Qualche anno fa un medico di Milano, notissimo alienista, trovandosi al
Belvedere di Lanzo presso il lago di Lugano, fu invitato una mattina a
recarsi in una villetta sulla sponda svizzera poco lontano da Gandria.
Trovò colà una signora piuttosto attempata, la quale gli disse di certi
suoi incomodi nervosi, tanto vaghi e insignificanti da non meritare la
spesa di una sua visita.
Egli era avvezzo ai capricci ipocondriaci delle dame, ma questi vapori
aristocratici gli parvero un po’ fuori luogo in mezzo alla eccessiva
modestia anzi alla povertà male dissimulata di quella casa.
La signora volle assolutamente trattenerlo a desinare e, a tavola,
mostrandosi informata della grande sua reputazione di specialista, gli
parlò delle sue cure di pazzia e gli chiese se i casi di guarigione
fossero frequenti e per quali segni le affezioni guaribili si
distinguessero dalle croniche.
Per quanto queste interrogazioni cadessero naturalmente nel discorso
e la signora non sembrasse darvi una grande importanza, il medico
sospettò che la sua visita avesse un motivo secreto ben diverso da
quello dichiarato.
Conosceva la repugnanza solita nelle famiglie dagli alienati a rivelare
la propria disgrazia e la loro diplomazia per avere i suggerimenti
della scienza senza far la confidenza al medico.
Perciò usò circospezione e disse che in queste malattie, ancor meno
che nell’altre, non ci si poteva fidare dei criteri generali e che la
prognosi dipendeva in tutto e per tutto dalle condizioni individuali
dell’infermo.
La preoccupazione visibile della signora lo fe’ persuaso di aver colto
nel segno.
— Signora mia, disse, condizione prima di una cura seria è una grande,
un’intera confidenza nel medico.
In quella un uscio si socchiuse e una giovane signora sporse
ansiosamente il capo e chiamò fuori la padrona di casa.
Questa accondiscese con apparente dispetto e stette fuori un quarto
d’ora durante il quale il medico intese un vivo e incomprensibile
bisticciarsi nella stanza vicina.
Poi la padrona tornò nel salotto di malumore e non riprese il discorso
interrotto.
Il medico allora fe’ qualche prescrizione, poi, promettendo di
ripassare a vederla, si accomiatò dalla signora ed uscì di là con una
grande curiosità di scandagliare il mistero di quella casa.
Il messo ch’era venuto a cercarlo al Belvedere, un vecchietto guercio,
gli aveva detto che la sua padrona si chiamava Elvira Stigliano ed era
napoletana.
Il barcaiolo che lo tragittò nel ritorno a Santa Margherita aggiunse a
queste informazioni che la signora aveva seco un figlio e la nuora, e
che questo figlio, malato, lo si vedeva raramente fuori e mai solo.
Il dottore lasciò passare due o tre giorni, poi com’aveva promesso,
tornò a Gandria.
Donna Elvira aspettava la sua visita; lo accolse con premura.
Alle domande ch’egli le fece sulla sua salute rispose senza ambagi
che non si trattava di lei, che la scusasse se altra volta lo aveva
ingannato — che lo aveva fatto venire perchè aveva inteso della sua
grande abilità nel curare gli infermi di mente.
— Ed io... ho un figlio...
L’angoscia non le lasciava profferire la triste parola.
Ella disse poi con uno strazio infinito:
— Il mio figliolo è pazzo.
Il dottore le fe’ qualche interrogazione sull’origine della malattia.
Ella non sapeva bene; credeva che la causa fosse uno sciagurato amore
onde il suo ragazzo era stato preso circa due anni prima a Napoli.
