La carrozza andava di carriera: pure la strada sembrò loro
interminabile.
Ai piedi della salita incontrarono una lunga fila di carri che
scendevano dall’altura e sollevavano un fitto polveraccio.
Donna Vittoria propose di far a piedi la salita attraversando il
piccolo square.
Riprese il braccio del capitano e s’avviò innanzi con lui mentre il
marito si trattenne a dar gli ordini al cocchiere.
Camminava spedito su pei sentieruoli premendo più dell’usato la breve
manina sul suo braccio.
Non parlavano nè l’una, nè l’altro.
La signora lo guardava di traverso con una curiosità sdegnosa: egli non
ardiva levarle gli occhi in viso.
Arrivati in cima domandò:
— Aspettiamo il barone?
— Aspettiamolo pure, rispose beffarda la baronessa.
Il barone sopraggiunse trafelato al passo di corsa.
— Per bacco, sclamò sbuffando, come correte!
— Voi avete corso! rispose donna Vittoria.
Poco più in là ella propose un emendamento radicale al programma della
passeggiata.
Non era mai stata alla Villa Reale. Mostrò una grande curiosità di
visitarla. — Il barone facesse pure il commodo suo, andasse a vedere il
fondo — tanto ella non poteva intendersene.
Il marito rimase perplesso; die’ un’occhiata diffidente a Zaverio che
non era meno impacciato di lui.
Donna Vittoria, tutta ilare, pareva divertirsi molto del loro imbarazzo.
— Il duca — oramai davanti al marito lo chiamava sempre così, — il duca
mi farà da guida e da cicerone.
Il barone cercava un ripiego; andar solo non gli garbava; mosse qualche
obbiezione, poi si mostrò disposto a venir anche lui con loro. — Al
podere andrebbe dopo.
Ma la baronessa non voleva far troppo tardi.
Quasi quasi il barone voleva rinunziare al proprio progetto: sarebbe
tornato un altro giorno....
Ma la signora non lo permise: l’affare premeva. — Dunque? — Dunque
andasse....
Poteva resistere il barone? egli non l’osò, temeva il ridicolo. Si
rassegnò ad andar solo.
— Non vi fate aspettare, raccomandò la baronessa.
Ed entrò con Zaverio nel parco reale.
Presero il gran viale.
Il custode li lasciò andare soli.
Avevano ammutolito di nuovo: camminavano nella verde e fresca penombra.
— Non dite nulla? domandò finalmente donna Vittoria, vi annoiate di
star con me?
— Anzi!
— Anzi? così va bene!
— Sono orgoglioso della prova di fiducia.
Donna Vittoria l’interruppe:
— Non supporrete mica che io abbia bisogno della custodia di mio
marito. Sarebbe un custode sì poco sicuro! Confesserete che le riserve
non sono venute da lui....
Ella si staccò da Zaverio, si fermò un momento come per aspettare una
risposta, poi riprese il suo braccio e fecero qualche altra diecina di
passi.
— Quanto tempo è, disse poi, che venite da me?
— Quasi due mesi.
— E in tutto questo tempo voi siete venuto quasi tutti i giorni e vi
ho ricevuto da sola, eppure non avete pronunziata una sola parola di
quelle che io non soglio permettere. Siete sicuro d’aver detto sempre
tutto quanto il vostro pensiero?
— Sono sempre così poco soddisfatto di me, che mi guardo bene dallo
scrutare così addentro ai miei pensieri.
— Il contrario di me: io fo tutti i giorni l’esame di coscienza: io,
dei miei pensieri sono perfettamente sicura. Se qualcuno credesse
cogliermi in fallo si sbaglierebbe.
Rizzò alteramente la persona, poi domandò:
— Dunque perchè siete venuto da me?
— Perchè, mormorò Zaverio, lo sapete; ve l’ho detto la prima volta che
mi faceste l’onore di ricevermi. Sentivo di avere con voi dei gran
torti, volevo ripararli.
