VII.

Contuttociò l’indomani mattina, alle dieci in punto, Zaverio arrivò al

villino di Ruoppolo — come un buon soldato smanioso di affrontare il

pericolo. E spingeva la bravura fino a parere un dappoco.

Concetta gli aperse prima ch’egli tirasse il campanello e lo menò

dritto nel salottino della baronessa — che si faceva pettinare.

Donna Vittoria lo ricevette freddamente; lo invitò a sedere e stette

silenziosa, ammantata nell’accappatoio, fiera come un’antica matrona.

Concetta terminò di annodare le treccie della signora e poco dopo uscì.

Rimasero soli.

Zaverio domandò:

— Volevate parlarmi?

— No.

Parve a Zaverio di sentir la voce del barone.

S’alzò inquieto; uno strano sospetto lo prese.

— Vi fidate voi della cameriera? disse.

— Sì, rispose donna Vittoria.

E, stringendo alteramente le spalle, soggiunse:

— Del resto non ho nulla da nascondere io — e voi?

— Non vorrei.... — mormorò il capitano a mezza voce.

— Di solito, egli soggiunse, il barone a quest’ora è fuori.

La baronessa fece un gesto d’indifferenza.

Zaverio sedette.

— Voi non mi aspettavate? chiese poi.

— No.

— Ah!

Dopo una pausa, durante la quale il volto della baronessa rimase

impenetrabile, bruscamente ella gli domandò:

— Voi siete molto affezionato al barone?

— Ve l’ho detto; egli mi fece un grande servigio.

— Ah già! vi ha imprestato del denaro, suppongo.

— Mi ha salvato la vita e più che la vita, esclamò premuroso il

capitano.

— Ah! ah! è una storia interessante? Sarei curiosa, per la novità, di

conoscere questa sua azione generosa.

Zaverio disse:

— Una funesta passione pel giuoco fu la rovina di mio padre e della

nostra casa: il pover uomo morì desolato di lasciarci nella miseria

confessandomi fra i singhiozzi la fatale sua debolezza e scongiurandomi

di schivare il suo esempio. — Mia madre, che aveva portato con alta

rassegnazione il suo dolore, abbracciandomi nell’angoscia di quel

lugubre momento, mi disse: — tu sei oramai il mio solo sostegno,

figliolo mio, e conosci la causa delle nostre disgrazie che ti ho

sempre celata; per amor di Dio, non te la scordar mai. La povera

donna era tormentata sempre dal presentimento di veder rivivere in me

l’inclinazione maledetta. E quando le dicevano che io somigliavo a mio

padre, ella che pure adorava la memoria di lui, si scolorava in viso e

tremava. Non mi perdeva d’occhio un minuto: la mia educazione mirò non

tanto ad insegnarmi molte cose quanto a distogliermi da una, da quella.

Ebbene quell’unica, verso cui il divieto appuntava continuamente la

mia attenzione, mi attirava. L’orrore che mi inspirava si mutava in

fascino. Fors’anche avevo nel sangue il mal germe della passione

paterna. Certo è che, sempre quando la mia volontà s’addormenta esso

si risveglia; — è la risultante di tutte le mie debolezze. Sempre

una qualunque disobbedienza, ai consigli materni prima, e poi alla

disciplina del reggimento, mi ha spinto sulla soglia di una casa di

gioco. Ho passato dell’ore palpitante sull’uscio della bisca. Ed ho

lungamente lottato: mi pareva un delitto, poi tutte le volte che ci fui

ne uscii con qualche disgrazia, tutte le mie sventure escono di là.

— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.

Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:

— Sì.

La baronessa rise.

Zaverio s’interruppe:

— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.

— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti

e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni

che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la

povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando,

l’anno passato, venni di guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente

sotto il malaugurato predominio. Una sera al _Club Sebeto_ perdetti

certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa

urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade,

una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la

fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma

per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia

volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi

vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli

come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club:

dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri

risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi

il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per

compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento

lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai,

certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto

decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E

s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e

pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma

perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io

sarei disonorato. — E mia madre?... Ero solo; là dentro nessuno badava

a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale

relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si

accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete

perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi

passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine

che vi accomoda. Accettai e....

— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse

la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi

sempre i diritti intangibili della galanteria.

Ella domandò poi:

— Voi avete restituito?

— Sì.

— Così il barone ha comprato, a buon mercato, un amico.... come egli ha

sempre comprato tutto.... anche la moglie.

Zaverio non potè trattenere un gesto di stupore.

— Comprenderete che nel turpe contratto non ci fu da parte mia nulla di

spontaneo.

Gli raccontò la storia del suo matrimonio.

Un ignobile intrigo.

Morto il vecchio principe di Tizzano, ella che aveva appena diciasette

anni era stata posta sotto la tutela di un vecchio parente materno,

povero ed avido, che si buttò sulla sua sostanza col fermo proposito

di farsene una propria o, almeno, di camparci su il più lungamente

possibile. La nascose in un villaggio della Basilicata facendole

intorno una custodia tanto rigorosa da sottrarla ad ogni onesto

partito; e la cedette poi al barone, cui un vivo desiderio e un passato

ben poco onorifico facevano arrendevole alle sue avidità, e che,

diffatti, gli pagò il suo consenso con un regalo che equivaleva almeno

alla metà della dote.

Il Di Ruoppolo era un fattore, arricchitosi sposando segretamente la

ganza del padrone, alla quale questi, stretto dai creditori, aveva

fatto una finta cessione, che il Di Ruoppolo si diè cura di tenere

per vera. La moglie aveva avuto la discrezione di non fargli attender

troppo la vedovanza liberatrice.

Queste cose Vittoria non le seppe che dopo: quando il tutore le aveva

presentato il barone, ella, ignara del mondo, senza predilezioni,

lo credeva un gentiluomo; ed era poi tanto aduggita della casa dove

viveva, che il solo levarla di là era già per lei un beneficio.

— Così, ella sclamò con una collera che cinque anni di sofferenze non

avevano potuto minimamente attutire, così fui consegnata dal venditore

al mio compratore e un baro acquistò il diritto esoso di infliggermi

per tutta la vita il suo nome e la sua vergogna.

Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a

riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due

giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità

che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto —

ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici

ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare

neppure a sè stessa.

— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti

mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.

Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.

— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico,

suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.

— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.

— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.

Zaverio la guardò stupefatto.

Ella dovette leggere nel suo pensiero.

— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto;

posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una

separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io

rivelare la mia onta ad un giudice, ad un uomo che mi avrebbe forse

respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è

venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei

due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata

dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù

disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto

continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio

di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.

— È vero! disse tristamente Zaverio.

— Ma voi — non sapete consigliarmi nulla?

— Io?... no....

— Ecco come sono questi uomini, disse amaramente la baronessa, pronti

ad adorarvi in ginocchio, a dare, a parole, tutto il loro sangue per

voi — ma metteteli al punto di mantenere le loro promesse, fate appello

al loro aiuto, vi rispondono: — io?... no.

— Baronessa, disse dimessamente ma fermo il capitano, io non vi ho

promesso nulla.

— Sta bene, mormorò fra i denti la baronessa.

Poi, con uno di quei suoi repentini mutamenti si rasserenò e, alla fine

la sua conversazione diventò tanto tranquilla e sensata quanto era

stata in principio penosa e violenta.

Candaule · 第 13 / 41 题