Contuttociò l’indomani mattina, alle dieci in punto, Zaverio arrivò al
villino di Ruoppolo — come un buon soldato smanioso di affrontare il
pericolo. E spingeva la bravura fino a parere un dappoco.
Concetta gli aperse prima ch’egli tirasse il campanello e lo menò
dritto nel salottino della baronessa — che si faceva pettinare.
Donna Vittoria lo ricevette freddamente; lo invitò a sedere e stette
silenziosa, ammantata nell’accappatoio, fiera come un’antica matrona.
Concetta terminò di annodare le treccie della signora e poco dopo uscì.
Rimasero soli.
Zaverio domandò:
— Volevate parlarmi?
— No.
Parve a Zaverio di sentir la voce del barone.
S’alzò inquieto; uno strano sospetto lo prese.
— Vi fidate voi della cameriera? disse.
— Sì, rispose donna Vittoria.
E, stringendo alteramente le spalle, soggiunse:
— Del resto non ho nulla da nascondere io — e voi?
— Non vorrei.... — mormorò il capitano a mezza voce.
— Di solito, egli soggiunse, il barone a quest’ora è fuori.
La baronessa fece un gesto d’indifferenza.
Zaverio sedette.
— Voi non mi aspettavate? chiese poi.
— No.
— Ah!
Dopo una pausa, durante la quale il volto della baronessa rimase
impenetrabile, bruscamente ella gli domandò:
— Voi siete molto affezionato al barone?
— Ve l’ho detto; egli mi fece un grande servigio.
— Ah già! vi ha imprestato del denaro, suppongo.
— Mi ha salvato la vita e più che la vita, esclamò premuroso il
capitano.
— Ah! ah! è una storia interessante? Sarei curiosa, per la novità, di
conoscere questa sua azione generosa.
Zaverio disse:
— Una funesta passione pel giuoco fu la rovina di mio padre e della
nostra casa: il pover uomo morì desolato di lasciarci nella miseria
confessandomi fra i singhiozzi la fatale sua debolezza e scongiurandomi
di schivare il suo esempio. — Mia madre, che aveva portato con alta
rassegnazione il suo dolore, abbracciandomi nell’angoscia di quel
lugubre momento, mi disse: — tu sei oramai il mio solo sostegno,
figliolo mio, e conosci la causa delle nostre disgrazie che ti ho
sempre celata; per amor di Dio, non te la scordar mai. La povera
donna era tormentata sempre dal presentimento di veder rivivere in me
l’inclinazione maledetta. E quando le dicevano che io somigliavo a mio
padre, ella che pure adorava la memoria di lui, si scolorava in viso e
tremava. Non mi perdeva d’occhio un minuto: la mia educazione mirò non
tanto ad insegnarmi molte cose quanto a distogliermi da una, da quella.
Ebbene quell’unica, verso cui il divieto appuntava continuamente la
mia attenzione, mi attirava. L’orrore che mi inspirava si mutava in
fascino. Fors’anche avevo nel sangue il mal germe della passione
paterna. Certo è che, sempre quando la mia volontà s’addormenta esso
si risveglia; — è la risultante di tutte le mie debolezze. Sempre
una qualunque disobbedienza, ai consigli materni prima, e poi alla
disciplina del reggimento, mi ha spinto sulla soglia di una casa di
gioco. Ho passato dell’ore palpitante sull’uscio della bisca. Ed ho
lungamente lottato: mi pareva un delitto, poi tutte le volte che ci fui
ne uscii con qualche disgrazia, tutte le mie sventure escono di là.
— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.
Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:
— Sì.
La baronessa rise.
Zaverio s’interruppe:
— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.
— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti
e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni
che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la
povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando,
l’anno passato, venni di guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente
sotto il malaugurato predominio. Una sera al _Club Sebeto_ perdetti
certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa
urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade,
una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la
fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma
per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia
volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi
vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli
come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club:
dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri
risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi
il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per
compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento
lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai,
certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto
decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E
s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e
pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma
perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io
sarei disonorato. — E mia madre?... Ero solo; là dentro nessuno badava
a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale
relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si
accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete
perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi
passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine
che vi accomoda. Accettai e....
— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse
la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi
sempre i diritti intangibili della galanteria.
Ella domandò poi:
— Voi avete restituito?
— Sì.
— Così il barone ha comprato, a buon mercato, un amico.... come egli ha
sempre comprato tutto.... anche la moglie.