Donna Vittoria rise superbamente.
Zaverio continuò:
— .... poi desideravo riconquistare la vostra stima.
— Non è mica poco.
— Oh lo so!
— E.... credete esserci riuscito?
— Non oso neppure sperarlo. Un momento mi sono lusingato che la lealtà,
la franchezza, nel riconoscere i miei torti potessero aver qualche
valore. Mi sono ingannato; non bastano — lo so anch’io.
— Duca, voi non siete sincero.
— Lo sono, vi do parola, lo sono.
— Sareste dunque diverso degli altri? mormorò la baronessa, facendosi
pensierosa e appoggiandosi con qualche abbandono al braccio di Zaverio.
Dopo una pausa più lunga riprese colla prima amarezza:
— Ci sono delle donne che accettano sul serio le gentilezze di voi
altri, le vostre proteste, le vostre dichiarazioni, le belle commedie
dei vostri complimenti. — I vostri complimenti! Dio bono, che cosa
scipita e comune. Qual’è la donna che non possa averne a sazietà ogni
giorno e da chicchessia! Non ho io inteso farne delle dozzine alla
moglie del mio tutore? La buona donna non aveva che cinquant’anni. Si
scopriva il seno e coloro, giovinotti brillanti, come vagheggiavano
quell’.... audace supposizione! Oh, siete molto compiacenti e punto
schifiltosi voi! Prodigate la vostra adorazione con mirabile generosità
— è vero che non vai nulla!
Per la prima volta il suo sarcasmo lasciava intravvedere una tristezza
vera e profonda.
— Ah che delusione! sclamò. E dire che noi fanciulle si trema pensando
all’uomo, e ce lo immaginiamo un eroe, un essere più elevato, più
fulgido e si arrossisce di non esserne degne, non si ardisce guardargli
in viso, e non ci pare mai soverchia l’umile verecondia dinanzi a lui,
si cacciano dal cuore tutti gli affetti della terra per farne un cielo
per lui.... Eppoi, Dio mio, che fantasie sciupate! Quando quest’essere
superiore, che per lunghi anni non vi bada affatto, un bel giorno,
vedendovi le gonnella lunghe, si accorge che siete una donna e vi fa
l’onore di credervi matura ai suoi desideri; e si degna rivelarvisi —
che rivelazione!.... lo sentite meschino, cupido e più ancora, vano;
desideroso non tanto di possedervi quanto del vanto di possedervi. Le
sue parole sono nobili talvolta, i suoi desideri mai. Egli vi dice le
cose più lusinghiere, vi onora delle adulazioni più pompose, e noi si
crede al suo rispetto, alla sua riconoscenza, ne pare in buona fede
d’essere innalzate sopra un altare e invece lui non vuole che mettervi
le mani addosso per trascinarvi.... molto più in giù del fango. — Che
grandi e superbe frasi per chiedervi una cosa piccola e laida, quanti
complimenti alla donna. — Come abbietti, come infami!
— Mio Dio, che uomini avete conosciuti voi?
— Tutti ad un modo. Vorreste dire che ce ne sono degli altri? ah!
Si raccolse un momento; pareva commossa.
— Perchè non li ho incontrati io se ve ne sono? disse aspramente:
perchè quando era ingenua, candida, nessuno si è presentato? perchè
sono diventata la baronessa di Ruoppolo?
Avevano fatta una buona metà del viale.
Donna Vittoria volle tornare indietro e prendere una scorciatoia per
ritornare alla villa.
Imboccarono uno dei sentieri che s’insinuano lateralmente fra le
macchie.
Zaverio era troppo distratto per potersi orizzontare.
Si smarrirono.
La baronessa se la pigliò con lui e lo rimbrottò quasi l’avesse fatto
apposta.
Per fortuna si trovavano vicini all’uscita.
Dopo brevi ricerche riuscirono in capo al viale.
