— Voi partite?
— Chi ve lo disse?
— Lo so.
— Vi rincresce? domandò Zaverio con ansietà grandissima.
Ella non rispose; stornò il viso.
A Zaverio il cuore batteva con tanta violenza che gli toglieva il
respiro. Egli dimenticò d’un tratto tutti i suoi propositi, spezzò
tutti i ritegni; una speranza gli accendeva il sangue.
— Ditemi di rimanere — io rimango.
La baronessa stette immobile e, con un filo di voce, però con fermezza
disse:
— Rimanete.
— Ah! sclamò con impeto Zaverio, voi mi amate!
Donna Vittoria si voltò e rispose ferma:
— No.
Il giovane piegò come gli avessero data una mazzata sulla testa.
Poi l’orgoglio stimolò il suo amore alla ribellione.
Egli afferrò la mano della baronessa e stringendola forte, disse:
— Dunque?
Era la prima volta che manifestava un volere innanzi a lei.
Ma bastò uno sguardo di donna Vittoria per fiaccare il suo coraggio.
— No?... perchè, egli aggiunse supplichevole, perchè mi tormentate?
— Ah perchè? sclamò la baronessa inarcando le labbra a un sinistro
sorriso, voi non avete punta memoria. Perchè vi siete voi intromesso
nella mia vita? È mia colpa se quando vi vedo, il sangue mi si
rimescola dallo sdegno?
— Perchè mi trattenete dunque? Io non mi sarei mai appressato a voi se
voi non l’aveste voluto.
Donna Vittoria tacque ma il suo volto prese una fiera espressione di
minaccia.
— Sentite, disse poi Zaverio, la mia colpa è grande, ammetto. Ma per
quanto grande ella sia voi mi avete duramente punito. Oh, credetelo, le
mie sofferenze valgono oramai le vostre. Ebbene mi sono lagnato mai?
Potevo essere più sincero, più sommesso? non vi ho consacrata tutta la
devozione di cui uomo sia capace?
La collera di lei si riaccese.
— La vostra devozione! ma che volete che io ne faccia? La vostra
devozione! può forse liberarmi dal purgatorio in cui vivo, dalla
vergogna del nome che porto?
Questa volta fu lei che prese la mano di Zaverio e scotendola vivamente
aggiunse a denti stretti:
— Se potesse far questo miracolo io la ricambierei con tutta la mia
riconoscenza.
E lo fissava cupidamente e aspettava ansiosa la sua risposta.
— Ah! sclamò Zaverio, se voi mi voleste il bene che io vi voglio!...
— Ebbene?
— Noi andremmo tanto lontano dove la vostra vita presente non potrebbe
raggiungervi.
— Oh, disse la baronessa, respingendo con sprezzo la sua mano, caro
duca, bisognerebbe volervi bene davvero... e molto!
Poi si alzò e si ritrasse in casa.
L’indomani il barone venne dalla moglie e le porse un biglietto di
Zaverio, che gli annunziava la sua partenza per Reggio, senza dir
l’ora. Il biglietto recava la data della sera prima.
Lo sapevate? le domandò.
— Sì, disse la baronessa conservando una gran calma.
— Ed è partito?
— Credo.
— E perchè se n’è andato? aggiunse per una delle solite sciocche
curiosità dei gelosi.
— Il povero duca si è stancato di aspettare le vostre vendette.
Lo sforzo che in quell’ora fece donna Vittoria per contenersi fu
veramente straordinario. Appena rimase sola diè in ismanie da non
dirsi. Poi chiamò l’un dopo l’altro, Concetta e Gabriele, i ministri
passivi della sua volontà e diè loro alcuni ordini.