— Il poveretto ha combattuto a lungo; ma l’avevano stregato. Egli
voleva sottrarsi alla malaugurata passione, noi dovevamo abbandonar
Napoli; ma la sera stessa fissata per la partenza scomparve e dopo
parecchie ore tornò in uno stato che faceva spavento; col viso
sconvolto, gli occhi fuor dell’orbita; si buttò nelle mie braccia e,
fra orribili convulsioni, mi disse: — «o mamma portami via, portami
lontano, nascondimi, non mi lasciar appressare alcuno.» — Gli chiesi
che gli fosse accaduto — mi disse: «non so più, ho un gran tumulto
qui.» — Si stringeva la testa, dava in ismanie come un’anima del
purgatorio e ripeteva; — «mamma, portami via, mamma.» — Fu quella
l’ultima volta che mi chiamò per nome. L’indomani, per contentarlo, lo
menai da Napoli, lo portai a Reggio. Era caduto in un torpore profondo;
aspettai ansiosa le settimane e i mesi che questo svanisse e invece era
la sua mente che svaniva.
Ella non potè proseguire.
Sedata un po’ la violenza della passione domandò:
— Volete vederlo, il mio Zaverio?
Appressandosi alla camera dell’infermo posta nella parte posteriore
della casa, il dottore intese una cantilena dolce e sommessa come d’una
madre che addormenti un bambino, una voce così soave e placida che egli
si fermò ad ascoltarla.
— Venite, gli disse impaziente donna Elvira.
Egli temeva di spaurir l’angelo che gettava un accento di consolazione
in quella sciagura profonda.
Diffatti appena Donna Elvira pose la mano sulla gruccetta, la voce
tacque.
Trovarono Zaverio solo, sdraiato sul canapè cogli occhi socchiusi, in
una posa di voluttuoso abbandono. Ma uno sgabellino posto davanti a lui
e una porta che finiva di chiudersi cigolando tradivano la fuga di una
persona. Nella cura colla quale l’infermo era vestito, nell’ordine,
nella pulitezza, nel gradevole aspetto di tutta la camera si sentiva
una costante e amorevole vigilanza.
Zaverio si scosse, girò intorno i suoi occhi smarriti pieni di ansietà
come cercasse qualcuno e parve contrariato.
Il dottore colla madre erano rimasti sul limitare alle sue spalle ed
egli non li vide.
Lasciò cadere il capo sul cuscino; poi, ad un tratto si rizzò e
cominciò a passeggiare; irrequieto, trasse l’orologio e col dito della
destra batteva sul quadrante come contasse i minuti che lo separavano
da un appuntamento atteso con impazienza.
Dopo qualche po’ tornò a sedere.
Allora s’appressarono.
Il dottore disse sottovoce alla madre:
— Parlategli.
Ella crollò il capo grigio, poi disse con una passione immensa:
— Zaverio, Zaverio! figliolo mio.... non mi sentirai dunque mai....
mai, creatura mia?
L’infelice le diè appena un’occhiata e alzò le spalle infastidito.
— Vedete? sclamò Donna Elvira, non mi conosce.
E si ritrasse desolata.
Ciò accadeva ogni giorno — ma tutte le volte era per lei una trafittura.
— Non ravvisa alcuno? le chiese il dottore.
— Sì, una sola persona, ed è ancora una ingiustizia di Dio, perchè
colei è la causa della nostra disgrazia.
— È qui? domandò vivamente il medico.
— Sì, essa rispose con amarezza, ella è qui, e mi ruba gli ultimi resti
della sua povera intelligenza.
Un’avversione profonda traspariva dalle sue parole.
— Eppure, soggiunse, bisogna rassegnarsi; se non la vede egli soffre e
deperisce.
— Si potrebbe parlarle?
Donna Elvira lo ricondusse in sala e fe’ chiamare donna Vittoria.
Ma questa mandò a far le sue scuse, dicendo che non era vestita.
— Bene, noi l’aspetteremo, disse donna Elvira con un gesto d’impazienza.
Il dottore non volle la si incomodasse.
Egli doveva recarsi a Lugano: al ritorno sarebbe ripassato.
Ma quando egli tornò, donna Vittoria si sentiva poco bene, s’era
buttata sul letto e dormiva.
Donna Elvira trattenne a stento la collera.
— Concetta, disse, avvertite donna Vittoria che il dottore deve
parlarle senz’indugio; se ella non può scendere verremo noi da lei.
La cameriera stava perplessa.
— Avreste delle osservazioni? le domandò burbera; andate.
Poi aggiunse:
— Saremmo dunque a’ suoi comandi?