Zaverio non potè trattenere un gesto di stupore.
— Comprenderete che nel turpe contratto non ci fu da parte mia nulla di
spontaneo.
Gli raccontò la storia del suo matrimonio.
Un ignobile intrigo.
Morto il vecchio principe di Tizzano, ella che aveva appena diciasette
anni era stata posta sotto la tutela di un vecchio parente materno,
povero ed avido, che si buttò sulla sua sostanza col fermo proposito
di farsene una propria o, almeno, di camparci su il più lungamente
possibile. La nascose in un villaggio della Basilicata facendole
intorno una custodia tanto rigorosa da sottrarla ad ogni onesto
partito; e la cedette poi al barone, cui un vivo desiderio e un passato
ben poco onorifico facevano arrendevole alle sue avidità, e che,
diffatti, gli pagò il suo consenso con un regalo che equivaleva almeno
alla metà della dote.
Il Di Ruoppolo era un fattore, arricchitosi sposando segretamente la
ganza del padrone, alla quale questi, stretto dai creditori, aveva
fatto una finta cessione, che il Di Ruoppolo si diè cura di tenere
per vera. La moglie aveva avuto la discrezione di non fargli attender
troppo la vedovanza liberatrice.
Queste cose Vittoria non le seppe che dopo: quando il tutore le aveva
presentato il barone, ella, ignara del mondo, senza predilezioni,
lo credeva un gentiluomo; ed era poi tanto aduggita della casa dove
viveva, che il solo levarla di là era già per lei un beneficio.
— Così, ella sclamò con una collera che cinque anni di sofferenze non
avevano potuto minimamente attutire, così fui consegnata dal venditore
al mio compratore e un baro acquistò il diritto esoso di infliggermi
per tutta la vita il suo nome e la sua vergogna.
Le illusioni della sua ignoranza non durarono a lungo; ella non tardò a
riconoscere il pantano in cui era scivolata. Ella innocente, pura, due
giorni dopo le nozze, ancora tutta sgomenta dei diritti di famigliarità
che le usanze e la legge danno, col titolo di sposo, all’uomo ignoto —
ebbe la vergogna di sentire quell’uomo rallegrare un crocchio di amici
ubbriachi col racconto di ciò ch’ella non avrebbe voluto confessare
neppure a sè stessa.
— Io presentii fin d’allora che quell’uomo dalle bassezze senza limiti
mi avrebbe esposta. E ciò è avvenuto.
Donna Vittoria si rizzò coi pugni chiusi dinanzi a Zaverio.
— E voi siete qui ed io racconto a voi queste cose, a voi suo amico,
suo complice! Voi troverete certo tutto ciò naturalissimo.
— Oh no, sclamò il capitano, voi sapete che non è vero.
— Ma lo tollerate.... e s’egli entrasse ora gli stringereste la mano.
Zaverio la guardò stupefatto.
Ella dovette leggere nel suo pensiero.
— Ah! perchè lo tollero io? volete dire. Non lo tollero, lo sopporto;
posso fare altrimenti? C’era forse un mezzo per evitarlo? Una
separazione? Ma dove sono i motivi, dove sono le prove? Dovevo io
rivelare la mia onta ad un giudice, ad un uomo che mi avrebbe forse
respinta, certo derisa? Eppoi, la separazione legale cos’è? so che è
venuta di moda e che molte donne ne profittano — a me mi ripugna: dei
due coniugi separati chi scapita sempre è la donna. Una donna separata
dal marito è condannata a portarne il nome odioso ed è per dippiù
disonorata. Il mondo che mi rispetta ora che porto un nome abbietto
continuerebbe a chiamarmi con quello e non mi perdonerebbe l’orgoglio
di voler riprendere il mio illustre e senza macchia.
— È vero! disse tristamente Zaverio.
— Ma voi — non sapete consigliarmi nulla?
— Io?... no....
— Ecco come sono questi uomini, disse amaramente la baronessa, pronti
ad adorarvi in ginocchio, a dare, a parole, tutto il loro sangue per
voi — ma metteteli al punto di mantenere le loro promesse, fate appello
al loro aiuto, vi rispondono: — io?... no.
— Baronessa, disse dimessamente ma fermo il capitano, io non vi ho
promesso nulla.
— Sta bene, mormorò fra i denti la baronessa.
Poi, con uno di quei suoi repentini mutamenti si rasserenò e, alla fine
la sua conversazione diventò tanto tranquilla e sensata quanto era
stata in principio penosa e violenta.