La baronessa smise l’idea di visitare il palazzo.
Disse ch’era stanca, che aveva mal di capo, voleva rincasare.
Tornarono alla carrozza che aspettava sullo stradone.
Il barone non s’era visto ancora. Il podere era lontano di là quasi tre
quarti d’ora.
— Mi accompagnate? chiese donna Vittoria.
Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza
e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di
proseguire la conversazione.
Ciò servì ad entrambi.
Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la
commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.
Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad
entrare.
— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.
E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti
loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad
accettare.
Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel
salotto.
Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra
le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra
una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del
prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.
Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano.
Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.
Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma
con maestà antica e quasi sempre di chiaro.
Zaverio era irrequieto.
— Il barone è tornato? chiese.
— Vi preme saperlo?
E con grande indifferenza donna Vittoria tirò il cordone del campanello.
Venne Concetta e disse che il barone non era rientrato ancora.
— Bene, quando viene, fallo avvertire che lo aspettiamo a pranzo.
— Eccovi soddisfatto, disse poi a Zaverio.
Egli tacque.
— Vi ho compromesso con l’amico vostro, soggiunse donna Vittoria, ve ne
rincresce? — Diffatti egli è stato con voi tanto generoso!
— Oh sì....
— Eh lo so, disse la baronessa mozzandogli con un’occhiata tagliente la
parola sul labbro.
Poi aggiunse con un sorriso:
— Non si direbbe, eppure mio marito è geloso — è geloso di voi. — D’una
gelosia degna di lui s’intende. Naturalmente egli non può stimare
alcuno. Per lui io sono un mobile che si mostra con orgoglio e si vuol
tenere per sè. Potrei prodigare il mio spirito e il mio cuore a mio
talento: egli non ci tiene che al possesso materiale; anzi al vanto
di poter dire: questa donna mi appartiene. Per questo egli non può in
coscienza lagnarsi. Rassicuratelo pure.
Poi mutò discorso, e tono:
— Perdonate se vi tormento sempre, disse, non sono punto amabile,
lo so, sento che non sono donna o forse lo sono troppo, ma non alla
maniera della società; non somiglio alle dame che vivono conversando,
— cosa dicono? devono avere uno spirito prodigioso. — Io, aggiunse
malinconicamente, ero nata per aver un affetto solo e immenso e
consacrarmi tutta a quello, se l’avessi incontrato. Vi pare assurdo? è
più facile averne molti, ebbene io non lo capisco.
— Nemmeno io.
— Nemmeno voi? domandò vivamente donna Vittoria.
— Anch’io ho sempre desiderato un affetto vero e nello stesso tempo ho
sempre avuto paura d’incontrarlo.
— Perchè?
— Perchè sento ch’esso esaurirebbe tutta la mia vita.
— Meno male che finora siete riuscito ad evitarlo.
Poco dopo entrò il barone e si servì il pranzo.
La baronessa prevenne il suo malumore e lo rimproverò del ritardo.
Ell’era gaia, briosa, costrinse il marito e il capitano a parlare
insieme; non lasciò languire il discorso un minuto.
A quella donna così ignorante, così imperiosa e, si può ben dire,
cattiva, non si poteva resistere: la scherma dell’educazione, della
coltura, delle belle maniere era inutile con lei.
Imponeva le sue leggerezze sforzate, in grazia delle qualità che
celavano: come un liquore che, infortito, conservasse tutto il suo
alcool.
Dopo il caffè il barone uscì un momento ed ella pure.
Zaverio si ripose alla finestra.
Era notte fatta e gli alberi disegnavano sulla ghiaia fina del giardino
delle grandi ombre fantastiche.
Anche stavolta donna Vittoria gli arrivò alle spalle inosservata. E gli
disse:
— Che incanto! che scena per i colloqui da romanzo! Le foglie che
stormiscono, il mare che geme, la luna che splende — e due che si amano!