Due minuti dopo entrò donna Vittoria.
Camminava a stento e sembrava un’ombra, tanto era diafana,
assottigliata; appena rimaneva in lei tanto di corporeo da albergare il
dolore, unico alimento, tirannia suprema della sua vita.
— Il dottore è venuto per Zaverio, disse donna Elvira; gli occorrono
degli schiarimenti che voi sola potete dargli. È necessario ch’egli
sappia tutto. Vero? soggiunse rivolta al medico.
Questi fe’ cenno di sì.
— È necessario, capite? ripetè donna Elvira.
Il viso smorto della giovane donna si contraeva paurosamente: ella
vacillò e dovette sostenersi ad una sedia.
Donna Elvira non si commosse e soggiunse:
— Capivo il vostro riserbo finchè non si trattava che della mia ansietà
materna; che importano a voi le mie pene? Ma se è vero che vogliate
bene a Zaverio....
Donna Vittoria ebbe uno sguardo di angoscia così intensa che il medico
ne fu scosso.
Ma la vecchia signora proseguì inesorabile:
— Se è vero che v’interessiate a lui, dovete dir tutto al medico.
Vittoria ebbe un lampo di collera; un baleno solo; poi chinò gli occhi
e mormorò:
— Sta bene....
— Dunque parlate.
Ma ella non poteva parlare.
E donna Elvira stava per prorompere.
Ma il medico s’interpose.
— Per ora non occorre; comprendo il turbamento della signora. Ella mi
farà poi, con calma, le sue confidenze. Solo, poichè ella ha qualche
influenza sull’animo dell’infermo, la pregherei di accompagnarmi da lui
e di assistere alla mia visita.
Donna Vittoria si alzò allora e, senza dir parola, lo condusse di nuovo
nella camera di Zaverio.
La madre li seguì.
L’infelice passeggiava ancora a capo chino.
Voltandosi, vide Vittoria: le venne incontro, la guardò in viso
attentamente, poi disse:
— Sei sempre in collera?
Ella trovò nel suo turbamento il coraggio di sorridergli, gli prese la
mano e rispose:
— In collera, no. Tu sei tanto buono.
Zaverio stette un po’ soprapensiero, poi crollò il capo.
— Tu sei in collera. E sai che non l’ho fatto apposta. E’ lui che l’ha
voluto. Oh quell’uomo è pazzo!
Egli sembrava desolato.
— Perdona, perdona, sclamava.
Repentinamente ritrasse la mano; si scostò da lei, e gridò:
— No, no: ciò che tu vuoi è orribile.... io uccidere il mio re?...
orribile, orribile!
Giungeva le mani, se le torceva convulso, sembrava un uomo posto alla
tortura, che supplica il suo aguzzino.
Vittoria die’ un occhiata diffidente al dottore che era rimasto colla
madre sulla soglia. Poi fe’ uno sforzo, si appressò a Zaverio, e,
carezzevole, cercava di calmarlo:
— Mio buon amico, non vedi, sono la tua Vittoria che tu ami tanto!
— Io ti amo, chi te lo disse? non è vero. Tu sei la regina, ed io amo
il mio re.... tu m’inganni, tu mi perdi.
E, atterrito, colle mani protese, la respingeva.
La povera donna die’ indietro, si lasciò cadere sopra una sedia; un
grande sgomento l’opprimeva, tremava, rabbrividiva, mormorava:
— Dio mio! Dio mio!
Il dottore si ritirò, prese in disparte donna Elvira e le chiese se
quegli accessi fossero frequenti e se egli pronunciasse sempre quelle
parole.
— Qualche volta e solo da un mese in qua: la prima volta che le udii fu
a Milano.
— E non le dice che a donna Vittoria?
— Ve l’ho detto, egli non parla che con lei.
Il dottore attese invano donna Vittoria per salutarla.
Tornando al Belvedere pensava alla triste scena cui aveva assistito,
e a quelle strane parole; e un intimo convincimento lo avvertiva che
egli teneva in esse il bandolo del funesto mistero — e si sforzava di
svolgerlo; ma inutilmente.